L’Europa, la fragilità del capitalismo e la costruzione di contropotere. Intervista a Toni Negri.

14 / 11 / 2019

Nei giorni scorsi Marco Baravalle ha intervistato per Globalproject.info Toni Negri. Una discussione a tutto tondo, che ha toccato vari temi di attualità politica e di costruzione strategica per i movimenti sociali, dalla nuova conformazione della governance europea alla guerra contemporanea, dalla centralità della “giustizia climatica” alla necessità di determinare forme di contropotere e di organizzazione politica transnazionale. 

L'intervista è stata realizzata con il contributo di InCommon.

Hai recentemente pubblicato un articolo che si chiama “Europa e noi”: parti dando una valutazione delle ultime elezioni europee, che contribuiscono a fare un salto di qualità alla governance e si inseriscono in questa fase storica caratterizzata dalla Brexit, dai populismi, da Trump. Qual è il significato di quest’ultimo passaggio europeo?

Si è realizzato un cambio di prospettiva: se fino a oggi gli Stati nazione sono stati fondamentali nel costruire l’Europa, oggi questa diviene fondamentale nella determinazione e guida degli Stati nazione. Detta in questi termini la cosa sembra irrealistica, ma non lo è affatto.

C’è un ceto politico europeo che ormai si è stabilizzato, utilizzando  i vari strumenti che sono stati costruiti in prospettiva federale per l’Europa e che sono stati utilizzati sempre per un indirizzo fortemente neoliberale, sia nei bilanci che nella gestione del modo di vita europeo. Questo periodo di “promozione” verso l’alto delle élite nazionali è finito; oggi c’è un ceto politico europeo, un punto di vista europeo che precede gli altri.

Direi che sono stati benvenuti, da questo punto di vista, la crisi dei sovranismi e quella della Brexit; hanno mostrato come non si potesse che restare assieme in Europa e quindi consolidare gli strumenti centrali.

Ciò detto, si riapre il discorso. Il discorso non è “accettiamo l’Europa così com’è fatta”, il problema è ben altro: non possiamo fare a meno di questo terreno europeo per muoverci e per combattere per i nostri ideali. Oggi noi dobbiamo muoversi su questo terreno politico, ed è necessario farlo, per conquistare più diritti, più salario, più libertà.

Un movimento pienamente europeo e radicale è ancora da venire, anche se, dal nostro punto di vista, quello che si muove sul terreno della giustizia climatica è potenzialmente questo: un movimento che, per quanto abbiamo visto, ha la consapevolezza che lo spazio d’intervento per una sfida così grande o è quello almeno continentale o non è. Dal tuo punto di vista, hai analizzato molto da vicino in Francia il movimento dei gilets jaunes: come credi si possa arrivare a costruire delle forme di movimento transnazionali? Dall’altro: che sfida ai movimenti pone questa irreversibilità della governance europea?

Quello che è sicuro è che solo sul terreno europeo si potrà, d’ora in poi, fare politica. Non si fa più politica al di fuori di questo terreno. Questa è una cosa che deve essere chiarita in maniera assolutamente massiccia. Fuori dal terreno europeo si fa solo chiacchiera; quindi tutte le posizioni che fino a ieri si presentavano liberatrici - da sinistra - contro l’Europa, mi sembrano completamente inutili e perdute. I movimenti, come al solito, fanno questo salto in avanti, buttano via quello che è pletorico e inutile.

Come costruire questo movimento? Come dare a questi movimenti – per esempio climatici – una capacità di muoversi e di costruire una forza politica effettiva? Io credo che il passaggio sia molto difficile, sul quale impegnarsi a fondo. E credo anche un’altra cosa: che sia solamente sul terreno del contropotere che questo passaggio possa essere definito.

Non possiamo pensare al fatto di trasformare il ceto politico europeo in un ceto politico “pulito”. Noi non dobbiamo ripulire l’Europa, da punto di vista climatico o degli infiniti altri problemi che si aprono. Noi dobbiamo semplicemente stabilire un rapporto di forza con il capitalismo che si è organizzato attorno all’Europa. Noi dobbiamo costruire il contropotere su questo livello. Stabilire contropotere significa, come sempre, riaprire la chiave dentro la quale il capitale cerca di chiuderci.

Il capitale è sempre a due teste: è comando, ma deve sempre subire la resistenza di quelli che producono. Ed è su questo terreno che dobbiamo aprire contropotere, imporre nuove strade di sviluppo. Questo vale, evidentemente, per la giustizia climatica, ma vale anche per tanti altri aspetti, in particolare per il problema dell’eguaglianza e, cosa non secondaria, quello della guerra, perché il capitale sempre, quando è in pericolo, si butta sulla guerra. Guardate quello che fa Erdogan: con il tessuto turco in crisi si è buttato immediatamente sulla guerra.

Con Micheal Hardt stiamo scherzando e dicendo che il nostro prossimo pamphlet sarà intitolato con le parole d’ordine che Lenin aveva stabilito per i soviet del ’17: pane, terra e pace. E in effetti, pane è il problema dell’eguaglianza; terra - inteso non come land, ma come earth – è il problema della giustizia climatica; e pace…

Hai anticipato la mia prossima domanda, che è legata proprio alla Turchia e al Rojava, che per molte e molti è stato un faro negli ultimi anni. Un esempio di rivoluzione con tendenza non statuale, laica, in una zona tormentata come il Medio Oriente, legata all’idea di Confederalismo Democratico. Che cosa può succedere adesso in quell’area?

Quello che è stato estremamente importante nel Rojava - per chi ha studiato a lungo gli scritti di Öcalan, che è tutt’altro che uno scrittore di cornice - è l’attacco alla sovranità, al ruolo del “padre” e alla proprietà, questi tre feticci. L’organizzazione può darsi solamente in questi termini, quando riesce a creare istituzioni non sovrane, non patriarcali e non proprietarie.

Queste sono cose che il Rojava ha visto nascere: cercheranno di distruggerla, ma questa cosa resta nei corpi e nel cuore di milioni di persone. E credo che su questo terreno si tratta di andare avanti; abbiamo avuto la formula di Lenin un momento fa, adesso abbiamo quella di Öcalan. A me pare che l’intersezione nella costruzione dei movimenti è essenziale e non può che basarsi su queste tre cose, su questi tre “non” esplosivamente creativi su cui abbiamo linee strategiche da percorrere.

Tornando all’articolo sull’Europa, questa non è uniforme; tu parli di tre zone che corrispondono ad altrettante aree politiche: l’Europa del Nord a guida tedesca, il Blocco di Visegrad e l’Europa Mediterranea con Macron come possibile “alfiere” di una nuova ipotesi di “sinistra autoritaria”. Cosa accade in questa divisione e a che sfida ci mette davanti?

Io sono abbastanza convinto che il Blocco di Visegrad sarà man mano demolito, lasciandogli alcune particolarità, da parte del “blocco centrale” e la cosa è cominciata con la perdita di Budapest e di altre grandi città. Il “blocco centrale” a sua volta dovrà trovare una forma di rinnovamento e dinamismo interno, dovrà andare oltre l’ordoliberalismo che ci è stato finora imposto dai tedeschi.

Da questo punto di vista è estremamente importante quello che succederà nel Sud Europa. Dal Portogallo alla Spagna alla Francia all’Italia alla Grecia, noi ci troviamo di fronte a una situazione terribilmente difficile, perché non esistono più forze politiche che possano in qualche maniera “darci una mano”. Io sono sempre stato per la considerazione delle forze politiche per quello che sono, senza mai confondersi con loro dal punto di vista dell’autonomia, ma sempre riconoscendo che esistono e che con loro vanno fatti i conti. Ed ora siamo in una situazione estremamente difficile.

Qual è la via? Non si può tracciare, però si può dire una cosa: mai come oggi il potere capitalista è stato fragile. È una pentola che bolle; per il momento sentiamo dei glu glu glu che vengono su. Che poi esploda il bollore, non sappiamo se succederà, però sappiamo che dentro questa fragilità dobbiamo costruire contropotere. Ed è solo nella misura in cui costruiamo contropotere che è possibile indicare un cammino istituzionale da percorrere e che abbiamo la possibilità di sperare veramente in un processo di liberazione. Bisogna però insistere su questo: deve esplodere!

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