La siccità tra cambiamenti climatici e quotidiane emergenze

29 / 6 / 2022

Mai così a secco. Il centro e il sud d’Italia sono in allarme rosso. Le Regioni del nord sono già al collasso e si concretizza sempre di più l’ipotesi di un razionamento idrico senza precedenti in queste proporzioni e in aree così vaste.

Ma per il Governo la colpa è tutta delle avverse condizioni atmosferiche e di cambiamenti climatici, il ministro della (non) transizione ecologica, Roberto Cingolani, non vuole proprio sentir parlare, impegnato com’è a cercare petrolio e gas, ed a rallentare il passaggio alle rinnovabili. Più comodo invocare l’”emergenza”, concetto utilissimo per giustificare tutti i mancati interventi che ci hanno portati al disastro. E pazienza se il trend era giù intuibile dalle sempre più frequenti siccità che hanno attanagliato il Paese negli ultimi anni, come quella del 2003 o del 2017. I media danno ampio spazio alle preoccupazioni – reali – degli agricoltori, alle dichiarazioni – discutibili – di politici più avvezzi ad agitare paure immaginarie che ad affrontare problemi veri, e ad arcivescovi, come quello di Milano, che fanno il loro mestiere e si affidano alla misericordia divina. 

Sono pochi i media che hanno ricordato come, secondo gli esperti, questo sarà l’anno più fresco dei prossimi 30 anni, che con siccità come questa, o peggio, dovremmo imparare a convivere perché saranno sempre più frequenti, e che l’unica “emergenza” di cui abbia senso parlare sia quella climatica. Emergenza che deve essere affrontata proprio all’opposto di come la sta affrontando il Governo: uscendo, il prima possibile ed a tutti i costi, da una economia basata sui combustibili fossili. 

Eppure si continua a parlare di “emergenza siccità”, nonostante già dalla fine del 2021 un rapporto dell’Unione Europea avesse messo in guardia il ministro Cingolani sull’arrivo di questa ecatombe estiva. Il fatto che ancora oggi le preoccupazioni del ministro, sottolineate nelle sue ultime dichiarazioni alle agenzie, siano tutte per il funzionamento delle centrali – “Speriamo che almeno questo problema migliori presto” – dimostra ancora una volta la sua lontananza dall’aver capito, o dal voler affrontare, il nocciolo del problema. 

Questa siccità altro non è che la dimostrazione che abbiamo perso la battaglia per il clima e che è il momento di pensare realisticamente a varare politiche di mitigazione. Il che ovviamente, non significa che non bisogna continuare a lottare contro le lobby del fossile. Il futuro – se ci sarà, un futuro – dell’umanità sul pianeta terra non è ancora scritto. Ma anche nelle migliori delle ipotesi, indietro non si torna più. Troppi sono gli obiettivi che abbiamo mancato. 

Proprio per questo, oggi, più di ieri, non sono più accettabili proposte di privatizzazione di un bene prezioso come l’acqua. Giusta la proposta di Europa Verde e di Sinistra Italiana di abolire l’articolo 6 dal decreto Concorrenza che permette di fatto ai Comuni di privatizzare le reti idriche, bypassando il risultato del referendum. L’Italia, ricordiamocelo, è il Paese con la maggiori risorse idriche dell’Europa. Nel nostro territorio scorrono 7 mila 594 corsi d’acqua e sboccano oltre un migliaio di falde sotterranee che sarebbe bene tutelare e non inquinare, come è stato con i Pfas. Ma le infrastrutture sono obsolete, molte risalgono al dopoguerra. Dal 1996, al tempo della legge Galli, il settore è stato privato di tutti i finanziamenti, appositamente per portare avanti una politica di privatizzazione che il referendum ha allontanato ma non ancora sconfitto. 

Il risultato dei mancati finanziamenti su un settore vitale come quello idrico, lo stiamo vedendo in questi giorni. La nostra rete idrica lunga circa 600 mila chilometri, accusa una perdita di circa il 42 per cento, conto una media europea dell’8 per cento. Uno spreco inaccettabile. Questo è un capitolo su cui bisogna intervenire con urgenza e non basta la miseria di 900 milioni stanziati dal Pnrr. Non solo. Dobbiamo capire che la siccità si combatte anche lottando contro l’inquinamento dei fiumi, fermando le urbanizzazioni e la cementificazione del territorio, responsabili dell’impermeabilizzazione del terreno, causa prima dell’impoverimento e dell’abbassamento delle falde, favorendo una agricoltura sostenibile e non intensiva.

Non è una emergenza, questa siccità, ma una conseguenza di tutto quello che non abbiamo fatto per fermare i cambiamenti climatici o per difendere l’ambiente dalle speculazioni. Se cadiamo nell’errore di addossarne la colpa alle “avverse condizioni meteorologiche”, tanto vale fare come l’arcivescovo di Milano ed affidarci all’aiuto di dio. Così stiamo freschi anche senza bisogno del condizionatore. 

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