La presunta svolta della politica economica europea ai tempi del Covid 19 | Verso il G20 della finanza a Venezia

8 / 7 / 2021

La crisi sanitaria ed economica che stiamo vivendo ha evidenziato cali del Pil mai registrati nella storia del capitalismo, di gran lunga superiori a quelli fatti registrare durante la crisi finanziaria globale del 2007-08.

Le stime per i prossimi anni ipotizzano che quasi la metà del calo del Pil potrebbe essere recuperato quest’anno (se non ci saranno peggioramenti nella situazione sanitaria) e si potrà arrivare ai livelli pre-crisi già a partire dal 2023.

Si tratterebbe di un andamento congiunturale a V, assai diverso da ciò che è successo dopo la crisi finanziaria del 2007: dopo la prima fase recessiva, soprattutto in Europa e nei paesi del Mediterraneo, si è registrato un ulteriore calo del Pil, creando una dinamica a W. Solo molti anni dopo si sono raggiunti i livelli pre-2007.

Come mai si potrebbe verificare una dinamica diversa? La principale ragione sta probabilmente nel perseguimento di politiche economiche, a prima vista, assai differenti.

All’indomani dello scoppio della bolla dei subprime, la commissione Europea, il Fmi e la Bm (la cosiddetta “troika”), di fronte al rischio di insolvenza del sistema creditizio, iniziano a perorare la causa dell’austerità nei bilanci pubblici, soprattutto di quei paesi con il debito più alto, gentilmente chiamati PIIGS. In tal modo, si cercava di compensare il crescente debito privato con una stretta sui debiti pubblici. Gli economisti mainstream la chiamavano con un ossimoro e in modo ideologico, “austerità espansiva”. Come sa anche uno studente di economia al primo anno, le politiche di austerity si traducono in politiche fiscali recessive che nulla hanno di espansivo e così è stato. La toppa che si cercava di mettere ha finito per peggiorare il buco della crisi finanziaria. A colpi di Memorandum, l’economia europea si è così avvitata in una spirale recessiva che, come sappiamo, ha avuto come capro espiatorio principale, ma non è stato l’unico paese, la Grecia.

Solo nel 2012, a più di 4 anni da quelle disastrose scelte di politica economica, la BCE, seguendo le indicazioni della Federal Reserve (che aveva però iniziato già nel 2008 con la prima presidenza Obama), ha cominciato a perseguire una politica monetaria espansiva (Quantitative Easing) per calmierare (senza grande successo, se non quello di pompare i mercati finanziari e ridurre i tassi d’interesse) gli effetti recessivi dell’austerity.

Diversa è invece l’impostazione di politica economica che oggi l’Europa ha deciso di perseguire per contrastare la recessione economica seguita all’emergenza sanitaria Covid-19. I vincoli stringenti del patto di stabilità europea sono stati momentaneamente sospesi e per la prima volta nella storia della comunità europea si è provveduto a un robusto piano di finanziamento della spesa pubblica dei paesi membri tramite la approvazione del piano Next Generation Eu, per un totale di circa 800 miliardi, sino al 2026. Si tratta di una cifra, a livello assoluto, che può sembrare elevata ma che risulta di gran lunga inferiore al piano di 6.000 miliardi di dollari che l’Amministrazione Usa di Biden si appresta a varare nello stesso arco di tempo (e di cui 1.200 miliardi già operativi per l’anno in corso). La parte del leone dell’intervento europeo è costituito dal Recovery Fund: si tratta di un fondo che arriva a 672,5 miliardi di euro, divisi in 360 prestiti e 312,5 sussidi.

La politica di austerity lascia così spazio ad una politica fiscale espansiva, per di più finanziata, per la parte dei sussidi, dal ricorso ai mercati finanziari tramite l’emissione di bond europei. Due fatti, che sino a pochi anni fa nessuno avrebbe potuto immaginare, possibile prologo per una politica fiscale comune europea.

Ma non è tutto ora quel che luccica.

Partiamo da alcuni fatti stilizzati:

1) Il Patto di stabilità europeo, che impone l’austerity, non è stato abolito ma solo momentaneamente congelato per il 2021 e 2022. Se la ripresa economica, come pare (proprio in seguito alla spinta propulsiva della politica fiscale espansiva) si dovesse consolidare nel 2023, è facile attendersi che i vincoli imposti dal patto di stabilità ritornerebbero a mordere. Lo ha fatto intendere più di una voce, tra cui il commissario europeo per gli affari economici Gentiloni. Se ciò dovesse avvenire, ci aspettano tempi assai duri, visto che a fine 2021 si prevede un rapporto debito/Pil per l’Italia superiore al 160%.

2) Una politica fiscale espansiva non può essere finanziata solo dall’emissione di titoli ma sostenuta anche da un incremento dell’imposizione fiscale, il che non sarebbe negativo se tale aumento favorisse una più equa distribuzione delle risorse, aumentando le tasse per la popolazione più ricca e diminuendola per quella più povera (oggi viviamo una situazione opposta: basse tasse per i più ricchi e sui profitti, elevata imposizione per il ceto medio impoverito e sul lavoro). Purtroppo non si va in questa direzione. Ha suscitato clamore, e verrà discussa proprio al vertice del G20 dei ministri delle finanze a Venezia il prossimo 9-10 luglio, la proposta dell’amministrazione Biden di introdurre una tassa minima sui profitti su scala globale, al fine di ridurre il dumping e l’elevata elusione fiscale delle grandi multinazionali del pianeta. Con Marco Bersani abbiamo già commentato criticamente questa misura: “l’aliquota del 15% è solo leggermente superiore a quella che oggi pagano le multinazionali in paesi a fiscalità agevolata, come l’Irlanda (12,5%), ma ovviamente molto inferiore a quella che le multinazionali pagano in tutti gli altri Paesi (con una media impositiva del 26%)”. In tal modo, con l’obiettivo di vanificare l’elusione fiscale, si trasforma l’intero pianeta in una sorta di paradiso fiscale per le multinazionali.

Non basta annunciare una politica fiscale espansiva per contrastare la recessione economica, il calo dei redditi, l’incremento della precarietà e della disoccupazione. Occorre anche capire come tale politica fiscale viene effettuata e quali sono gli obiettivi principali. Nella sua lezione all’Accademia dei Lincei, Mario Draghi ha ancora una volta insistito sulla distinzione tra debito “buono” e debito “cattivo”. Il debito buono è quello che serve per finanziare gli investimenti in grado di ottenere un ritorno in termini di efficienza, produttività e profittabilità; il debito cattivo è quello invece che finanzia i sussidi (come il reddito di cittadinanza) e la domanda in via generale, senza stimolare direttamente la produzione.  

Draghi conferma la filosofia del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) presentato a Bruxelles, un piano che si fonda su due pilastri ben chiari. Il primo è la centralità delle politiche a sostegno della produzione (supply side policy), nell’idea che l’aumento della capacità produttiva possa automaticamente stimolare la domanda, ipotizzando un legame che già ai tempi dell’austerity non aveva funzionato (soprattutto se i redditi si riducono e la povertà cresce). Il secondo pilastro è il riferimento alla filosofia del New Public Management (NPM) come strumento che detta nuove regole di gestione del settore pubblico, sull’esempio delle pubbliche amministrazioni anglo-sassoni, patria del workfare. Si tratta di integrare le gestioni tradizionali di un ente pubblico con una metodologia più orientata al risultato economico (o al limite ad annullare le possibili perdite).

La finalità è decretare la scomparsa della sfera pubblica senza che scompaia del tutto la proprietà pubblica, immergendola nelle leggi del mercato, non più improntata al buon andamento della società, in funzione delle esigenze della collettività. È il trionfo dell’individualismo anche nel settore statale. La sanità, così come il sistema d’istruzione e la pubblica amministrazione, vengono amministrate in base a criteri che non contemplano la qualità dei servizi, dal momento che per il NPM la qualità non è altro che una proprietà derivata dalla quantità – e della quantità contano solo gli aspetti economici, che vengono valutati attraverso il benchmarking: invece di fissare gli obiettivi di un’istituzione in base ai suoi scopi (tipo curare i malati per la sanità, istruire per la scuola), si stabilisce uno standard astratto – il benchmark – che dovrebbe consentire di mettere a confronto diverse istituzioni. La nomina di economisti chiaramente ispirati dalla filosofia neo-liberista all’interno del Nucleo di valutazione tecnica che dovrebbe gestire il PNRR ne è la conferma.

Conclusioni: perché andare a Venezia il 9 e 10 luglio

La riunione dei ministri delle finanze del G20, che si svolgerà a Venezia il 9 e 10 luglio, ha lo scopo di ratificare queste politiche, a partire dal simposio sulla tassazione internazionale del 9 luglio, sino al meeting con i governatori delle Banche Centrali il giorno successivo.

Come abbiamo cercato di argomentare si tratta di politiche che, pur presentandosi come differenti, si muovono nello stesso solco tracciato dalla governance neo-liberista, con qualche spruzzatina di moderatismo.

Ciò che invece i movimenti dovrebbero chiedere con la forza della mobilitazione e del conflitto sociale sono interventi di tutt’altra natura. Ne possiamo elencare alcuni:

1) L’utilizzo dei fondi pubblici europei del Next Generation Eu per finanziare un welfare comune europeo, fondato sul diritto ad un reddito di base incondizionato, a partire dalle situazioni di maggiore difficoltà, coniugato con l’accesso libero e diretto ai beni comuni naturali e intangibili, sulla base di una governance dal basso, che sancisca il diritto alla salute, all’istruzione, alla mobilità, alla socialità come patrimonio irrinunciabile per la propria autodeterminazione e libertà (prospettiva di un welfare del comune, Commonfare)

2) L’utilizzo dei fondi europei per un’effettiva transizione ecologica verso una eco-sostenibilità dell’ambiente, non millantata come avviene oggi.

3) La definizione di una road map per una riforma fiscale in senso progressivo, in grado di tassare anche i nuovi cespiti di ricchezza che oggi sfuggono ai tradizionali strumenti fiscali, fondati ancora sulla tassazione del lavoro (in misura crescente) e dei profitti nazionali (in misura decrescente). In un contesto di nuova organizzazione sovranazionale delle grandi multinazionali come quelle che animano il capitalismo delle piattaforme, è necessario l’introduzione su scala globale di una “digital tax”, che tassi la creazione del valore generato dall’applicazione delle nostre vite alle stesse piattaforme.

4) Misure di sostegno al lavoro, tramite l’introduzione di un salario minimo globale e la definizione di diritti comuni del lavoro (equo compenso, malattie, ferie, previdenza, ecc.) a prescindere dal contratto di lavoro, professionalità, posizionamento nella catena del valore, come diritti inalienabili dell’individuo.

Per questo è importante essere a Venezia il 9 e il 10 luglio prossimi.

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