L'università ai tempi del coronavirus

1 / 3 / 2020

Chiudono le scuole, le biblioteche, i musei e i locali: in tempo di emergenza i primi luoghi ad essere svuotati sono quelli dell'aggregazione e dell'istruzione. Uno studente del collettivo universitario Li.S.C. di Venezia, sotto forma di diario, racconta le contraddizioni delle misure adottate da università e grandi aziende per mantenere il livello di produttività – quando non lo incrementano – attraverso le piattaforme di e-learning e le modalità di smart-working.

Ore 7:30, la sveglia suona precisa, incurante dei tempi stravolti di questi giorni folli. Non slitta, non si ferma, non si spegne, lei. Regolare, precisa, prosegue nel suo moto costante e implacabile. Sembra essere rimasta l'unica, in questo mondo affogato nella psicosi. L'accensione dello schermo televisivo me lo conferma anche oggi, mentre mi preparo la colazione: solita carrellata di volti politici (falsi) preoccupati, governatori in mascherina, esperti presunti, tutti con l'obbiettivo di sganciare bombe di paura e terrore. Rimango catturato da tutti questi ministri della paura, non riesco a spegnere il tubo catodico, ma seguire le centinaia di dichiarazioni mi risulta impossibile. Finisco la magra colazione, apro il computer. Cerco le uniche notizie davvero interessanti, quelle del sito universitario, nella ricerca angosciante di una risposta al dubbio atroce che pervade ogni mia giornata: ci sarà lezione oppure no? Oggi Ca’ Foscari saprà sconfiggere il terrore e aprire, finalmente, le sue porte? 

Purtroppo, il rettore non vuole assumersi rischi e per non dover rispondere a lamentele e richieste di studenti che chiedono come verranno recuperate lezioni, seminari, esami e lauree decide di mettere una pezza. Le lezioni da lunedì riprenderanno, ma per via telematica. 

Evito di incazzarmi, il fegato già troppo amaro da queste giornate difficili. Decido di uscire, respirare, godere di una città forse vuota, ma difficilmente così vera, reale. Le notizie rigonfie di paura si squagliano alla luce del sole: nessuna traccia di panico, nessun assalto ai supermercati, nessuna mascherina, la vita scorre, fregandosene di inutili allarmismi e stupidi inviti a rimanere chiusi in casa, che prendere il virus è un attimo. La vita, il sole, i sorrisi delle persone reali, non quelle dipinte sullo schermo della TV, ormai trasfigurate in maschere della peste in preda al terrore. Tutta questa bellezza, tutta questa realtà si spalanca dinnanzi a me, si apre, generosa, al mio sorriso. Già, almeno lei, si apre. Troppe volte la parola chiusura ha intasato il mio udito in questa settimana: chiuse le università, chiuse le biblioteche, chiusi i teatri, chiusi i cinema, chiuse le scuole, chiuse intere città, chiusi, chiusi, chiusi, a fermentare paura, isolamento e ignoranza, che si concretizzano in assurde ricette per amuchine fai da te e personaggi di dubbio gusto che spiegano come lavarsi le mani nel modo corretto.

Ma in fondo non è certo quello il problema, penso. Una sparuta minoranza in preda al panico, esaltata da politicanti e giornalisti, non può essere il vero problema, e la vita che mi circonda ne è conferma.  

Il problema, semmai, è chi la vita l'ha fermata, sono i luoghi dove la vita non scorre più.  E il pensiero torna, ancora, alle porte chiuse del mio ateneo, alle lezioni sospese, anzi no, fatte online.  Ma come si può pensare seriamente a delle lezioni online? Seguire da dietro uno schermo lo sciorinamento di dati e asettiche slide segue delle precise parole d'ordine come isolamento, automazione, apprendimento unilaterale. Le lezioni, quelle vere, quelle fatte in un’aula, sono proprio l'opposto: scambio, maturazione di saperi critici e collettivi, messa in discussione. Un'università, un rettore, non possono certo ignorarlo: il sapere è seme e frutto collettivo, non individuale. La decisione di svolgere delle lezioni online maschera dunque (proprio come le mascherine) una precisa volontà politica e linea culturale: quella di sperimentare un sapere distopico, fintamente innovativo, tutto finalizzato a portare, ancora una volta, una ventata insalubre di neoliberismo nell'istituzione universitaria. Infatti, se da una parte la chiusura dell’università ritarda una serie di eventi (lezioni, lauree, ricevimenti), dall’altra la presunta “innovazione” in realtà è stravolgimento della didattica. Meglio ancora, è una vera e propria sperimentazione sui nostri corpi e sulle nostre menti, la sperimentazione di un sapere e di un'università ancora più schiacciata sull'individualismo e su saperi sterili, acritici, finalizzati semplicemente al riprodursi di pratiche e ideologie liberiste che hanno appestato (loro si!) il nostro mondo. 

E c'è di più. Seguo le lezioni online, davanti a uno schermo, seduto in soggiorno. Mi guardo intorno mentre ascolto la voce leggermente distorta del professore e vedo il disordine, le tazze sporche della colazione, le briciole sul pavimento. Quante probabilità ho di lasciare tutto così, e di continuare ad ascoltare senza sistemare, pulire, cucinare? Penso a tutte le persone che come me dovranno studiare o lavorare da casa, penso soprattutto alle donne, alle ragazze cui il lavoro di cura è generalmente demandato. Rimarranno concentrate su una cosa o verranno – quasi inconsapevolmente – costrette a far convivere studio/lavoro e lavoro domestico? In quale misura l'informatizzazione dell'educazione aumenta la produttività e grava sul carico mentale?

Svolto l'angolo, imbocco la calle, i passi mi conducono quasi automaticamente al solito bar, oasi in cui ripararsi da tutti questi pensieri che ormai affollano la mia mente. Saluto l'amico barista, ridiamo del virus, ordino un caffè. Ricado nel solito errore e apro il giornale, ma cerca di rimediare saltando le prime 26 pagine, e in un salto di pagine il corona virus sparisce. Sezione cultura e lavoro (eh?), articolo esaltato ed esaltante su uno dei nuovi mali che si appresta a invadere le nostre vite: lo Smart working. Una vita passata a lavorare, sempre, ovunque, a qualsiasi ora, spacciata come la svolta del secolo, come la possibilità di lavorare meno, più comodamente, più vicini ai propri cari (lavorare attaccati a uno schermo d'altronde è il modo migliore per passare del tempo con chi si ama...). L'articolo si conclude con un auspicio che suona più come una minaccia: chissà che questo virus non sia l'occasione per dare uno slancio alla pratica dello Smart working. In un attimo, unisco i punti. Torno con il pensiero agli anni in cui la mia università sbandierava gli stage come nuova frontiera occupazionale, come la soluzione alla disoccupazione imperante. 

"Vi diamo la possibilità di lavorare con grandi aziende, vi spalanchiamo le porte del mondo del lavoro" recitavano ossessivi rettori e ministri. Pochi anni dopo, la dura realtà: intere generazioni di universitari (ma anche di studenti medi) costretti da piano di studi a lavorare gratuitamente per colossi aziendali che, dopo averli sfruttati fino all'osso, li rigettano in un mondo fatto di lavoro nero e false promesse contrattuali. Anche lì, il copione era stato il solito: volontà di progettare un'università sempre più votata alla produttività piuttosto che al sapere, cogliere al volo l'occasione di un'"emergenza" (in quel caso, quella della crisi economica e occupazionale), sperimentare nuove pratiche e una volta affinate e legittimate applicarle poi per tutti gli anni futuri. E così, in pochi anni, lo stage retribuito e utile al curriculum si è trasformato in lavoro gratuito obbligatorio. Questa storia delle lezioni on Line e dello Smart working non è forse la stessa cosa? Non c'è forse la stessa identica intenzione, la stessa volontà di procedere con questa modalità? Un giorno sarà tranquillamente accettato che lezioni collettive e fatte di scambio di saperi siano solo un retaggio, sostituito da una più comoda, performativa e produttiva lezioncina online? "Non hai sempre sognato di fare lezione stando vicino al tuo animale domestico o al tuo partner, comodamente seduto sul divano?".  La sola immagine della possibile pubblicità mi fa venire il vomito. Devo uscire dal giornale e dal bar. Pago il caffè, saluto il barista, scappo verso nuove calli.

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