di Nicola Grigion, Anna Clementi, Davide Carnemolla, Ahmed Id Bella (**)

Milano crocevia per l’Europa. Ma il confine è a pagamento

Un reportage dal capoluogo lombardo: la Stazione Centrale, il centro di via Aldini, l’emergenza siriana e quella dimenticata dei profughi eritrei

21 / 5 / 2014

Quando arriviamo davanti al distributore automatico di bibite all’incrocio con via Aldini, abbiamo la sensazione di aver interrotto una discussione importante. Lì dentro è in corso una trattativa di quelle serie. Sul piatto ci sono le speranze di intere famiglie. Si parla di confini e di blocchi alle frontiere ma non siamo a Bruxelless e non si tratta dei pugni che Renzi ed Alfano dovrebbero sbattere sul tavolo dell’Unione Europea. Quella è retorica, pura teatralità. Perché i confini dell’Europa sono troppo sacri quando a discuterne sono i Ministri. E qui non ci sono tavole imbandite, sale stampa e drappelli di giornalisti a caccia di dichiarazioni. Siamo sul ciglio di una strada di Milano e la trattativa che si svolge in quei pochi metri quadrati va dritta al dunque senza troppe formalità. Qui, di fronte ad un distributore di bevande aperto 24 ore su 24 si decidono veramente le strade dei profughi in Europa. Lo stesso avviene più in là, proprio davanti al capitello che fa da ingresso ad un piccolo parco. E Le stesse scene si ripeteranno qualche ora più tardi, nel cuore della notte, ai bordi delle strade, in maniera molto più plateale.

Qualche occhiata storta, un leggero imbarazzo e poi la negoziazione riparte. Tra noi però c’è chi capisce l’arabo e quindi, con un po’ di discrezione, riusciamo ad intercettare le parole chiave di quella discussione. Si parla di opzioni, di strade, di mete, di Germania e di Svezia, qualche accenno ai costi ed al pericolo di essere intercettati. Poi ce ne andiamo e lasciamo che si concluda l’ennesima compravendita. E’ così che fiumi di parole della politica si trasformano in carta straccia. In quella trattativa neppure tanto nascosta c’è tutta l’ipocrisia delle politiche europee sull’immigrazione. Guardati da questa angolazione i Ministri ed i trafficanti sembrano molto simili. Entrambi discutono dei modi per gestire le frontiere. I primi decidono il percorso ad ostacoli, i secondi ci mettono l’auto per superarli. Né agli uni né agli altri interessa granché del diritto dei migranti di scegliere dove andare.

I Ministri ed i trafficanti sembrano molto simili. Entrambi discutono di confini. Né agli uni né agli altri interessa granché del diritto dei migranti di scegliere dove andare

E’ la storia di ogni notte in via Aldini, davanti al centro di accoglienza del "Progetto Arca", che con il Comune sta gestendo “l’emergenza siriani”. I servizi di diverse emittenti televisive hanno immortalato in questi giorni i momenti delle trattative: capannelli di gente che perfezionano accordi già presi qualche ora prima, bagagliai aperti carichi di valigie, qualche saluto ed un po’ di diffidenza mista a paura. In quella via le norme europee, quel fastidioso regolamento Dublino che ingabbia i richiedenti asilo nel primo paese di approdo, cadono sotto i colpi dell’inarrestabile desiderio di ricongiungersi ai parenti, di lasciare l’Italia che poco ha da offrire dopo aver abbandonato la Siria, la Turchia, l’Egitto e poi la Libia, che da offrire avevano invece solo morte. Ed anche qui, così come nel continente africano, tutto ha un prezzo. Come sull’altra sponda del Mediterraneo la disperazione di molti deve scendere a patti con l’opportunismo di chi sui confini dell’Europa sta costruendo fortune. Ma mentre nel Canale di Sicilia si proclama una guerra in nome della lotta ai trafficanti, con tanto di pattugliamenti e controlli radar, a Milano non ci sono inseguimenti, sparatorie o arresti. Qui sul traffico di essere umani non viene spesa neppure una parola. Da queste parti gli scafisti su strada, anzi, risultano utili, perché garantiscono la decongestione dei centri italiani ed un notevole risparmio di risorse. Non si illudano i legalitari di ogni sorta. Fermare i passeur non basterebbe comunque a bloccare le traiettorie di chi fugge. Ma se questo passaggio avvenisse alla luce del sole non risparmieremmo tanta ipocrisia? Oggi non esiste altro modo di attraversare la frontiera se non qualche treno ben più rischioso. Così sono le stesse regole imposte dagli Stati ad offrire ampie opportunità di mercato a questo enorme business. Eppure un modo ci sarebbe, se solo quel canale umanitario tanto invocato da migliaia di persone e dall’appello dei bambini siriani fosse realtà, se le frontiere interne cadessero veramente a beneficio della libertà di scelta per permettere ad ognuno di raggiungere il luogo che desidera. I migranti in ogni caso, a prescindere da Alfano, Barroso e Dublino III, le frontiere le attraversano eccome e lo fanno pagando. Anche per loro i trafficanti sono utili davanti all’imperdonabile ipocrisia europea. Il tariffario può oscillare tra i 500 ed i 1.000 euro a persona per raggiungere la Germania, tra i 1.000 ed i 2.000 per la più ambita Svezia. Qualcuno fa il furbo e non ti porta a destinazione, come è capitato proprio il giorno della nostra visita ad una famiglia lasciata sul ciglio della strada in zona Varese, o ad una donna che ha pagato per lei e suo figlio ma poi ha visto scomparire il passeur dietro l’angolo. Ma anche questi rischi fanno parte della sfida ed il mercato non si ferma.

Il tariffario può oscillare tra i 500 ed i 1.000 euro a persona per raggiungere la Germania, tra i 1.000 ed i 2.000 per la più ambita Svezia

Verso la fine del 2013 i respingimenti alla frontiera erano frequenti. In Sicilia venivano prese le impronte digitali a chi sbarcava dalle navi di Mare Nostrum e tutto risultava più difficile, poi, dopo un periodo più morbido, in questi ultimi mesi, le frontiere verso la Svizzera e l’Austria, quelle ferroviarie, sono tornate ad essere pressoché impraticabili. Ma se si parte in macchina e ci si muove verso la Francia tutto diventa più semplice. Chi è qui è disposto a pagare prezzi da capogiro: duemila, tremila euro per un’ intera famiglia. Hanno speso tanto per raggiungere Milano ed ormai vogliono arrivare fino in fondo, a qualsiasi costo. C’è anche chi, più sfortunato, ha dovuto lasciare le impronte digitali nei centri del sud, altri invece hanno già in tasca un’espulsione di un paese europeo . Per loro tutto è diventato più difficile ma non demordono. Chi non ha con sé il denaro se lo fa spedire dai parenti. Il desiderio più grande, che è insieme anche una preoccupazione, è quello di far tornare a studiare i bambini, grandi e piccoli. Occorre qualche giorno per trovare un prestanome che ritiri il denaro da uno dei tanti Money Transfer del capoluogo lombardo e tutta la rigida macchina del confine diventa immediatamente più fluida, permeabile, lasciando sullo sfondo la sensazione che ogni operazione di controllo, ogni irrigidimento dei dispositivi formali della frontiera, ogni retorica sulla chiusura dei confini, non servano ad altro che ad alzare le quotazioni di un posto verso la meta, a decidere il grado di difficoltà del viaggio.

In questo scenario di rotte e mercanti, i respingimenti, le violenze, le torture e le truffe non sono altro che alcune variabili di un percorso in cui puoi sempre comprare la tappa successiva, a patto di non essere inghiottito dalle onde del Mediterraneo. Accade per la traversata dalla Libia così come molto prima, quando i migranti in fuga tentano di superare le tante frontiere che dividono le speranze di milioni di persone dall’Europa, nel deserto del Sahara o al confine con la Turchia. E’ un po’ lo stesso mercato che si mette in moto quando sono i confini immateriali a chiedere un prezzo per essere superati, ogni volta che c’è da rinnovare un permesso di soggiorno e puoi comprarti un contratto, quando c’è da assicurarsi un posto nel decreto flussi, oppure c’è da accedere ad una sanatoria. Così il “dio denaro” si è ritagliato la sua parte anche in questa ultima “emergenza”. Non solo a sud, dove le navi di Mare Nostrum pattugliano la frontiera liquida, anche qui su, nella città dell’Expo e della cricca degli appalti, dove i confini verso nord stanno diventando molto più permeabili di quanto ci raccontino le versioni ufficiali. Qui, il diritto di muoversi, di restare o di scegliere dove andare, è diventato qualcosa di molto simile ad una merce da vendere e comprare. Ed a Milano, in queste notti di maggio, come ormai avviene da ottobre, la libertà è a pagamento e si contratta agli angoli delle strade.

A Milano la libertà è a pagamento e si contratta agli angoli delle strade

Milano centrale: crocevia per l’Europa

Iniziamo il nostro viaggio nella città meneghina dalla Stazione Centrale. Proprio lì dove in queste settimane hanno puntato l’obiettivo le telecamere di tanti media. Fuori dallo snodo ferroviario ci sono decine di auto della Polizia e della Protezione Civile Comunale. Entriamo ed il colpo d’occhio non lascia indifferenti. Sul mezzanino, a metà della scalinata che dagli ingressi porta direttamente ai binari, è allestito il tavolo di coordinamento delle operazioni. Dietro alla scrivania improvvisata ci sono un gruppo di volontari e diversi operatori che fanno riferimento al Comune.

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Più in basso appena sotto la scala mobile, un ragazzo della Protezione Civile dirige le fasi di “atterraggio” di un gruppo di 38 siriani. Lo fa in maniera quasi plateale. Tutti in fila per due ad aspettare il via, e quando il braccio dell’operatore che tiene in mano la rice-trasmittente si abbassa, iniziano a camminare. Salgono la scalinata per raggiungere il presidio. E’ tempo di riposarsi, di mangiare un panino e bere un po’ d’acqua dopo il lungo viaggio iniziato da Reggio Calabria in treno. Poi iniziano le registrazioni. Nulla di formale, nessuna schedatura, solo un modo per mantenere costante il monitoraggio delle presenze e della composizione delle persone. Tra loro c’è un folto gruppo di palestinesi, provenienti dal campo profughi di Yarmouk, in Siria. Sono i figli e i nipoti di coloro che nel 1948 sono stati cacciati dalla propria terra dalle milizie paramilitari sioniste. E ora, 66 anni dopo i loro padri, stanno vivendo una seconda Nakba, iniziata a dicembre 2012, quando l’esercito governativo siriano ha bombardato e assediato il campo di Yarmouk, stringendo in una morsa la popolazione civile. "Si moriva di fame, a causa della mancanza di cibo e di medicinali. Abbiamo abbandonato le nostre case e siamo fuggiti sotto le bombe". Marwan** e i suoi quattro figli sono in viaggio da oltre un anno e mezzo, involontari protagonisti di un’ Odissea che sembra non avere fine. Dall’inferno siriano sono riusciti ad entrare in Egitto e hanno vissuto per più di un anno in un appartamento sovraffollato alla periferia del Cairo. Poi, con gli improvvisi cambiamenti della scena politica egiziana, che hanno portato alla destituzione del presidente Morsi da parte delle forze armate, i rifugiati siriani sono stati accusati di essere i sostenitori dei Fratelli Musulmani e sono finiti nel mirino della campagna antiterrorismo lanciata dal nuovo esecutivo egiziano. Così Marwan, come migliaia di altri profughi siriani, ha tentato la via del mare, affidando la propria vita ai passeur egiziani. Cinquemila dollari, sette giorni di traversata in un peschereccio, gli ultimi due in una piccola e sovraffollata barca a motore, due notti in un centro di accoglienza a Catania e poi subito verso nord, verso Messina, Reggio Calabria, per arrivare a Milano, porta d’ingresso all’Europa continentale. "La Svezia è vicina. Mio marito ci aspetta lì. Domani un suo amico verrà a prenderci in auto. Presto saremo di nuovo tutti uniti", dice.

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Intanto nel tavolo di coordinamento del Comune prosegue il lavoro. Gli operatori sono alle prese, un minuto dopo l’altro, con un vero e proprio rompicapo. Su un foglio cercano di annotare informazioni fresche su possibili nuovi arrivi in giornata, ma non è facile ricevere notizie. Milano, complice la posizione strategica nelle rotte verso gli altri stati europei e la totale assenza del Governo, è sola a gestire questa “emergenza”. La Regione governata da Maroni si è perfino rifiutata di mettere a disposizione i medici per l’assistenza sanitaria e le visite di rito. Così il capoluogo meneghino cerca di attrezzarsi al meglio per capire se qualcun altro avrà bisogno di un luogo dove passare la notte. Qualche informazione viene dagli agenti della Polizia Ferroviaria ma in generale non esiste alcun coordinamento con le Prefetture di altre città. Il treno più atteso è quello delle 19.30 in arrivo al binario 18 da Taranto. Oggi però non ci sono segnalazioni da quelle carrozze, così il conteggio degli arrivi si ferma. Intanto un’ operatrice è incollata al telefono per compilare un’altra lista, quella dei posti disponibili nei centri allestiti in città ormai da ottobre. Non c’è nulla di ordinario in quello che vediamo, ma i numeri della giornata, ci dicono, stanno nella media e sono contenuti rispetto a quelli dei giorni precedenti. In tutto gli operatori hanno registrato 59 arrivi, come sempre quasi la metà sono minori. Nel pomeriggio è stato intercettato un gruppo di una decina di persone. Più tardi è stata la volta dei trentotto che abbiamo visto arrivare dall’uscita della Metropolitana. La Polizia Ferroviaria li ha accompagnati dalla Stazione Garibaldi a quella Centrale. A questi va aggiunta un’altra decina di persone arrivate in mattinata. Sono i respinti. Hanno provato a raggiungere Parigi la notte precedente passando per la Svizzera con il Thiello, il treno notturno che collega Venezia alla capitale francese, ma sono incappati in un controllo della Polizia di Frontiera poco dopo l’ingresso in Francia. Espulsi. Hanno in tasca un foglio di via. Gli agenti francesi li hanno consegnati alla Svizzera che a sua volta li ha rispediti qui.

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In ogni caso la giornata è di quelle a saldo negativo. Ci sono ancora posti disponibili, “complice un rallentamento degli sbarchi”, dicono dal Comune. I numeri degli arrivi sono minori rispetto a quelli di chi ha lasciato i centri per raggiungere altre mete. Così anche stasera gli operatori possono tirare un sospiro di sollievo. Ma l’impressione è che si tratti solo di una tregua. Perché è quasi impensabile che questo perverso meccanismo possa reggere ancora per molto. Da ormai più di un mese, a chi arriva in Sicilia, non vengono più fatti i rilievi delle impronte digitali per l’inserimento dei dati in Eurodac, il sistema di “schedatura” che serve proprio per l’applicazione del Regolamento Dublino e permette così di stabilire qual è il paese che deve pronunciarsi sulla richiesta d’asilo. L’indicazione non può che essere arrivata dal Ministero nel tentativo di “fluidificare” il passaggio verso nord ed impedire che in molti vengano rimandati in Italia. Ma questa strategia fa tappa a Milano, in Stazione Centrale e la sensazione è che basti veramente poco per far saltare tutto. Difficile pensare che Svezia e Germania accettino ancora per molto tempo questa situazione. L’ascesa dei partiti anti-europeisti e anti-immigrati preme forte sui centri della decisione e nessuno può permettersi sbavature, né prima né dopo le elezioni europee. La stessa Francia, finora tutto sommato morbida rispetto al 2011, rischia di rivisitare a breve la gestione della frontiera di Ventimiglia. Per il momento il governo di Parigi ha lasciato fare. A differenza dei tunisini, che durante le primavere arabe miravano a raggiungere la Francia, chi oggi attraversa quella frontiera lo fa con l’obiettivo di proseguire il suoi viaggio verso altre mete. Ma se Svezia e Germania intensificassero i controlli le ripercussioni oltralpe inizierebbero a farsi pesanti ed a catena anche Milano rischierebbe il collasso. Un disegno a geometrie variabili, in cui l’Europa rincorre le traiettorie dei “profughi” nel tentativo di combinare flessibilità, opportunità politica e cattura delle rotte migratorie.

Per questa notte intanto tutti avranno un tetto sotto cui riposare, chi in via Aldini, il centro riservato ai nuclei familiari, chi in via Toscana o nelle altre strutture allestite per l’emergenza siriana. Almeno così sembra.

Porta Venezia: l’emergenza dimenticata

Usciamo dalla Stazione Centrale e dopo aver raggiunto Piazza della Repubblica svoltiamo a sinistra imboccando via Tunisia, nella zona di Porta Venezia. Sulla strada si affacciano i giardini del Lazzareto. Quando ci avviciniamo, le perplessità che ci eravamo portati dietro dalla Stazione Centrale diventano contraddizioni in carne ed ossa. Sul ciglio della strada, proprio in mezzo ai giardini, ci sono circa duecento migranti del Corno d’Africa che consumano il pasto. Tra loro un gruppo di ragazzi milanesi che di eritreo invece hanno solo i tratti somatici. Da un mese, dicono, fanno fronte da soli a questa “emergenza dimenticata” con l’aiuto di un vecchio signore che gestisce un negozio di ferramenta trasformato ormai in magazzino per le scorte. Riescono a garantire circa trecento pasti al giorno grazie a collette, donazioni ed alla solidarietà dei connazionali. Porta Venezia è un quartiere molto frequentato dai migranti dell’Africa orientale e per questo i profughi eritrei si sono concentrati qui, alla ricerca di aiuto. Fino a pochi giorni fa dormivano all’addiaccio nel parco vicino a Piazza Oberdan, ma da qualche giorno, grazie ad un accordo con la Comunità di Sant’Egidio, qualcuno ha trovato una sistemazione. Il centro però può ospitare solo cento persone ed anche qui, come avviene con i siriani in Stazione Centrale, gli arrivi sono quotidiani. Il problema maggiore rimane quello di donne e minori perché non esistono molte strutture in grado di accoglierli. Nelle parole dei giovani che stanno cercando di intervenire su questa vicenda c’è molta rabbia, anche se non hanno perso l’entusiasmo di chi ha scelto di non chiudere gli occhi di fronte a quello che nessuno vuole vedere. Si sentono soli ad affrontare una situazione inspiegabile.

Anche gli eritrei fuggono da una guerra. Arrivano dalla Sicilia dopo essere passati per la Libia e come i siriani vogliono raggiungere altri stati, ma incomprensibilmente i centri, qui a Milano, sono divisi su base etnica. Anche la loro condizione giuridica ci costringe ad utilizzare la parola profughi. Non hanno presentato domanda di protezione internazionale in Italia, puntando al nord Europa, non hanno uno straccio di documento, ma non possiamo certo definirli “irregolari”. Mentre parliamo con il gruppo ci torna in mente quello che nel pomeriggio avevamo visto in Stazione Centrale, quando una famiglia sudanese con un bimbo di pochi mesi non aveva trovato posto tra i 59 migranti accompagnati nelle strutture comunali. Solo dopo ore, grazie ad alcuni attivisti, hanno trovato una sistemazione. Dall’Ufficio Stampa del Comune di Milano la spiegazione è semplice. Quella dei siriani è l’emergenza più importante per numeri e composizione. Si tratta, nella quasi totalità, di famiglie con bambini e a loro deve essere data precedenza, ci dicono. A questo si aggiunge il totale abbandono del Governo e della Regione che mettono in difficoltà l’amministrazione meneghina. Ma di famiglie, purtroppo, ne vediamo diverse anche tra gli eritrei.

Nell’ottobre scorso, quando in Stazione iniziava l’arrivo di centinaia di migranti siriani, il Comune ha stretto una convenzione con la Prefettura, affidando il servizio di accoglienza di circa 250 profughi a diversi enti gestori. Ma nel corso di questi mesi la situazione è esplosa ed ora, sotto la Madonnina, i posti per l’accoglienza sono diventati 800. Molti ma già insufficienti. Le convenzioni vengono stipulate sulla base di alcune circolari del Ministero dell’Interno che, dalla fine del 2013, hanno disposto a tutte le Prefetture di individuare, in accordo con i comuni, la disponibilità di luoghi ed enti in grado di ospitare i richiedenti asilo provenienti dai centri siciliani. Per ogni migrante ospitato vengono elargiti dal Viminale 30 euro al giorno. In generale gli standard di accoglienza sono fastidiosamente pessimi rispetto a quelli previsti dai progetti dello SPRAR. Si tratta dell’ennesima operazione emergenziale messa in campo per far fronte agli sbarchi, con buona pace del sistema di accoglienza gestito dal Servizio Centrale, ancora una volta saltato a piè pari nonostante ancora tutti i posti previsti per il triennio 2014/2017 non siano stati finanziati. A Milano però, già ad ottobre, è stato il Comune a sollecitare la Prefettura per attivare i posti e lo ha fatto “forzando” il dispositivo previsto dal Governo. Le convenzioni infatti dovrebbero riguardare l’accoglienza di chi chiede asilo in Italia. Ma chi arriva in Stazione Centrale non ha uno status giuridico definito e neppure è stato identificato. E soprattutto, vuole andarsene nel minor tempo possibile.

A questo si aggiunge il fatto che circa il 40% dei migranti “distribuiti” dal Ministero dell’Interno nelle diverse Province italiane, lasciano i centri dopo pochi giorni per dirigersi proprio a Milano, in attesa di partire verso il nord Europa. Secondo il Comune amministrato da Pisapia, che pure sta affrontando l’emergenza siriana con ogni sforzo possibile, chi non arriva dalla Siria viene comunque indirizzato verso i dormitori dedicati ai senza tetto, ma risulta piuttosto incomprensibile che a questi sia escluso l’accesso ai centri finanziati dalle Prefetture. La coperta è in ogni caso troppo corta e da qualsiasi parte la si guardi, questa divisione si traduce in una discriminazione sulla base della nazionalità che, anche se non voluta, produce i suoi effetti concreti intorno alla zona di Porta Venezia. In giro per le vie del quartiere incontriamo gruppi di eritrei che fanno la spola dai giardini del Lazzaretto al parco, tra via Tunisia, viale Vittorio Veneto, via Lecco, Piazza Oberdan. Alcuni sono veramente giovanissimi. Il loro paese non gli ha mai offerto nulla. Non hanno finito gli studi ma parlano correttamente diverse lingue, tante quante i luoghi che hanno attraversato nel loro percorso. Ai centri per Minori Stranieri Non Accompagnati preferiscono la compagnia dei connazionali con cui hanno condiviso il viaggio. Alcuni attendono l’ora del pasto, altri aspettano che gli operatori dei dormitori per senza tetto li accompagnino nei centri. Altri ancora si preparano per un’altra notte all’aperto. C’è però anche chi è pronto a partire. Come in via Aldini, anche qui il mercato dei diritti è un business. In questa zona gli affari sono gestiti soprattutto da migranti del Corno d’Africa. Non è un fatto razziale, ma linguistico.

Via Aldini: trattative di confine

Lasciamo Porta Venezia con l’amaro in bocca e ci muoviamo verso via Aldini. E’ lì che abbiamo occasione di parlare a lungo con chi è ospitato nel centro. Non possiamo entrare perché non siamo riusciti a contattare nessuno in tempo utile per un’autorizzazione. Scambiamo poche parole con la responsabile della struttura e quando usciamo ci tratteniamo a lungo con tre operatori. E’ un periodo di straordinari e di turni massacranti. Sembrano molto stanchi. Da qualche giorno la struttura si è allargata occupando anche la palestra che sta sul retro. Lì sono state posizionate decine di brande sulle quali hanno preso posto le ultime famiglie arrivate nei giorni scorsi, quando i centri sembravano al collasso. Ora gli ospiti sono circa 450 e più della metà sono bambini. E’ il centro di accoglienza più grande. Non ci sono attività all’interno. I corsi di italiano, l’assistenza legale, l’avviamento al lavoro non servirebbero a nulla. Questo è un luogo temporaneo di sosta. Il luogo in cui si riposa in attesa di contrattare la tappa successiva del viaggio. C’è solo un gruppo di volontari che durante il giorno fa giocare i bambini. Gli operatori invece si dedicano alla gestione dei posti, alle pulizie, ai pasti, all’organizzazione degli spazi. Non hanno certo l’aria dei missionari. Parlano diretti, senza tanti giri di parole. Non si perdono in formule di rito e discorsi convenzionali. Ma trattano i migranti con una dignità apprezzabile, senza atteggiamenti paternalistici. In questi mesi ne hanno visti centinaia passare di lì ed altrettanti ripartire salendo nelle macchine dei passeur. Qualcuno ha imparato anche qualche parola di arabo.

Il centro di via Aldini ospita circa 450 profughi. Più della metà sono bambini

Intanto, a gruppi, i profughi siriani entrano ed escono dal centro che chiude ufficialmente le porte a mezzanotte, anche se durante la notte il via vai delle partenze è continuo: una fila di auto pronte a partire con decine di persone cariche di speranza ma con le tasche ormai vuote. Stringono per mano i bambini o li tengono in braccio. Sono felici perché sono riusciti a portarli fin qui vivi dopo il viaggio in barca. I primi ad arrivare nel centro, nell’ottobre 2013, erano soprattutto medici, avvocati, docenti, dicono gli operatori. La “classe dirigente” siriana responsabile, secondo il regime, di appoggiare le forze anti-governative. Ora la composizione è leggermente cambiata ma si tratta di persone che in Siria avevano un lavoro, un’attività, una casa, una vita “normale”. Erano commercianti, ristoratori, operai, insegnanti ed hanno perso o venduto tutto prima di partire.

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"Siamo qui da due giorni. Tempo di riprenderci dall’estenuante traversata via mare. Aspettiamo di contrattare il prezzo del viaggio verso la Germania per poi ripartire. Se tutto va bene domani notte lasceremo l’Italia". Ahmed** è scappato da Homs nel lontano 2011. La sua casa è stata rasa al suolo, parte della sua famiglia arrestata e torturata dalle forze del regime siriano. La sua mano trema quando ci mostra una foto della sua Siria ormai distrutta. Palazzi rasi al suolo, macerie e detriti. "La mia casa era al terzo piano di questo edificio". Da tre anni la famiglia di Ahmed è in fuga, alla disperata ricerca di un luogo dove stabilirsi e ricominciare a vivere. "Tutto questo non lo faccio per me, ma per i miei figli, per garantire loro una vita degna, sono loro la Siria del futuro".

"Milano è una tappa strategica del nostro percorso. E’ qui che organizziamo il nostro viaggio verso nord. Lo sanno tutti. La contrattazione con i passeur avviene in questa strada. Si avvicinano, contrattiamo sul prezzo e poi partiamo". Rami**, originario di Damasco, è arrivato in via Aldini con la sua famiglia una settima fa ed è ben informato su tutti i prezzi. La sua destinazione è la Svezia. Sta aspettando di ottenere da amici e parenti i cinquemila euro necessari per arrivarci.

Ma c’è anche chi non riesce a partire come Mohammad**, arrivato a Milano da oltre un mese. Non ha soldi per andarsene. Stringe al petto il più piccolo dei suoi figli, di soli due anni, mentre la moglie e gli altri quattro bambini sono già andati a dormire in una delle numerose stanze del centro. "Duemila euro per la Germania: questo è il prezzo più basso che sono riuscito ad ottenere. Ma io non ho più un centesimo. Per arrivare fino a qui ho pagato più di diecimila euro. Non voglio partire in treno perché il 90% delle persone che lo prendono vengono bloccate in frontiera e rispedite in Italia. E non voglio nemmeno chiedere asilo qui. Non c’è lavoro, la procedura per ottenere lo status di rifugiati può durare anche un anno. Desidero un futuro diverso per i miei figli".

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Quando li salutiamo ci rimettiamo sulla strada del ritorno senza sprecare troppe parole. Quello che abbiamo visto non lascia tanto margine a commenti di ogni sorta. In queste poche ore trascorse nel capoluogo lombardo abbiamo toccato con mano lo scarto che esiste tra ciò che è detto e ciò che accade, tra realtà e retorica, tra ipocrisia e diritti. Roma, Bruxelles, la politica, sembrano lontani anni luce. Eppure contano. Perché l’imponente macchina del confine non smette di lavorare, selezionando chi e come attraversa le frontiere. L’Italia intanto continua i suoi schiamazzi verso l’Europa, di cui peraltro fa parte. Protesta contro il Regolamento Dublino ma lo applica senza pietà ai porti dell’Adriatico dove respinge senza neppure far scendere dai traghetti che arrivano dalla Grecia gli stessi siriani ed eritrei che usa per la partita elettorale europea.
Eppure sono in crisi. L’Europa, e con essa l’Italia, ora come non mai, sono alla ricerca di nuove ricette per ridisegnare i loro confini ormai sfacciatamente piegati di fronte alla spinta di chi li attraversa. Finora non hanno fatto altro che scrivere le regole su cui regge il mercato dei trafficanti di uomini.

Durante la prima decade di giugno i Ministri dell’Interno UE si troveranno a discutere di questi temi. parleranno di asilo, condivisione delle responsabilità e soprattutto di confini e pattugliamenti. Sembra il preludio al Consiglio europeo che si riunirà a Bruxelles il 26 ed il 27 dello stesso mese. E’ lì che al primo punto dell’ordine del giorno è prevista la discussione sulla “programmazione legislativa ed operativa nello spazio di sicurezza, libertà e giustizia”, come era stato deciso nel Consiglio di ottobre, poco dopo la strage di Lampedusa. Ma quelle bare davanti a cui sfoggiare inchini e lacrime sembrano lontane. Negli stessi giorni arriverà nella capitale belga anche una carovana che sta attraversando l’Europa per rivendicare libertà di movimento. E chissà che quegli stessi giorni non siano anche l’occasione per i movimenti che stanno preparando le iniziative europee contro il vertice sulla precarietà giovanile a Torino, previsto l’11 luglio, per costruire un vero canale umanitario verso nord. Perché la precarietà in Europa sono anche i confini. La spinta arriva dalle discussioni nate intorno alla Carta di Lampedusa. Il sogno è un treno che porti centinaia di persone al di là della frontiera nord, alla luce del sole, senza essere costretti a nascondersi come criminali, senza pagare un euro ai mercanti dei diritti, rivendicando l’apertura di quelle fastidiose e violente barriere, anche interne, che più di ogni altra cosa descrivono oggi lo stato di salute del Vecchio Continente. Sarebbe un’ottima occasione per iniziare a ridisegnare insieme un’Europa diversa, una nuova opportunità di rilanciare la sfida ai suoi confini. Quelli che uccidono, quelli che ingabbiano, ma anche quelli che si comprano.

(*) Grazie a Lorenzo Bagnoli, Federica Sossi, Ilaria Sesana, Mussie Gennuso e molti altri per le informazioni condivise
(**) Nome di fantasia

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