Metropoli e territorio

di Giovanni Pagano*

17 / 3 / 2009


"la tranquillità è importante ma la libertà è tutto"
Mappe della libertà -Assalti Frontali


"la paura ti rende prigioniero, la speranza puo renderti libero"
dal film le ali della libertà



E se all'improvviso tutto ciò in cui credevi scricchiola? E se la città che pensavi di conoscere cosi bene cambia volto e si tramuta in un incubo?
Non è una sogno finito male ma ciò che tanti e tante hanno pensato dopo il brutto episodio che ha colpito Marco Beyenne 22enne salernitano, italiano (forse ma perché noi siamo ancora qualcosa di definibile all'interno del meticciato metropolitano?), lo stupore di sapere che anche Napoli non è immune a quello che succede nel nostra società globale. Ma non tutti si sono resi conto che questo processo di imbarbarimento sociale viene da molto lontano, e si perché marco l'ha scoperto ieri insieme a tanti ma noi l'abbiamo visto avvicinarsi come una bestia nella notte delle foreste di cemento in cui viviamo.
Di sicuro le nostre città non sono più quelle di 10 anni fa, hanno già introiettato la componente migrante, la nostra lingua, i nostri gesti, la cucina, la cultura ne sono pieni. Ma questo processo inevitabile di globalizzazione, cozza con i progetti di governance dei legittimi processi di fuga della componente migrante e della sua forza lavoro. In un periodo come questo, di grossa crisi economica e di assenza di una classe subalterna che abbiamo piena coscienza della sua condizione di classe come negli anni passati, la necessità da parte della governance di avere conflitti sempre più acuiti all'interno della composizione metropolitano diventa una scelta strategica. Ed ecco che il razzismo diventa una nuova forma di controllo dei processi di integrazione e di controllo sul mercato del lavoro, e inevitabilmente le metropoli sono lo scenario in cui si applica questa forma di governo dei flussi. L'utopia di poter far a meno della forza lavoro migrante è oramai chiara, mentre meno lo è quella della scelta del paradigma securitario come forma di pressione sulla componente indigena rispetto a quella meticcia.
Ma le resistenze a questo processo si danno la dove il meticciato non può essere fermato e cioè nelle metropoli stesse che nella propria natura sono già qualcosa che non può essere ricondotta a un tempo e uno spazio lineari. Vivono di flussi e di scambi che si susseguono scompongono di volta in volta la propria essenza, ma non per questo le metropoli sono senza contraddizioni, anzi i passaggi non sono mai indolore.
Ma dentro la consapevolezza che questo processo di integrazione e inarrestabile, il quadro della governance globale cerca di creare nuove paura per distogliere l'attenzione dal conflitto quello vero e ciò sul fallimento del neoliberismo. La crisi che avanza e i suoi futuri effetti nefasti fanno troppa paura, l'impoverimento di massa diventa un problema da prevenire con grandi dispiegamenti di polizia e di militari direttamente nelle city delle nostre città.
Cosa possiamo contrapporre a questi processi? Come si fa a uscire dalla crisi evitando la sua deviva di destra? Come si riconosce nella componente migrante la vera parte portatrice sana di rinnovamento all'interno delle nostra metropoli?
Forse qualche risposta il movimento dell'onda ha provato a darle. Una generazione che è già meticcia che fa delle differenze il proprio patrimonio culturale che vive nelle strade delle metropoli innervandole di tutto il suo portato.
Proprio sul post autunno del onda vorrei fare alcune riflessioni, perché l'aggressione vile a Marco Beyenne è arrivata mesi dopo la grande eccedenza del movimento, ma c'è un filo che lega le due cose. Senza l'onda Napoli non avrebbe mai visto la reazione cosi forte del movimento antirazzista, un corteo di più di cento persone convocato in poche ore ha girato per ore le vie del centro storico, in sabato sera di marzo. Senza paura , senza dover temere ciò che da destra e sinistra è visto come il problema del centro storico ormai da anni, bande di ragazzi sui motorini o la barbarie che dovrebbe nascondersi nei vicoli, con la gioia di chi sa che quelle sono le sue strade.
Qualcosa di incredibile ha scandito quella notte come le tanti notti di fine ottobre che hanno visto decine di cortei notturni, la voglia di mostrare che un nuovo modo di pensarsi esiste.
Ma credo che questo sia solo un esempio da tenere presente nell'analisi della fase, i problemi sono tanti e l'onda è solo uno dei tanti laboratori su cui investire in questa fase. Di sicuro l'onda napoletana non avrebbe messo in campo tutta la sua forza, anche in una città cosi difficile, se non avesse saputo mettere al centro del suo agire la questione delle relazioni con i territori.
Punto necessario da cui ripartire per tessere le fila di un'opposizione reale alle politiche di questo governo, l'integrazione è un processo che nasce nei territori e la nostra capacità di attraversarli determina anche gli scenari possibili, non esistono vuoti in politica ,la lega ne è la dimostrazione, e dobbiamo saper cogliere questa lezione. Ma ciò che è al centro della riflessione non è tanto la volontà di costruire una narrativa vincente del movimento studentesco o un'auto celebrazione di chi ne fa parte, ma di mettere al centro la costruzione di nuovo spazio pubblico. Perché l'analisi sull'Onda non può esaurirsi qui, tanti sono stati i limiti, ma di sicuro la ripresa dello spazio pubblico trova una nuova centralità oggi. La ridefinizione dei rapporti all'interno di questo spazio sono cosa più complessa anche perché passano attraverso forme di integrazione anche differenziate. In questo Napoli diventa un laboratorio davvero molto interessante, esperienze di comitati territoriali di difesa della salute e dell'ambiente oggi sono i cristalli da osservare per comprendere meglio il funzionamento dei territori e delle pratiche di autorganizzazione. In questa città dalla mille contraddizioni dove nei mesi scorsi ci siamo trovati a difendere i migranti di via dell'avvenire a pianura dalla stessa gente che mesi prima lottava per difendere il proprio territorio dall'apertura della discarica; oggi siamo in un clima diverso, parliamo della costruzione di una nuova forma di cittadinanza all'interno dei territori che veda l'integrazione come unica soluzione al problema.
Entrambe le pulsioni si quella di via dell'avvenire che quella legata alla vicenda di Marco, sono pulsioni moltitudinarie, ma la capacità di dare un segno positivo a una delle due sta tutta alla capacità delle soggettività di movimento di agire nei territori e nei conflitti. Ed è questo che dobbiamo essere in grado di fare, agire il conflitto e trasformarlo in rabbia, provando a infondere la consapevolezza che là dove la forza sociale agisce riesce anche mettere in crisi i processi di comando e di controllo all'intero dei nostri territori e delle nostre vite. Pianura e Chiaiano hanno segno opposto, cosi come l'aggressione a Marco e il processo di rifiuto del razzismo, ma tutte queste esperienze vanno analizzate nella prospettiva di dotarsi di strumenti per comprendere i possibili scenari futuri che si prospettano tutt'altro che rosee.
E dobbiamo avere la capacità di provarci anche in quelle realtà dove ormai da tempo la barbarie regna sovrana, come solo ordine vigente, luoghi in cui solo la legge della paura della sopraffazione garantiscono la sopravvivenza. E bene noi non abbiamo paura e dobbiamo riuscire a farsi che questo noi sia sempre più largo, non abbiamo altre speranza se non quella di definire un nuovo noi che sappia agire anche da rifugio nei momenti come questo in cui c'è bisogno di tutta la nostra intelligenza per uscire dalla crisi in cui siamo.
Senza il comune c'è la barbarie!

* studente Orientale 2.0 in Onda

Foto di Alternative visuali

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