Abstract txt, audio e foto dalla seconda giornata di lavori del No logo meeting

La precarietà è la nostra vita

4 / 10 / 2009

Abstract intervento di Luca Casarini

In un mondo in cui la precarietà è bios e coinvolge non solo la sfera sociale ma il capitalismo stesso, l’esemplarità e non la sintesi, è l’elemento che parla del modo in cui oggi stiamo all’interno della precarietà e della crisi permanente che riproduce continuamente se stessa. Dentro questo parlare della crisi della rappresentanza, c’è anche quella del sindacato come forma del fare politica. La crisi delle forme di rappresentanza è permanente all’interno della crisi. Rovesciando il paradigma della crisi, se la precarietà è bios, cioè vita, all’interno della crisi anche il potere è continuamente precario e questo rappresenta per noi un’opportunità di agire nelle sue crepe per costruire indipendenza, in un momento in cui costruire indipendenza significa conquistare libertà. (...)

Abstract intervento Vilma Mazza

La precarietà come precarietà del bios, della vita, ci rimanda al terreno dell’immigrazione, un fenomeno che interroga la società e vi si riflette attraversando e trasformando i territori dal punto di vista globale e locale all’interno della crisi. Proprio all’interno della crisi sono soggetti e comunità che si determinano in forme caotiche e complesse e, talvolta, drammaticamente identitarie. La nostra storia con i migranti dura da più di vent’anni, da quando abbiamo aperto per la prima volta i nostri spazi ai primi arrivi partendo dal diritto all’accoglienza, attraversando poi la lotta per i diritti di cittadinanza.Riprendere questo tema all’interno della crisi dove anche e soprattutto la dinamica dell’immigrazione e dei diritti diventa contraddittoria, significa doverlo fare senza ricette ma avendo uno spazio comune come la mobilitazione del 17 ottobre, all’interno della quale possano stare tutte le sfaccettature e tutte le articolazioni che si danno territorio per territorio. (...)

Abstract intervento di Alessandra Sciurba

Partendo dai nostri territori, da Venezia, vogliamo essere uno stimolo verso la giornata del 17 ottobre. Ci siamo resi conto che è necessario parlare con molti partendo da un ragionamento su cosa sia oggi il razzismo e su cosa voglia dire vedere le nostre città utilizzate come palcoscenico di una cultura razzista che viene istituzionalizzata e che si fa forte di consensi, elettorali e non, ottenuti imbrogliando le persone e promettendo loro quella sicurezza, autonomia dallo Stato, meno tasse e più giustizia sociale che non sono mai arrivati e non arriveranno, perché sono stati promessi da chi non ha nessuna risposta alla crisi. Noi non siamo tutto questo, siamo la Venezia che vuole rimanere libera, aperta e solidale e facciamo appello alle altre città del Veneto, di quel Veneto che costruisce la solidarietà tutti i giorni con percorsi concreti e coraggiosi, di quel Veneto che non accetta di essere rappresentato dalle bandiere celtiche e dalle propagande di odio e divisione. Perché l’idea di un Veneto libero non è portare la nostra identità ma contagiare un sogno.  (...)

Abstract intervento di Francesco Brancaccio

La nostra proposta di lavoro sulle mobilitazioni del 17 ottobre è di cogliere la possibilità di non viverle con ritualità e auto-rappresentazione ma come possibilità di una verifica concreta di relazioni nel contesto che viviamo e agiamo.

In Università parlare di ricomposizione a fronte del contesto mutato della crisi significa considerare la frammentazione dei soggetti all’interno della crisi e vivere questa frammentazione come sfida.

La ricomposizione non è la riproduzione di rappresentanza interna dei soggetti che si muovono sui terreni sociali, non è la sommatoria di soggetti precostituiti.

Non vogliamo rappresentare quello che resta di un movimento. Determinare una ricomposizione identitaria e marginale è contrario alla sfida che abbiamo di fronte. La sfida è un’università come luogo di ricomposizione perché è al suo interno che esiste il laboratorio di controllo della forza lavoro, dei modi di vita, del bios. Per questo la proposta è di non riprodurre la ritualità ma di costruire lavoro di relazione vera tra i soggetti sociali, un’alleanza tra l’onda studentesca e l’onda migrante. Rovesciare l’isolamento sociale dei migranti attraverso l’alleanza con la soggettività studentesca significa costruire una sperimentazione che è un’occasione per costruire una possibilità di generalizzare l’onda e ritrovare l’immaginario. (...)

Abstract intervento Francesco Raparelli

La precarietà intesa come bios parla del fatto che lo sfruttamento eccede la prestazione lavorativa e colonizza la vita, i flussi relazionali affettivi e comunicativi che la costituiscono. Questo passaggio epocale ci impone di interrogare le forme di organizzazione del lavoro (e della vita), oltre i dispositivi tradizionali, siano essi politici o sindacali. La crisi della rappresentanza sindacale, in questo senso, è comprensibile solo a partire da questo salto, da questa mutazione. Troppe pretese che riguardano la vita non sono comprimibili dentro la contrattazione sul e del lavoro.

Per questo la tematica della precarietà deve essere articolata, dobbiamo costruire dei “tagli”, di pensiero e di pratica politica. Non è più possibile utilizzare la retorica classica della “ricomposizione”: non si giustappongono settori o corporazioni, ma si articolano pretese che riguardano il reddito, la formazione, le attività riproduttive, la comunicazione, gli affetti.

L’Onda, in questo senso, ha definito una straordinaria novità, esprimendo il protagonismo di una generazione senza diritti, una generazione più povera di quelle che l’hanno preceduta. Ma l’Onda non è un dato, il movimento non è un bene naturale, consegnato una volta per tutte. L’Onda va ricostruita, ripensata a partire dalle riforme che vogliono, attraverso la retorica del merito, gerarchizzare la forza-lavoro cognitiva. E per fare questo è necessario rompere con ogni torsione identitaria o ideologica, gettarsi nel vivo delle lotte reali, farle maturare nella composizione sociale studentesca e precaria.

Abstract intervento Marco Baravalle

Questo intervento mira a raccogliere alcune considerazioni in merito agli effetti della crisi sul cosiddetto " lavoro culturale" sia a livello nazionale che locale e intende produrre alcune riflessioni rispetto all'efficacia del nostro intervento nell'ambito del precariato della cultura.

La dimensione locale è, naturalmente, quella della città di Venezia, dove, a partire dal 2007, il S.A.L.E  interviene, con un lavoro di inchiesta, con iniziative di lotta e con produzioni indipendenti, proprio all'interno di quella articolazione metropolitana che abbiamo definito la " fabbrica della cultura"

Abstract intervento Gianmarco Depieri

Mi sembra di poter dire che stiamo vincendo la scommessa del Meeting No Logo: stiamo costruendo nomi e lessici comuni attorno a dei nodi e dei rompicapo di importanza epocale. Ciò che viene chiamato precario in realtà è la stabilità e l'universalità della condizione comune.

La precarietà è lo statuto del lavoro vivo contemporaneo, non accidente. Ma precarietà vuol dire tante cose: di certo frammenti di lavoro subordinato. Ma anche sviluppo di rete di relazioni, creazione di reti di aiuto ed auto-aiuto.

Precarietà fa rima con libertà ed indipendenza. Precarietà è la nostra vita. Precarietà ci fa porre l'accento sulla possibilità di sovvertire l'ordine del discorso.

Se questo è eretico lo è anche assumere che dobbiamo deflazionare la categoria di movimento. Ci siamo abituati a chiamare movimento tutto, cioè niente. Dobbiamo poter dire che il movimento è tale se è di massa, indipendente, travolgente e se mette in gioco le soggettività, non se le conserva!

Toni ieri diceva che l'Europa è un tema inevitabile, ma scivoloso.

Le date di ottobre e dicembre a Copenhagen possono essere un momento di inchiesta e di costruzione di nuove relazioni sforzandoci di andare oltre la pratica e la tecnica di piazza.

Il clima è una issue. E si intreccia alla precarietà. Cosa più del clima è precario?

Analogamente, la critica della precarietà climatica non è affare degli ecologisti, ma critica della crisi da un punto di vista generale.

Tutto il mondo sta discutendo di questo appuntamento, anche con forme nuove di progettazione e lessico ( si pensi al debito ecologico).

Organizziamoci e cominciamo a comunicare questa scadenza.

Noi finora siamo stati politicamente timidi sul reddito di cittadinanza. Timidi vuol dire che abbiamo creduto poco nella sua traducibilità in programma. La battaglia delle idee è vinta: della necessità di adottare il reddito come perno per la riforma del welfare sono convinti tutti e che non lo è non lo sarà mai o, analogamente, lo combatterà sempre.

Come ci andiamo a prendere i 53 trilioni di dollari? Dobbiamo dare corpo e nervi all'idea di reddito: YES WE CASH! deve essere concreto programma.

Dobbiamo tornare a pensare e a lottare assumendo fino in fondo che loro, i capitalisti, i partiti, i sindacati, il lavoro, non possono vivere senza di noi. E che noi possiamo vivere senza di loro. “W l'eutanasia dei rentier, w il common wealth”.

Abstract intervento Antonio Musella

Vorrei partire dal ribadire che noi non siamo un sindacato. Abbiamo difeso la nostra libertà e indipendenza in un momento difficile, penso al 2006, che ha segnato la crisi della rappresentanza istituzionale e della dinamica dei partiti.

Oggi, in apertura di una fase nuova, dobbiamo andare ad analizzare e a mettere in chiaro il nodo della crisi della rappresentanza sindacale: chiariamo che crisi del sindacato è crisi della forma sindacato all’interno della crisi delle forme di rappresentanza (che si esprime anche nella sua inefficienza).

Chiariamo le nostre differenze, rispetto alla forma sindacato, di stile e di approccio a un ragionamento nuovo che tende all’apertura di una nuova fase in cui scegliamo di parlare ai tanti e non ai pochi, nell’onestà delle relazioni. Oggi è necessario chiarire questo punto.

Nel nostro lavoro in Abruzzo abbiamo affermato uno stile nell’attraversamento delle comunità terremotate, nell’apertura di spazi di confronto: un’idea diversa dall’essere o creare funzionari. Un’idea diversa di fare movimento.

Il nostro modo di stare dei conflitti è raccontato da ciò che abbiamo fatto.

Un altro esempio di questa differenza si è verificato nelle mobilitazioni dei precari della scuola: noi abbiamo cercato di connettere le lotte (studenti precari cittadini) nella ricerca di produzione di autorganizzazione sociale.

Dall’altra parte, la forma sindacato, ha riprodotto la stessa modalità che abbiamo visto a L’Aquila: atteggiamento catechista, competizione tra sigle, che ha portato solo a una marginalità ulteriore nel momento in cui sono stati messi in angolo dai precari.

Abbiamo bisogno di un Log out e di nuovo inizio che nasce anche dall’interrogarsi su precarietà e bios costruendo e tenendo in piedi un terreno di ricerca continuo anche sulle forme di organizzazione del precariato, che in parte già vive (lotte su casa reddito welfare).

Dobbiamo essere coscienti di avere non solo degli approcci diversi da altri, ma anche letture profondamente differenti di cio' che avviene nel mondo.

Noi non penseremo mai che l’onda iraniana è un complotto della CIA. Come possiamo avere a che fare con questi sindacalisti?

Dobbiamo ribadire che oggi le nostre relazioni sono diverse: parliamo con tutti i sindacati con la chiarezza della crisi della forma sindacale.

Noi abbiamo un nostro modo di guardare il mondo, di sognarlo diverso e di costruirlo.

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Abstract intervento di Emiliano Viccaro

Discutere di precarietà nella sua dimensione biopolitica, significa assumere in profondità e nella sua complessità la questione dell'indipendenza. Indipendenza come costruzione di una autorganizzazione produttiva dei conflitti, in cui la battaglia del reddito contro la rendita si declina in sperimentazione di nuovi strumenti di conflitto e di tutela. Definitivamente oltre le forme date della rappresentanza politica e sindacale.

Una discussione in generale cercare di entrare anche nel momento in cui stiamo vivendo.

Bisogna anche capire da quali processi sociali ha origine questa fase.

dentro a questa complessità (sindacalismo metropolitano, sindacalismo sociale), abbiamo immaginato una sperimentazione con mezzi relativi

Abstract intervento di Bartolo

Io mi sento molto addosso questo ragionamento come precarietà come bios, soprattutto con quello che facciamo all'interno dei nostri spazi sociali.

Al centro del nostro ragionamento la metropoli, dove il profitto si è fatto rendita e dove la strategia del capitalismo globale si insinua.

I laboratori della rendita immobiliare e anche quella che si succhia il lavoro immateriale sono i terreni con cui sfidarsi.

Abstract intervento Alberto De Nicola

Alcune considerazioni politiche rispetto alla fase che stiamo vivendo. Dobbiamo assumere la concezione di precarietà come bios e non come qualcosa di diverso. Ci confrontiamo infatti con una concezione sociale che di precarietà come sconfitta. La precarietà è una forma di governo, di potere, di sfruttamento che si applica sul lavoro propriamente inteso ma anche sulla vita sul lavoro che eccede i luoghi e le forme classiche di produzione. La precarietà come forma di governo si applica attraverso una ristrutturazione delle aspettative di vita, sui desideri della gente. Il meccanismo di sfruttamento passa dalla capacità del potere di mettere le mani sui desideri delle persone.

Il declassamento di desideri di vita avviene attraverso l’anti intellettualismo di stato, attraverso l’attacco all’intelligenza, che è attacco alle componenti cognitive del lavoro.

In fase di crisi la forma di governo precarietà si dà come scomposizione, frammentazione. Ci troviamo di fronte a diverse opzioni: l’ opzione corporativa del conflitto e la retorica della generalizzazione e della ricomposizione, attraverso cui si ripresenta la tematica della rappresentanza e il cannibalismo delle esperienze di conflitto.

Ci dobbiamo, inoltre, spingere a trattare il tema della precarietà insieme a quello della povertà. Povertà che non è solo assenza di reddito ma anche degradazione biopolitica. Reddito è organizzazione alternativa della capacità di cooperare.

Abstract di Claudio Sanita

L'esperienza che voglio riportare è quella della nostra ripresa anticipata della stagione politica a partire da tre questioni che ci siamo trovati ad affrontare. La messa sotto sgombero del centro sociale Crocevia, la prima manifestazione degli studenti medi dell'Onda, la manifestazione di ieri dei migranti contro il pacchetto sicurezza. E da questo sviluppare considerazioni di carattere più generale.

Abstract intervento di Loris Narda, Bologna

Stiamo costruendo lotte assieme ai precari della scuola e del teatro comunale.

Abbiamo trovato positiva una legge regionale che ha aperto una questione di reddito per i precari e credo che “ricchezza per tutti” sia il modo in cui giustamente approcciare le questioni (differenze abissali tra die linke e sinistra italiana).

Precarietà esistenziale, credo che la possiamo ribaltare allo stesso modo in cui a Lampedusa si e' passati da un vicesindaco leghista a percorsi comuni tra migranti e comunità locale.

Cristian Marazzi ci parlava di una crisi del Giappone degli anni 90' molto simile a quella che stiamo vivendo in cui la ripresa e' sempre pronta a ricadere in recessione.

Questione del merito dispetto all'onda studentesca, ribaltare un senso di giustizialismo presente nell'onda dell'anno scorso.

Come abbiamo affrontato il sindacato a Bologna: un uso tattico del sindacato, la direzione delle forme sia sempre verso il movimento e non verso la cristallizzazione.

Abstract di Paola Meo

In questo momento la cosa più preziosa che possiamo avere, sentendo anche gli interventi precedenti è la curiosità. La mia sensazione è che c'è un mondo che sopravanza la nostra capacità di conoscenza e dobbiamo quindi prima di andare a conoscere. Rispetto alle lotte che abbiamo visto in questi ultimi tempi, per esempio penso al caso Innse, il fattore scatenante non è stato la disperazione. Quello che abbiamo visto è il rovesciamento del rapporto con il sindacato dove si è rotto il meccanismo di delega. Questo è un ottimo esempio dal quale partire per alcuni ragionamenti.

Abstract di Francesco Pavin

Torniamo a casa pieni di suggestioni, ci servono per aggiornare la nostra agenda politica e da riportare all'interno della battaglia di Vicenza.

C'è una forbice che vogliono chiudere, quella che o stai a governare e il tuo problema resta e sarà il mantenimento del potere o quello di accontentarti di testimoniare in forma quasi religiosa la tua contrarietà alla guerra ed alla costruzione della base. Agire il comune, praticare l'eresia è costruire la disobbedienza di tanti ad un processo devastante come la costruzione del dal Molin e farlo in tanti perchè abbiamo la pretesa di cambiare il mondo.

Siamo eretici e pratichiamo l'eresia nei nostri territori, sognare un mondo possibile è il compito nostro e praticarlo è il domani.

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