"La piazza è del Popolo!" Apriamo la campagna, lanciamo un'assemblea

12 / 5 / 2015

Il 23 Giugno andrà a sentenza il processo che vede imputati 26 manifestanti per la giornata del 14 Dicembre 2010. Quella giornata fu l’esito di un lungo percorso di lotta, che vide in quel 14 Dicembre uno dei momenti di apice per un movimento che in quell’autunno dispiegò tutta la sua capacità di mobilitazione, diffusa a livello nazionale. Un movimento composto dai più diversi settori sociali e dalle più eterogenee rivendicazioni che, prendendo le mosse dagli studenti in opposizione alla Riforma Gelmini, ebbe la capacità di generalizzare - nel pieno della crisi economica - le ragioni dell'opposizione al governo, costruendo il primo tentativo di movimento anti-crisi nel nostro Paese.

Il 23 Giugno andrà in scena il tentativo di ridurre quella complessità a una mera questione di ordine pubblico, di comprimere l’azione e l’intelligenza collettive negli argini angusti delle responsabilità penali individuali, di esercitare l’antico teorema della repressione, con modalità vecchie e nuove. Ci ritroveremo a dire con chiarezza come e quanto le prove addotte dal PM Tescaroli siano in realtà una fumosa invenzione giudiziaria, laddove l’intero apparato accusatorio è mosso da un evidente intento politico: la sperimentazione di una nuova tattica di contenimento e lotta al dissenso sociale, che riduce il politico al penale tramite l’utilizzo strumentale e ingiustificato non solo di apposite fattispecie di reato, ma anche di inediti e vessatori strumenti amministrativi.

Nello specifico, il processo per il 14 Dicembre vede il Comune di Roma costituirsi parte civile, avanzando la spropositata richiesta di centinaia di migliaia di euro per il risarcimento di una serie di danni procurati alla città. In particolare assumono notevole rilevanza quelli che vengono definiti come “danni all’immagine della città di Roma”. Nell’anno dell’esplosione di Mafia Capitale questa richiesta risulta fuori luogo, se non offensiva, per tutte quelle persone coinvolte su cui ne grava il peso. Il ricorso sempre più frequente e strutturato a queste misure, seppure in maniera differente rispetto al penale, pesa e indica una via ben precisa: trasformare di fatto la possibilità dell’impegno politico in un attento calcolo economico che, in tempi di crisi, rappresenta un deterrente alla partecipazione politica molto più efficiente di tante misure cautelari, considerando anche l’immediata esecuzione in primo grado di condanne di questo tipo.

Lanciando la campagna La piazza è del Popolo, vorremmo però evitare di analizzare e interpretare i fatti del 14 Dicembre come se appartenessero ad un compartimento stagno, scollegato da una dimensione di conflitto più ampia: a partire da quella grande mobilitazione di piazza, tutte le stagioni di lotta e i momenti di mobilitazione che si sono susseguiti hanno puntualmente subito forti operazioni (mediatiche e giudiziarie) di criminalizzazione e repressione, finalizzate a indebolirne le forze, a comprometterne le aspettative, a bloccarne la moltiplicazione. Il funzionamento di questi dispositivi repressivi è tanto più grave quanto più, all’inasprirsi della crisi economica e del deterioramento delle condizioni di vita, non corrisponde una lineare e continuativa mobilitazione di massa. Nonostante ciò, è proprio all’interno di questo quadro che si sono diffuse e moltiplicate vere e proprie sacche di resistenza e critica radicale alle politiche neoliberali nei territori e nelle città, esperienze che hanno la necessita di riconoscersi e fare fronte comune soprattutto se si pensa che proprio in questi mesi si sono susseguite una serie di operazioni che puntano a delegittimare nelle aule di tribunale grandi momenti di partecipazione e lotta.

Infatti nel nostro paese, da nord a sud, ognuno di questi grandi momenti è ormai accompagnato da continui attacchi giudiziari. Dalla Val Susa alle metropoli, passando per i singoli territori, le accuse contestate ad attivisti e manifestanti sono sempre più dure e tese ad impedire ogni possibilità di lotta e contestazione. Il continuo utilizzo del reato di devastazione e saccheggio, riabilitato dalle condanne per i fatti del G8 di Genova e riproposto per i fatti del 15 Ottobre 2011, la pioggia di accuse di resistenza aggravata, la novità del reato di attentato agli organi costituzionali contestato agli studenti che nel 2010 manifestarono fin sotto le porte del Senato contro la riforma Gelmini, affiancati all'utilizzo di sanzioni amministrative economicamente insostenibili per vari cortei che hanno praticato una reale riappropriazione delle strade delle nostre città, delineano un attacco complessivo e trasversale a tutti i momenti di contestazione, dalle grandi manifestazioni fino agli episodi di resistenza nei luoghi di lavoro, nei quartieri, sui territori. Un attacco teso a depotenziare gli strumenti di lotta e la stessa partecipazione a momenti di contestazione.

È a partire da considerazioni come queste che vorremmo allargare lo spazio di discussione e confronto all’intera città, mettendo in moto un meccanismo capace di restituirci una dimensione comune di lotta e solidarietà che per troppo tempo ha latitato in questa città. Facendo nostre le date di mobilitazione dell’11 e 12 maggio nell’ambito del processo per il 15 ottobre 2011 e lanciando fin d’ora una mobilitazione in occasione della sentenza per il processo relativo al 14 Dicembre 2010, lanciamo una prima assemblea pubblica di confronto per venerdì 15 maggio alle ore 17 presso l’Università La Sapienza, Facoltà di Lettere.

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