La tragedia fantasma del ghetto di Metaponto

Un’incendio ha devastato l’ex fabbrica di Felandina con 500 migranti dentro. Muore la giovane Petty

11 / 8 / 2019

Pochi giorni fa, mentre il governo approvava l’ennesima norma liberticida e tirava dritto sulla Tav, con litigi degni delle migliori bettole di provincia che hanno poi portato alla sua stessa fine, in un capannone sperduto e fatiscente sperduto nelle campagne di Metaponto (MT) un incendio ha distrutto una tendopoli con circa 500 migranti. Petty, una giovane mamma nigeriana, ha perso la vita nell’incendio.

Come spesso accade, ciò che avviene in Basilicata ha poco risalto sui media nazionali e non incide sull’agenda politica. Nulla si è detto sul fatto che questa fabbrica dismessa (Felandina) sia diventata nel corso degli anni un vero e proprio ghetto. La situazione generale dei migranti-lavoratori costretti a vivere in quel posto è via via peggiorata, senza che ci sia stata una vera attenzione politica e mediatica per affrontare il problema. 

Inoltre bisogna sottolineare che la piana di Metaponto è un polmone agricolo nazionale, che esporta prodotti in tutto il mondo proprio grazie al lavoro di manodopera migrante, sfruttata da imprenditori locali. Un eventuale sgombero immediato della tendopoli porterebbe al collasso l’intero settore agro-alimentare. Anche per questo motivo il prefetto di Matera non ha disposto lo sgombero dell’ex fabbrica, in buona parte bruciata e che si trova senza acqua e servizi igienici. 

Attualmente la situazione è drammatica perché́ c’è bisogno di cibo e indumenti; gli aiuti sono coordinati dalla Caritas e da Medici senza Frontiere, con vari cittadini che hanno preparato centinaia di pasti. Ma l’estrema complessità̀ del quadro generale, rende lo sforzo profuso insufficiente a colmare l’emergenza in atto. 

Molti migranti hanno perso tutto, persino i preziosi documenti e ciò rende difficile l’accesso anche ai servizi minimi quotidiani. Purtroppo nel corso degli anni, questa occupazione abitativa è stata valutata dagli organi preposti solo come un problema di ordine pubblico e di impatto economico sul comparto agricolo, tralasciando totalmente l’aspetto dei diritti e della vivibilità̀ che coinvolgono queste persone. 

Ancora una volta le istituzioni lucane si trovano impreparate ad affrontare in maniera efficiente problematiche di disagio e sfruttamento nel lungo termine, cercando in qualche modo di superare fasi emergenziali senza un’adeguata programmazione.

Forse abbiamo una certezza: lo sfruttamento nei campi continuerà̀ senza troppi scossoni, mentre noi i più saranno in spiaggia, poche centinaia di metri da queste ennesima vergogna nazionale.

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