Lo abbiamo detto, lo abbiamo fatto!

Note sullo sciopero sociale napoletano

16 / 11 / 2014

Scriviamo con addosso ancora la stanchezza di chi ha macinato 15 chilometri di corteo, la mattina di un novembre napoletano che non ha nessuna fretta di diventare inverno. Scriviamo con la felicità di chi ha macinato quei chilometri con più di 15.000 persone. Una piazza interessante, con una composizione complessa, realmente meticcia, specchio del tessuto proteiforme di una metropoli meridionale: lavoratori precari, dal settore dei servizi all'università, migranti, disoccupati, neet. E, soprattutto, un mare di studenti. Un dato con il quale bisogna fare i conti per capire come leggere la fase, ma soprattutto per trovare gli strumenti adatti a continuare il lavoro, arricchire in prospettiva quel "kit dello sciopero" che, territorio per territorio, abbiamo provato ad elaborare.

Per farlo però, bisogna cominciare con il liberarsi - finalmente - di una lunga sequela di narrazioni reattive, tossiche, paralizzanti costruite attorno al nodo crisi-movimenti, perché ci hanno fatto perdere fin troppo tempo!

Ci è stato detto che l'unico conflitto possibile è quello orizzontale, dei non garantiti contro i garantiti, dei cittadini contro i migranti, degli eccellenti contro i non meritevoli:  la giornata del 14 dimostra che c'è una generazione non disponibile a cedere al ricatto della competitività neoliberale, capace immediatamente di porsi al di là di ogni interesse di settore e parlare la lingua della giustizia sociale sans phrase. La richiesta di un reddito universale incondizionato, sganciato dalla prestazione lavorativa, è infatti richiesta di redistribuzione della ricchezza socialmente prodotta tout court, senza nessun bisogno di distinguere meriti nel mare magnum delle forme legali o illegali di sfruttamento e coercizione al lavoro. La richiesta di un salario minimo europeo va insieme a questa prima richiesta, perché il welfare non sia mai più la stampella dell’impresa, un modo per intensificare lo sfruttamento della forza lavoro subappaltando al pubblico gli oneri della sua riproduzione.

Ci è stato detto che non esiste forma organizzativa possibile al di fuori delle forme classiche di sindacato novecentesco: ieri abbiamo dimostrato – nelle pratiche di lotta, non nei dibattiti teorici – che è possibile, praticabile, uno sciopero sociale, dentro il quale costituire alleanze inedite tra tutti i segmenti metropolitani che compongono il corpo cangiante della moltitudine. Cangiante perché è un corpo che non è mai dato prima, non è mai definito oggettivamente (da un dato etnico, da una tipologia contrattuale, da una specifica mansione), ma si compone invece nella disponibilità a processi pattizi, congiunturali: incrociare le braccia per incrociare le lotte, si è detto. Questo sciopero è fatto da forme di blocco reale della circolazione di merci e persone nelle arterie della metropoli. Riproduce le pratiche del movimento dell’Onda, il primo movimento europeo che ha messo al centro i temi della crisi, della generazione no future, dei saperi come produzione di alternativa alla presunta neutralità delle tecnocrazie europee (dovremmo ricordarlo quando diciamo, troppo leggermente, che in Italia non c’è mai stato un movimento contro la crisi). Già nel 2008 si cominciò ad utilizzare la partecipazione come forma di radicalità in quanto tale, si capì che migliaia di corpi serrati insieme (grande cuore e buone gambe) non si possono arrestare, scalpitano e travolgono, vanno dove vogliono. Hanno dalla loro l’imprevedibilità, poiché la loro corsa è meno interessata all'obiettivo (questo o quel “palazzo del potere”, dove ormai trovano posto onorevoli ragionieri che ratificano decisioni imposte dalla governance europea ) ed è più interessata al percorso (la scelta di lasciare il centro storico, sfilare per i quartieri popolari come già in occasione del 2 ottobre). Una corsa dinamica, capace di deviare all'occorrenza, schivare i posti di blocco, imboccare il vicolo giusto per lasciarsi i blindati alle spalle e paralizzare la città, per ore. 

Questo dato di partecipazione come forma del conflitto, come arma che fa male alla controparte va organizzato, praticato, esteso. Nasce prima di tutto da una fiducia collettiva, che coinvolge il corteo dal primo all’ultimo spezzone, nasce dalla condivisione costante, faticosa, lenta, dei ragionamenti, delle pratiche, da un esercizio di democrazia reale, nella quale nessuno dirige, nessuno forza, nessuna accelera. Il tema della leggibilità non come forma di compromesso, ma come strumento che potenzia la portata conflittuale di una giornata di mobilitazione. 

Sono cose che non nascono per caso, ma vengono fuori dal lavoro quotidiano sui territori politici che si attraversano. Non a caso premettevamo che un dato con cui fare i conti è l’imponente partecipazione studentesca ad una giornata che non era – in nessun modo – una giornata di contrapposizione ad una riforma dell’istruzione (che, in effetti, ancora nemmeno esiste). 

Con grande intelligenza le compagne ed i compagni degli studenti medi hanno lavorato nelle scuole non proponendosi come il pezzo studentesco (studentista) dello sciopero sociale – nella dinamica sclerotica della solidarietà tra studenti operai o nella prospettiva ormai puramente retorica degli “studenti come futuri lavoratori” – ma come parte integrante del precariato metropolitano, come soggetti da inserire nei nodi produttivi tramite lo strumento degli apprendistati e degli stage in azienda. Con grande intelligenza hanno saputo costruire un percorso di avvicinamento al 14 che ha preferito alla ritualità dell’autunno, la faticosa scelta di parlare con tutti gli studenti uno alla volta, moltiplicare le discussioni, le assemblee di istituto, le lezioni in piazza, fino a creare un discorso comune, maggioritario, condiviso da tutti. Un discorso che chiaramente si situa nella specificità geografica in cui quelle scuole lavorano: è così che, evidentemente, gli studenti di Acerra hanno saputo centrare la loro partecipazione sul nodo democrazia-territori-diritto alla decisione (sblocca-italia), così come il 7 novembre avevano fatto gli studenti flegrei a Bagnoli. Solo con questo dato di condivisione, chiarezza, capacità di comunicare possiamo spiegarci scene altrimenti eclatanti, come quella dei 200 studenti del Vico che si buttano in mezzo ad una strada, davanti ad una volante della polizia, per impedire il fermo di uno degli attivisti del collettivo. Se il lavoro di attivazione di quel circuito fosse stato solo annunciato, poco chiaro, interessato semplicemente a transumare un po’ di gente in piazza, avremmo avuto uno scenario molto diverso. Molto diverso sarebbe stato lo scenario a Corso Malta: bisogna aver lavorato certosinamente nelle scuole perché migliaia di ragazzi anche di tredici o quattordici anni si mettano a correre insieme verso la tangenziale, senza paura.

Questo stile nel lavoro politico va esteso in ogni ambito. È la quotidianità del dialogo, del confronto, della discussione anche accesa che riempie le piazze, molto più che il coordinamento e la sommatoria di ceto politico per svangare una giornata mettendo assieme un po’ di attivisti. Questo lavoro passa per percorsi di didattica alternativa, autogestione e occupazione nelle scuole e nelle università, per la necessità di tornare costantemente nei luoghi della grande distribuzione firmata che lo sciopero napoletano ha attraversato il pomeriggio, per la costruzione di comitati di base nelle periferie e nelle province che vincono quando sanno divincolarsi dalla logica emergenziale, dalla contrapposizione puntuale a questo o quel progetto di impiantistica e invece diventano presidi permanenti di democrazia reale, in grado di connettere le singole questioni territoriali in un orizzonte di senso (e di lotta) complessivo.

Questa prospettiva può costituire una prima cassetta degli attrezzi da mettere a verifica nel resto dell’autunno. A partire da questa prospettiva si possono guardare le date di sciopero di settore (il 21 novembre, sciopero dei metalmeccanici a sud) e quella dello sciopero generale. La generosità di chi ha creduto e lavorato alla data del 14 mette a disposizione di tutte e di tutti un armamentario, un’idea, un modo per comunicarla, un modo per praticarla in piazza. Bisogna farne tesoro, riaggiornare la discussione, allargarla a quei pezzi che non ne hanno fatto parte o non lo hanno fatto da subito. Tornare in strada, spiegare cosa è successo, spiegare perché. Affiancare a questo l’elaborazione di una piattaforma rivendicativa credibile, articolata. Battere il tempo dello sciopero sociale: buona la prima!

Le comunità ribelli di Mezzocannone Occupato e del Laboratorio Occupato Insurgencia

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