L'Europa dei paradossi

Commento sulle europee del 26 maggio 2019 tra la dimensione elettorale e quella reale

29 / 5 / 2019

Ci sono almeno tre paradossi che emergono da una prima lettura del voto europeo di domenica 26 maggio. Paradossi che si intrecciano e concorrono nel fare emergere un assetto politico continentale che si presenta liquido come non mai.

La finta dicotomia “sovranismo/europeismo”

In primo luogo, tutta la lunga campagna elettorale verso le europee è stata accecata da una finta dicotomia tra “europeismo” e “sovranismo”, che si è rilevata fallace non solo in termini di lessico, ma di sostanza. Al di là del peso relativo di Europa delle Nazioni e della Libertà (ENF) e Europa della Libertà e della Democrazia Diretta (EFDD) – schieramenti che raccolgono la maggior parte delle forze cosiddette “euroscettiche” – nel prossimo Parlamento europeo, queste non rappresentano un’alternativa alla governance neoliberale costitutiva dell’attuale Unione Europea. Né tantomeno si apre la prospettiva di una restaurazione dello Stato nazione che ricalchi l’incubo nietzschiano dell’eterno ritorno.

Lo dimostra una campagna elettorale che non ha mai messo in discussione i perni che regolano i dispositivi politico-finanziari dell’Unione, dal fiscal compact all’assenza di istituti reali di democrazia, dai regimi fiscali che garantiscono accumulazione e circolazione incontrollata dei capitali a un quadro legislativo che comprime sempre più Welfare e diritti sociali. In questo contesto, la finta dicotomia lascia il posto a una fluida dialettica in cui le oligarchie si ridefiniscono, l’interregno si perpetua e il neoliberismo coopta con facilità anche gli aspetti più reazionari e fascisteggianti della politica.

La crisi politica dell’Unione Europea non la scopriamo certo il 27 maggio e non avviene ad opera di un’onda nera, che di fatto non c’è stata. È una crisi che si sedimenta a partire dal superamento de facto di quell’ordine derivante da Maastricht e da Schengen, attraverso i golpe effettuati dalla troika negli anni cruciali della crisi economica e nella fase di massima di pressione migratoria. Ma è una crisi che viene ancora da più lontano, che indaga lo stesso processo di integrazione politica sempre evocato e mai fatto partire realmente.

Il blocco di riferimento della controrivoluzione neoliberale iniziata negli anni ’80 è da tempo alla deriva e non sarà la tenuta del Partito Popolare Europeo (PPE) – sempre più eterogeneo in termini di cultura politica – a sancire un’inversione di tendenza. Quello che più ci interessa analizzare, da ora in avanti, è il modo in cui la governance europea cercherà di dirigere l’organicità della crisi politica contemporanea, fatta di flussi elettorali in continuo mutamento, di cicli volatili e di breve durata, di una ragione populista che pervade trasversalmente il novero delle forze in campo, sempre più vincolate alle leggi empiriche della websfera che a un radicamento sociale effettivo. Di come cercherà di trovare altri punti di riferimento nella frammentazione dell’emiciclo e di renderli ancora più compatibili di quanto già non lo siano.

Analizzare il voto ci serve soprattutto a uno scopo: provare a cogliere l’impatto che possono avere i movimenti sui nuovi scenari politici, a partire da una generalizzata ripresa della conflittualità che sta segnando tutto il Vecchio Continente. Dalle lotte ecologiste a quelle femministe, dalle battaglie per la libera circolazione degli esseri umani ai gilets jaunes, ci troviamo di fronte a lotte che possono mettere in discussione l’ordine sovrano, più che rimodellarlo dall’interno.

Quadro europeo e quadri nazionali

L’eclettico quadro appena descritto si traduce innanzitutto nell’impossibilità di delineare un vero e proprio trend complessivo a livello europeo. Il quadro delle alleanze per formare la nuova maggioranza parlamentare è ancora molto incerto e soggetto innanzitutto a un acceso dibattito interno ai singoli gruppi per definire le alleanze. Quello che aritmeticamente era già palese a urne appena chiuse è l’impossibilità di una maggioranza bicolore composta da popolari e socialisti.

In generale, e questo è il secondo paradosso, la sensazione è che il voto possa avere effetti più sugli equilibri interni ai singoli Stati, che in chiave europea. Questo vale soprattutto per l’Italia, la Francia e la Gran Bretagna, dove la fase convulsa che sta precedendo l’uscita effettiva del Paese dall’Unione ha premiato senza appello il “campione della Brexit” Nigel Farage.

Il voto italiano ha un unico padrone: Matteo Salvini. Cinque anni dopo, si ripropone in Italia “Il vangelo secondo Matteo”, solo che è mutato il cognome del protagonista e il contesto politico di riferimento. La Lega supera i 9 milioni di consensi, la più alta cifra mai raggiunta nella sua storia, fa un 34,3% che straripa anche rispetto agli ultimi sondaggi di maggio, ma soprattutto si afferma per la prima volta come partito nazionale, superando abbondantemente il 20% anche al Sud.

Banalizzando, sarebbe quasi troppo semplice trovare il bandolo della matassa: Salvini stravince la sfida tra populismo concorrenti in seno al governo giallo-verde, incamera parte di quel bacino elettorale che aveva prodotto l’exploit del MoVimento 5 Stelle alle scorse politiche, continua a cannibalizzare voti alla moribonda Forza Italia. Provando a ragionare su paradigmi più solidi, appare chiaro come il lessico salviniano e leghista, continuamente modellato sulla definizione e ridefinizione dell’emergenzialità, soprattutto sul terreno migratorio, sia quello che meglio si adatta e che addirittura modella il fluido “situazionismo” della politica contemporanea (non ce ne voglia Debord!).

È bene, però, leggere questi dati in termini relativi e non assoluti. Accogliamo lo spunto metodologico fornitoci da Wu Ming rispetto alla consistenza reale dei voti presi dalle varie forze politiche, Lega in primis, in questa tornata elettorale. Sebbene non ci appassioni l’analisi sull’astensionismo – spesso frutto di forzature politiche e immaginari falsati – è bene ribadire che l’astensione al voto n Italia è stata importante, superando anche quella del 2014 e andando in controtendenza anche rispetto al dato europeo. Al netto di questo, astrarre dall’analisi elettorale elementi per comprendere l’affermazione di blocchi sociali e politici più o meno stabili rischia di essere fuorviante, soprattutto in una fase in cui il voto si configura sempre più come cristallizzazione momentanea. In soldoni: l’Italia non è diventata d’improvviso tutta “leghista”, come nel 2014 non era tutta del Pd e nel 2018 pentastellata.

In questo senso assume ancora più valore una prospettiva processuale, che i movimenti possono bene incarnare in questa fase storica, che sappia contrapporsi all’estemporaneità della rappresentanza. La disponibilità al conflitto che abbiamo visto nelle piazze durante tutta la campagna elettorale - e nel corso di tutto l’autunno-inverno-primavera – non svaniscono di colpo sotto i colpi delle urne. Al contrario, sono sedimentazioni di un’opposizione reale, per certi versi irriducibile o sicuramente irrappresentabile, che ha tutte le potenzialità per aprire spazi di contropotere. Ma su questo torneremo nel finale.

All’ascesa leghista si contrappone il crollo pentastellato, che in realtà era già nell’aria da molto tempo, anche se non con queste dimensioni così nette. Il MoVimento 5 Stelle paga quelle aspettative, in particolare sui temi della redistribuzione della ricchezza e della rottura di un modello di sviluppo basato sulle grandi opere, che aveva falsamente creato negli anni passati. Il suo crollo è politico, prima che elettorale, e si iscrive innanzitutto nell’aver continuamente inseguito l’alleato di governo sui temi da lui imposti nell’agenda politica diventandone di fatto subordinato.

Gli effetti principali di questa situazione li vedremo in un ribaltamento, divenuto anche formale, delle due forze nelle dinamiche governative, dove Salvini farà valere il suo peso soprattutto sulla questione Tav e grandi opere, come ha già annunciato immediatamente dopo le elezioni. Il “Capitano” userà come Spada di Damocle anche il peso psicologico di una Destra che è virtualmente oltre la soglia del premio di maggioranza, in eventuali nuove elezioni politiche, anche senza Forza Italia.

Seconda forza politica del Paese è il Partito Democratico. Per mutuare il gergo calcistico, un risultato avvenuto più per demeriti altrui che per meriti propri. Ma al Nazareno festeggiano comunque, probabilmente per aver messo fine alle ultime velleità dei renziani di contare ancora qualcosa all’interno del Partito. Il tentativo di repulisti ad opera di Nicola Zingaretti, più che sui temi politici si sta orientando sugli organici dirigenziali interni. Ed è qui che, nel giro di un lustro, si pone la parola “fine” alla parabola di Matteo Renzi, una delle vicende che meglio descrive la fugacità degli attuali cicli politici di cui facevamo accenno sopra. Una vicenda che rappresenta qualcosa in più di un monito anche per l’altro Matteo.

Valicando le Alpi, Marine Le Pen vince al fotofinish il duello con Emmanuel Macron (23,3 contro 22,4 in termini percentuali). La vittoria del Front National è molto più contenuta di quella dell’alleato italiano, anzi il suo risultato cala leggermente rispetto alle europee di 5 anni fa. Quello che è più significativo nel contesto francese è l’involuzione decisa de La République En Marche rispetto alle elezioni politiche del giugno 2017, senza dubbio frutto di sei mesi di una movimentazione radicale senza precedenti in atto nel Paese ad opera dei gilets jaunes.

Nonostante Macron abbia fino all’ultimo giorno provato a scaricare sul movimento - che a più riprese aveva pubblicamente dato indicazione di astensionismo - il senso di colpa di una Francia sull’orlo di virare a destra, la capacità politica dei gilets gialli di sottrarsi a qualsiasi tentativo di recupero in termini di rappresentanza elettorale e istituzionale, li mette al riparo da qualsiasi ripercussione. Il caso francese, come era già accaduto con la vittoria conservatrice alle elezioni avvenute dopo il maggio 1968 (ricordate De Andrè che cantava «avete votato ancora la sicurezza, la disciplina» nella Canzone del Maggio?), dimostra in maniera limpida come le dinamiche rivoluzionarie difficilmente si riflettano nel voto.

Un altro importante dato che emerge dal voto transalpino è il crollo definitivo del centro-destra gaullista e del Partito Socialista, che avevano dominato la scena politica fino a pochi anni fa. Un dato che si propone anche in Gran Bretagna, dove per la prima volta nella storia Laburisti e Conservatori non sono tra i primi due partiti sanciti dalle urne.

In generale, a parte i tre Paesi appena citati, le forze nazionaliste raccolgono meno di quanto previsto. Il caso più importante è quello di Alternativa per la Germania (Afd) che arresta l’avanzata che aveva segnato la sua partecipazione alle elezioni locali degli anni scorsi e registra una diminuzione anche rispetto al dato delle ultime elezioni Federali. In Germania vinca ancora la Cdu di Angela Merkel, anche se non riesce a superare la soglia psicologica del 30%. Nel partito è in atto uno spostamento a destra che sta mettendo sempre più in difficoltà la leadership di Annegret Kramp-Karrenbauer, a cui la madrina politica Merkel ha lasciato in eredità le redini del partito, e rende traballante la Große Koalition che sta garantendo il quarto governo consecutivo della Cancelliera. Un alleanza in cui si indebolisce ulteriormente la posizione dei socialdemocratici, al minimo elettorale storico.

I nuovi orientamenti politici in seno alla Cdu potrebbero avere non poco peso nelle nuove alleanze per la formazione del Parlamento europeo, anche in seguito alla scontata ma netta vittoria del partito di Viktor Orbán in Ungheria e quella di Sebastian Kurz in Austria, nonostante lo scandalo pre-elettorale che ha investito il leader dell’estrema destra Heinz-Christian Strache che ha causato una crisi di governo. In particolare Orban, che nello scorso marzo ha scongiurato l’espulsione di Fidesz dal Ppe, potrebbe fornire a Salvini e Le Pen una sponda importante gli equilibri politici venturi.

L’Europa dei movimenti

In questo quadro liquido, che abbiamo tracciato in maniera incompleta, possiamo cogliere alcune tendenze. La prima è senza dubbio l’affermazione di partiti ambientalisti in Europa centrale e settentrionale. Il dato più eclatante è il secondo posto dei Grünen in Germania, dove però sono supportati da una tradizione politica e una struttura organizzativa quasi trentennale, ma anche in altri Paesi ci sono stati significativi exploit (Francia, Gran Bretagna, Austria, Svezia su tutti). È bene rimarcare che si tratta di forze molto diverse tra loro, con bacini elettorali eterogenei e che non esprimono attualmente un piano reale di organizzazione transnazionale. È innegabile che questo voto risenta del dibattito pubblico sollevatosi sulla crisi climatica grazie ai movimenti che lottano per la climate justice. Ma attenzione, sarebbe un errore grandissimo sovrapporre le due cose, in primo luogo perché la maggior parte dei giovani che si stanno mobilitando non è ancora in età da voto, in secondo luogo perché le istanze di questo movimento parlano di un mutamento sistemico, profondo, che eccede la pura dinamica d’opinione o il riscontro elettoralistico.

L’altra tendenza significativa è la scomparsa di ipotesi politiche a sinistra dei socialdemocratici. Il paradosso, ed è il terzo che vi proponiamo, sebbene sia in realtà un finto paradosso, è che questa scomparsa avviene in una fase di grande crescita dei movimenti moltitudinari in Europa. Qui si innestano due elementi, il primo di matrice storica, che ha sempre visto la sinistra che si costruisce attraverso l’autonomia del politico incapace di captare i movimenti, specie nelle loro fasi di trasformazione. Il secondo è un elemento di fase, che vede l’attuale composizione delle mobilitazioni politicizzarsi in una direzione sempre più lontana dalla rappresentabilità e dalla stessa rappresentazione politica fatta attraverso le categorie tradizionali.

I movimenti contemporanei parlano in maniera nuova di anticapitalismo, si fanno portatori di un conflitto che assume sempre di più la complessità del rapporto tra capitale e vita, hanno nelle loro corde la costruzione di un potere costituente, sono in grado di attuare forme di organizzazione che intrecciano il piano territoriale con quello transnazionale. Quest’ultimo aspetto è quello sul quale la forma partito - vecchia e nuova - è più in difficoltà proprio perché schiava della prestazione subitanea e incapace di guardare ai processi nella loro natura di medio e lungo periodo, ora come non mai. Ed è in questa intercapedine che i movimenti devono ampliare la loro forza, assumendo in termini continentali una dialettica virtuosa tra lotta e organizzazione e tracciando le coordinate per un’Europa che conquisti realmente libertà, diritti, uguaglianza e democrazia.

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