Manduria - Le mappe della libertà

1 / 4 / 2011

Al "CAI" di Manduria si continua ad essere investiti da sensazioni altalenanti, incerte. Clima strano, a volte indecifrabile, altre volte cosi limpido da rendere superflua ogni considerazione ulteriore, quello che si respira nei pressi della nuova zona di coscrizione pugliese. L’elemento di certezza, che trova conferme anche nella giornata odierna, risiede nella circostanza per cui nel centro di detenzione di Manduria, al di là delle estemporanee formulazioni lessicali elaborate del governo, si manifesta chiaramente la disastrosa potenza normativa delle destre Italiane ed europee. Gli ulteriori scavi che conterranno i nuovi pali portanti della rete metallica, molto più profondi dei primi, ci indicano di un’ulteriore recinzione, pare di quattro metri, che in queste ore verrà eretta a segnare ulteriormente il limite esterno. Il sorgere all’interno del campo stesso di numerosi confini divisori ci racconta di come le scelte sistemiche di creare di continuo sottoclassi, di separare, di schematizzare, di dividere, accompagnino, anche qui a Manduria, ogni politica di gestione dell’emergenza.

Tutto questo rilevante sistema di prigionia risulta avvolto, oggi ancor più che nei scorsi giorni, da un’atmosfera decisamente spettrale. Le testimonianze dei ragazzi tunisini che, avendo presentato domanda di protezione internazionale (pare siano circa 240) ed avendo ricevuto un documento che attesti la richiesta inoltrata, hanno la possibilità di lasciare la struttura ci parlano, a più voci, di un campo che, nei fatti, in attesa dei nuovi arrivi di domani, si sta svuotando. Qualcuno parla di quattrocento, qualcun’altro di trecento, a fronte di una presenza attuale (solo teorica) di più di 1300 ospiti coatti. Mentre proviamo a ragionare di numeri, il timore che chi gestisce il campo abbia deciso di favorire in qualche modo la fuga prima che i migranti potessero fare richiesta di protezione internazionale viene sostituita, immediatamente, da immagini aperte, distensive, colorate.

Mentre immaginiamo i fratelli tunisini in attesa di un autobus a Roma, su di un treno in direzione Torino, o già oltre il confine, a Bruxelles o Lione, ci giunge la notizia di un incontro, ancora una volta fortuito, e proprio per questo ricco di suggestioni difficilmente descrivibili. Un’attivista in lotta per i diritti dei profughi di guerra che, per in cerca di adeguata formazione, si sposta dal profondo sud verso centri di universitari più a nord da una parte, un paio di migranti in fuga da Manduria verso Milano e Parigi dall’altra. Un treno, che fila via veloce. Sguardi rapidi, istintivi. Basta un cenno, un saluto, un sorriso e si materializza ancora una volta la vicinanza emotiva tra chi percepisce sulla propria pelle, nelle mille differenze, quanto sogni e desideri che accompagnano chi si sposta per il mondo siano, in qualche modo, contigui. I racconti narrano, come sempre, di tragedie in mare, di polizia onnipresente e di voglia di correre via, a perdifiato.

I soliti momenti di contatto occasionali, precari e fugaci tramite l’odiosa recinzione, quest’oggi ci narrano di come il sogno di una svolta individuale alla ricerca di una vita dignitosa coabiti, assai spesso, con la voglia di mettere a sistema il proprio corpo con le tante e i tanti, ovunque nel mondo, sentano i medesimi desideri e le medesime passioni. Oggi, al di là della rete, la voglia di un mondo diverso ha la sonorità di un fragoroso Berlusconi merde, un sacrosanto Vive la liberté ed ha le sembianze di una raffigurazione del Che, un po’ stropicciata, tirata fuori da una tasca a brandelli. Ci ricorda perché siamo lì. La rivolta è un bisogno esistenziale, ancor prima che politico, che unisce sponda settentrionale e meridionale del mediterraneo, culture e regioni. Vogliamo tirarli fuori tutti.

Anche oggi ci arrivano suggestioni che ci raccontano dei soliti, splendidi, continui contatti informali. Di indicazioni, di suggerimenti. Di numeri di telefono e di cartine. Di volantini redatti in francese ed arabo con ogni tipo di informazione utile. Di un viaggio per Pescara fatto insieme, attivisti e migranti. Di passaggi in auto, spesso lunghissimi. Di letti disponibili e pasti finalmente caldi. Di vite in fuga, da nord al sud, dall’alto in basso. Nell’eterna attesa in questa prigione a cielo aperto le mappe della libertà, inusuali ed informali, si aggiornano di ora in ora. Si intersecano, si contaminano. Si alimentano a vicenda. Si mischiano.

* Campagna Welcome in presidio a Manduria

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Foto tendopoli a Manduria