Due appunti partecipando alla giornata della memoria

Le memorie dei giorni

Quadro di Ben Shahn

27 / 1 / 2010

Oggi è il giorno della memoria, ovunque si celebra il ricordo della shoah.

A Milano il momento pubblico probabilmente più importante avviene con la posa della prima pietra del Museo della Shoah, che riporta alla luce il binario 21 della Stazione centrale, dove verranno esposti due tra i vagoni piombati utilizzati per la deportazione nei campi di sterminio dei cittadini ebrei che proprio da quel binario partivano.

Più precisamente dei non cittadini ebrei visto che la nuova cornice legale determinata dalle Leggi razziali del 1938 trasformò definitivamente1 lo statuto dei cittadini ebrei in non persone. Provvedimento al quale troppo pochi si ribellarono.

A me sembra che questa giornata fornisca un'importantissima occasione che viene colta, ma forse solo in parte perchè lo spazio della riflessione, del racconto, della comprensione delle dinamiche storiche, della genealogia del male – che è pochissime volte banale- viene occupato dall'egemonia del simbolo.

Le celebrazioni sono caratterizzate dalla ricerca di potentissimi simboli che sono utili, ma rischiano di non permetterci di avere una memoria pubblica attiva, costituita da ricordi attivi, anticorpi per il presente ed il futuro prossimo. In qualche maniera il simbolo possiede come un potere catartico la cui fruizione -consumo- sublima l'analisi e la condivisione in emozione istantanea. Purifica, quindi un po' assolve.

Questo processo appartiene alla statualizzazione delle memorie ed alla loro trasformazione in ricordo, non in indignazione; ne condiziona -forse- il divenire attivo in resistenze quotidiane, diffuse, autonome.

E' lo stesso motivo per cui ci sono troppe volte processi di gestione istituzionale del ricordo e troppe rarefatte appropriazioni dal basso delle memorie, che non divengono dispositivi attivi di resistenza agli incubi del presente -sempre in agguato2.

Infine, due ingiustizie tremende non si elidono. Non si può affidare all'algebra la risoluzione storica delle tragedie, perchè, appunto, esse non spariscono, ma se ne sommano i danni e le conseguenze. Come l'occupazione israeliana della Palestina ci ricorda tutti i giorni.

1Non fu, com'è noto, un colpo di mano, ma la conclusione, non lineare, di processi di persecuzione secolari. “Breve storia degli ebrei” di Michael Brenner fornisce un incisivo quadro storico.

2“Welcome” di Philippe Lioret è un bel film ed ha aperto in Francia un dibattito forte e criticato da questo punto di vista.

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