La riconversione impossibile

Appunti su “questione ecologica” e “questione sociale” nella pandemia verso il Venice Climate Camp.

5 / 9 / 2020

La fase che stiamo vivendo, in cui ha fatto irruzione il Covid-19, andrebbe letta con un duplice sguardo: uno che guarda al lungo periodo, al modo in cui il capitalismo ha metabolizzato le proprie distopie e le ha rese manifeste sulla vita di miliardi di persone, e uno di breve periodo, in cui – volenti o nolenti – emerge la rottura esercitata dalla pandemia.

Lo abbiamo detto più volte e lo dobbiamo ribadire con estrema decisione: il Covid-19 non è l’elemento alieno, neutro, la piaga che dal nulla piomba sul mondo. Alcuni mesi fa scrivevo che «le pandemie sono sempre state il prodotto delle organizzazioni socio-ecologiche che regolano il divenire della vita e della natura nel pianeta, la loro sfera produttiva e riproduttiva, i loro dispositivi di potere, sfruttamento, assoggettamento, i loro spazi di conflitto e liberazione. Non si può scindere la “Peste nera” dal commercio di larga scala del Trecento, la “Spagnola” dalla Prima Guerra Mondiale, il “Covid-19” dalla crisi climatica che segna la nostra era, quella del capitalocene».

Dal punto di vista economico, molti analisti hanno sottolineato alcune analogie tra la crisi che stiamo vivendo in questi mesi e quella di dieci anni fa, la cosiddetta “grande recessione”. Altri, in particolare sul dato relativo alla velocità con cui si sta muovendo il tasso di disoccupazione statunitense, richiamano la crisi del ’29 e la carenza immediata di liquidità che questa ha comportato per decine di milioni di persone.

Al netto di queste ipotesi, che possiamo consegnare alla storiografia, quello che sta emergendo è una crisi dell’intera civiltà capitalista, che mette a sistema tutto ciò che è ristagnato negli ultimi decenni. Stiamo parlando della crisi ecologica, della fine dello stato moderno, della definitiva cesura della fase “espansiva” del neoliberismo, del tracollo di un sistema sanitario che ha trasformato la salute da diritto in debito. Non c’è più un solo elemento che possa essere letto in maniera scissa dagli altri.

All’interno di questa crisi sistemica e della sua gestione le diseguaglianze di classe stanno assumendo caratteri drammatici, facendo tornare con forza nel dibattito pubblico la questione del reddito e, in generale, della redistribuzione della ricchezza. Se la pandemia è il caleidoscopio delle diseguaglianze precedenti, ne diventa anche il moltiplicatore: l’evidenza è quasi matematica, ma il suo carattere rivendicativo è tutto politico. 

Ma perché parlare di economia redistributiva ha strettamente a che fare con il contrasto al global warming? Qual è il legame tra le battaglie sul reddito e la sfera della riproduzione sociale, all’interno della quale abitano i “rapporti ecologici”?

Anche qui credo vada usata una scala temporale duplice, di breve e lungo periodo. Partiamo dall’attualità, per poi provare a tracciare alcune traiettorie più generali.

A inizio pandemia è uscito un breve articolo di Naomi Klein, che abbiamo tradotto e pubblicato su GlobalProject, in cui si ribadisce il concetto di “capitalismo dei disastri”, associando la crisi da Covid a quello che accadde nel 2005 con l’uragano Katrina, in particolare nella città di New Orleans. Secondo Naomi Klein, oggi come allora, gli effetti di un cataclisma sarebbero state le premesse per una grande opera di speculazione della finanza globale. 

Quanto previsto dalla giornalista canadese ha trovato immediata applicazione nella gestione, in particolare economica, dell’emergenza. Non c’è stata alcuna rottura con le tendenze classiche della governance neoliberale nelle fasi di crisi, perché l’immissione di liquidità monetaria viene automaticamente captata dal capitale finanziario, senza alcun effetto trickle down. Questo per una semplice ragione: i rapporti di potere e di classe che regolano l’attuale sistema economico finanziario sono costitutivamente orientati a traghettare la ricchezza dal basso verso l’alto e non il contrario.

Concentrando lo sguardo sull’Europa il tanto discusso Recovery Fund, sebbene rappresenti una misura epocale, conferma due dei pilastri su cui si è retto il neoliberismo negli ultimi decenni. Da un lato il sistema del debito, che si riafferma come strumento principe non solo della relazione tra Stati e Unione, ma soprattutto del rapporto tra governanti e governati; dall’altro quello della cosiddetta “transizione ecologica”, verso cui sarebbero orientati gran parte dei finanziamenti. Sebbene il Green Deal sia stato presentato in pompa magna da Ursula von der Leyen come la novità assoluta del proprio mandato alla presidenza della commissione UE, le sue linee guida hanno radici lontane che poco hanno a che fare con la tanto desiderata “rivoluzione verde”.  

Per comprendere meglio questo passaggio dobbiamo andare indietro di una cinquantina di anni e analizzare alcune dinamiche interne ai processi di valorizzazione capitalista che - più o meno a partire dalla crisi del modello fordista della fabbrica e dalla congiuntura della crisi petrolifera del ’72-’73 - assimilano il vincolo ambientale. Quest’ultimo non è più visto come impedimento allo sviluppo, ma addirittura come vettore privilegiato. In altri termini i limiti intrinseci del rapporto tra sviluppo capitalistico e biosfera, dai cambiamenti climatici alla scarsità delle risorse naturali, diventano fattori produttivi, in termini diretti o indiretti. Come spiega magistralmente Emanuele Leonardi in Lavoro, natura, valore. André Gorz tra marxismo e decrescita «il capitale ha imparato a fare della natura non più un suo limite ma un’opportunità: la green economy e il carbon trading sono gli esempi principali che abbiamo visto emergere in questi anni. La prima fa diventare la natura un elemento diretto di valorizzazione, capitalizzandola; i secondi, oltre a essere inutili quando non dannosi per l’ambiente, sono funzionali alla finanza, che ne fa oggetto di rendita».

In questo nuovo paradigma della crescita viene completamente rimodellato anche il lavoro. Sappiamo bene come la tendenza degli ultimi decenni sia stata quella di catturare sempre di più il lavoro vivo all’interno della sfera riproduttiva. Ed ecco che il lavoro di cura, quello razzializzato – ancorato a vecchi e nuovi retaggi coloniali – e quello legato alla formazione continua e all’economia della promessa diventano preponderanti proprio perché considerati illimitati e gratuiti.

La pandemia rompe questo paradigma, o forse ne accelera una crisi latente e strutturale, mettendo a nudo tutta la sua potente fragilità. Un virus prodotto dal regime ecologico crea un corto circuito che agisce su tutti i dispositivi di messa a valore della vita e della natura. Basti pensare al conflitto “salute-produzione”, tipico delle aree maggiormente investite dalle grandi centrali dell’inquinamento. Di colpo questo conflitto si generalizza, investe il mondo nella sua totalità, come se ci trovassimo immersi in una gigantesca Ilva di Taranto: continuiamo a produrre o salvaguardiamo la salute?

Questo dubbio amletico fa emergere come la “questione ecologica” sia in realtà lo specchio di un mosaico di “questioni”, che oggi si ricompongono sul piano materiale. Ricomporle in termini di potenziale politico è compito dei movimenti, domanda alla quale il Venice Climate Camp proverà a rispondere. Bisogna emanciparsi definitivamente da una visione “classica” del capitalismo che tende a far emergere una contraddizione primaria, ma affermare – sul piano teorico, politico e strategico – che esiste un prisma di contraddizioni. Queste si intrecciano e sedimentano e si inseriscono nel quadro di un capitalismo che assume sempre più la forma di un regime ecologico, fragile e violento allo stesso tempo[1]. È questo il nostro campo d’azione.

In questo contesto è necessario individuare alcuni terreni prioritari di iniziativa. Primo tra tutti il grande bluff della riconversione, ossia il quadro in cui da anni si sta muovendo la governance globale, alla ricerca di soluzioni che cerchino di far fronte alla crisi ecologica senza intaccare la compatibilità con il capitalismo. Una riconversione compatibile che, quantomeno in Europa, troverà ancora più linfa grazie alle misure eccezionali legate al Covid, Recovery Fund in primis. 

Rompere questa compatibilità significa innanzitutto rovesciare questo concetto di riconversione. Come? Rimarcando il fatto che l’unica transizione ecologica possibile è quella della chiusura, dello smaltimento e della bonifica delle piccole e grandi centrali dell’inquinamento; mettendo al centro la necessità di un reddito universale, unica chiave in grado di risolvere il conflitto salute-produzione su scala globale; pretendendo un nuovo Welfare a partire dalle battaglie che investono il diritto alla salute e la capacità di praticare una “cura comune”; riaprendo il nervo scoperto della decisionalità in una fase in cui il declino della democrazia sembra giunto a una fase compiuta. 

Non si può riconvertire se prima non si supera il modello di sviluppo che ha prodotto la necessità di una riconversione. Sembra un gioco di parole, ma è l’essenza della contemporaneità, dove qualsiasi forma di cambiamento o superamento può avvenire solo al di fuori del potere costituito.

Si tratta di spunti, ciascuno dei quali meriterebbe ore – forse giorni e mesi – di discussione e approfondimento. La cosa importante è, oggi come non mai, intenderli all’interno di una visione d’insieme. È questa la condizione necessaria per invertire i rapporti di forza tra capitale e vivente e immaginare nuove forme di vita in comune.

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[1]Su questo tema hanno scritto Giuseppe Allegri, Marco Bascetta, Giuseppe Bronzini, Roberto Ciccarelli, Andrea Colombo, Valeria Graziano, Cristina Morini nel volume Economia politica della promessa, ManifestoLibri 2015

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