Secondo capitolo della Libera Università Studi Suddalterni

LUSS - II° Capitolo. Fuori dal governo dell'emergenza

18 / 2 / 2011

"Fuori dal governo dell'emergenza"

Lunedi' 28 Febbraio , ore 16:00

Università Federico II - Facoltà di Lettere - Porta di Massa, Napoli
Aula Franchini

Introduce e modera : Leandro Sgueglia - LUSS

Interventi :

Francesco Caruso - Ricercatore Univerasità della Calabria
Governo dell'emergenza ed etnicizzazione

Antonello Petrillo - Docente di sociologia Università Suor Orsola Benincasa Napoli
Territorio e governo dell'emergenza. Tra economia informale e federalismo

Antonio Musella - LUSS
Strumenti del governo dell'emergenza. Il dopo terremoto e l'emergenza rifiuti. Leggi 219/80 e 123/08

Tiziana Terranova - Docente Sociologia della comunicazione Università Orientale di Napoli
Stato d'emergenza, guerra d'informazione e razzismo di stato.

Intervento di traghetto verso il prossimo capitolo :

Anna Simone - Ricercatrice Università Suor Orsola Benincasa
Il genere e la microeccezionalità. Le ordinanze amministrative

LUSS / Seminari / Capitolo II

Differenti gradi d’eccezione –dalla decretazione d’urgenza alla costituzione di specifiche autorità commissariali, dalla compressione più o meno temporanea di diritti costituzionalmente protetti all’attribuzione di poteri speciali d’ordinanza in capo ad autorità locali o di polizia- avvolgono ormai in una trama sempre più fitta le istituzioni del liberalismo classico.

Esaurita ampiamente la spinta “progressiva” –welfarista- che aveva caratterizzato gli assetti istituzionali del secondo dopoguerra, definitivamente dissolti il compromesso capitale/lavoro e i luoghi tradizionali della sua composizione (contrattazione collettiva etc.) nella competizione generalizzata e globale di capitali e lavoratori, una configurazione perennemente emergenziale imprime la sua cifra sul complesso delle relazioni politiche del tardoliberalismo. Da un lato si svuotano di senso i dispositivi storici della democrazia parlamentare (rappresentanza), mentre le funzioni legislative vengono crescentemente sussunte all’interno della stessa azione governativa; dall’altro, sempre più frequentemente, si comprimono o conculcano del tutto i rapporti politici primari nella pratica reiterata del divieto di manifestare (“zone rosse”, militarizzazione di siti “sensibili” etc.), come nell’affidamento delle vite concrete di intere categorie di soggetti –sia “non cittadini” (migranti, enemy aliens…), che “cittadini” (per esempio gli abitanti di zone “particolari”- ad autorità appositamente costituite e luoghi “speciali” nei quali il diritto ordinario è sospeso.

Le emergenze contemporanee offrono naturalmente allo sguardo molteplici piani di contiguità e continuità con le antiche pratiche dello “stato d’assedio” ottocentesco, ma presentano anche numerose faglie di discontinuità e rottura. Non solo esse conoscono procedure d’instaurazione assai più “agili” rispetto al passato (sì da risultare frastagliate in una miriade di micro-sospensioni della norma a carattere tendenzialmente permanente, senza che vi sia bisogno alcuno di solenni e qualificati pronunciamenti parlamentari), ma pongono al centro della propria tutela non più e non tanto la necessità di difendere lo stato come apparato ordinamentale, quanto la sua funzione governamentale. A fondamento diretto e base di legittimazione dell’eccezione si pone, infatti, sempre più esplicitamente, la cura biopolitica della popolazione, la tutela della public safety, intesa come protezione della vita biologica e insieme delle risorse, dei beni e dei servizi a essa ritenuti indispensabili.

Le definizioni correnti di tali essentials of life, contenute nei documenti ufficiali dei governi, non lasciano adito a molti dubbi circa l’oggetto di tale “speciale protezione”: non solo salute pubblica, forniture di gas ed energia, trasporti, ma anche “livelli di consumo acquisiti” e un insieme di interessi direttamente economici ritenuti indispensabili ai fini del mantenimento della vitalità dell’economia globale e dell’accesso ai mercati-chiave e alle risorse strategiche. La contrazione della dimensione politica degli stati nazionali a vantaggio di quella economica, operato dal meccanismo della competizione su scala globale, ha trasformato profondamente il regime d’eccezione. Se esso resta il luogo per eccellenza della manifestazione della pura forza dello stato, alla sua massima intensità, il suo obiettivo muta, nondimeno, profondamente: alla tutela dello stato in quanto apparato politico si sostituisce quella dello stato in quanto conglomerazione d’interessi economici locali all’interno della competizione globale. Non casualmente, oggetto delle misure d’eccezione sono spesso le zone più grigie dell’attività economica, quelle sospese tra legalità e illegalità, quelle più suscettibili di generare stridenti conflitti con gli interessi complessivi delle popolazioni locali. Il caso delle industrie nocive, dei rifiuti tossici, degli impianti per la produzione energetica e della militarizzazione della loro gestione appare, da questo punto di vista, estremamente emblematico, così come la scelta dei territori all’interno dei quali localizzare tali attività. La costituzione di speciali enclaves “a diritto attenuato” non sembra del tutto estranea alla stessa ispirazione “federalista” che anima da qualche anno la discussione pubblica nel nostro paese.

Appare, perciò, di importanza decisiva indagare a fondo su ciò che tiene insieme, nel Mezzogiorno d’Italia, il regime locale di utilizzazione dei suoli e le grandi economie deterritorializzate, le economie “informali” che ne caratterizzano il territorio e la trasformazione sincrona delle relazioni industriali all’interno della grande economia emersa, le emergenze cicliche e i dispositivi dell’eccezione, l’asserita tutela della pubblica incolumità e l’occultamento della devastazione dell’ambiente, la protezione dei livelli di benessere acquisiti implicita nei dispositivi emergenziali e la precarizzazione del lavoro. Territorio, sicurezza e popolazione costituiscono un trinomio inscindibile al tempo della governamentalità biopolitica e delle sue fuoriuscite emergenziali: tanto più nel Sud, a maggior ragione in Campania, gigantesco laboratorio per il dispiegarsi dell’emergenza “terremoto” prima, di quella “criminalità” e di quella “rifiuti” poi…

Allo stesso modo, occorre investigare le modalità attraverso le quali il dissenso viene gestito all’interno della pratica emergenziale. Di estremo interesse appare, in proposito, l’analisi delle forme comunicative che accompagnano le emergenze contemporanee; nella loro gestione, il terreno della comunicazione si svela altrettanto strategicamente significativo di quello “militare”: l’amplificare a dismisura la percezione sociale di alcuni rischi, il minimizzare o tacerne del tutto altri e, al contempo, l’isolamento e la demonizzazione di ogni forma di dissenso, costituiscono ingredienti per nulla secondari della ricetta emergenziale. Non è un caso che gli “oppositori” siano costantemente ricondotti a una dimensione a-storica e a-sociale, etnicizzati nella maschera fissa di una barbarie atavica che si opporrebbe alla civiltà e al progresso, veri “nemici biologici”, minaccia allo stato puro per la salvezza del corpo sociale. Le caratteristiche ascrittive –la “razza”, il genere etc.- divengono così la base per l’emanazione di provvedimenti singulatim, sospensioni locali del diritto ordinario che possono di volta in volta eleggere a bersaglio un territorio, una condizione sociale, una tipologia di condotta…

Queste linee di analisi si accompagneranno, nel seminario, all’esplorazione delle forme del conflitto e della resistenza che tali assetti, pure, non mancano di generare in misura crescente: comprenderne ragioni e potenzialità, a partire dai nessi che ne tengono invisibilmente insieme le differenti cristallizzazioni locali appare, infatti, un’operazione non più procrastinabile.

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