La parola tregua

28 / 7 / 2014

È difficile essere solidali con questa "Solidarietà" che vende una fine e non un inizio, che vede la soluzione nell'eliminazione di un nemico, che prega e non parla di dignità.

Non solo in Francia, la causa palestinese è diventata un fondamento dell'islam mentre i massacri in Siria e in Irak passano quasi inosservati. Il mondo arabo guarda Al-Jazira, una televisione che instilla odio e non fa altro che filmare camere mortuarie, obitori, abitacoli di ambulanze e tombe. Dall'inizio dell'attacco militare contro Gaza, le piazze dei paesi arabi sostengono e acclamano Hamas, a leggere i commenti di numerosi intellettuali arabi che si dichiarano "di sinistra" il movimento islamico è diventato un movimento di liberazione.  Esperti militari si presentano per assicurare che le Brigate Al-Kassam sono tecnologicamente più efficaci di Tsahal, l'esercito israeliano. A sentire il conto dei missili tirati da Gaza, Gerusalemme sarà conquistata nei prossimi giorni.  

Al-Jazira, finanziata dal Quatar, fa sognare il mondo arabo come nel 1990 quando i missili di Saddam potevano radere al suolo New York, o nel 2006 quando lo sciita Nasrallah, nominato "Saladino",  prometteva di distruggere Tel Aviv mentre stava contribuendo all'implosione politica del Libano. Oggi spera in un movimento integralista che ha immerso Gaza in un regime opprimente, religioso, oscurantista, parcheggiato nelle moschee dove si insegna l'odio per la libertà, le donne, la vita, gli altri. Ma la televisione araba più popolare parla solo del nemico sionista. Dal contadino dell'Atlas al "9-3" in Seine Saint-Denis, tutti ricevono la stessa dose. Contrariamente a chi parla di sangue musulmano versato a Gaza, morti e feriti hanno sangue umano.  I campi di rifugiati del Yarmuk di Damasco, di Aleppo, di Bordj-Al-Barajneh a Beirut, Mieh di Saida, di Balata a Nablus, e a Jenin nei territori palestinesi, come a Gaza……. la solidarietà con i Palestinesi non è una solidarietà tribale, una reazione identitaria e religiosa.

La causa palestinese ha subito tante e tali strumentali manovre da parte dei regimi arabi e dei partiti islamici che agli occhi dei più giovani ha smesso di essere una questione politica perché nella narrazione collettiva, inquinata dal discorso religioso, la parola Palestina, sfogo e slogan, non evoca più una geografia o una storia ma una frustrazione comune, "l'ultima causa coloniale"  e il mito della resistenza.

Anche la solidarietà araba è un immaginario collettivo smentito dal 1970, come si dice "ci sono cento volte più fantasmi negli armadi dei regni e delle repubbliche arabe che  nei solai dell'esercito israeliano".

Certo Israele è una democrazia solo per i suoi cittadini ebrei ma un regime segregazionista per gli arabi a cui applica una politica coloniale, criminale e assurda. Ma, come racconta Mohamed Kacimi, autore di teatro che da vent'anni lavora nei campi di rifugiati palestinesi, " è più umano vivere a Khan Yunes o a Balata con una carta di identità, un nemico e un pezzo di terra da difendere e per il quale si è pronti a morire, che essere palestinesi in un campo a Beirut o a Damasco dove ufficialmente non si esiste dal 1948." La legge libanese vieta l'acquisto di proprietà immobiliari e terreni a "tutti gli stranieri originari di paesi non riconosciuti dal Libano". Una formula per designare i Palestinesi. Altre leggi vietano ai palestinesi una lista di 73 mestieri, altre ancora impediscono di ottenere un passaporto, di viaggiare, di provare ad rifarsi una vita lontano dalla terra promessa. La "fraternità" araba non esiste. 

Essere solidali con la lotta palestinese, oggi, vuol dire dimenticare il riflesso gregario, la solidarietà di sangue. Amare la Palestina significa astenersi dal gridare o scrivere "Morte a Israele! o "A morte gli ebrei!". Nè l'odio nè la morte dell'altro possono far vivere la Palestina.  

Solidarietà con la Palestina c'è anche quando ci si sforza di non negare ma di capire la realtà in Israele, le sue macroscopiche contraddizioni e la sua storia. Invece di escludere l'altro conviene imparare a conoscerlo. E per chi crede, tentare di capire il giudaismo con le sue folgorazioni e il suo perpetuo interrogarsi per vedere che lungi dall'essere un'antitesi dell'islam, non è altro che un suo primordiale cenno. Per non morire consumandosi nella propria prigione blindata e martoriata il primo gesto di pacificazione è quello di sfuggire alle grinfie della 'tribù'. 

La liberazione della parola antisemita  e la fine di una "pace" innocente.

L'antisemitismo come il razzismo sono dei veleni, oltre una certa dose la coesione sociale muore.

La realtà in Francia è brutalmente tragica nella sua semplicità:  c'è un legame tra Jihad e antisemitismo. Non si tratta di una violenza indiscriminata, sono aggressioni mirate contro persone scelte per quello che sono e non per quello che fanno o avrebbero potuto fare. Un odio allo stato puro che prende in prestito al vecchio antisemitismo europeo una inverosimile accozzaglia ideologica divulgata  sul web, dalle teorie complottiste ai più ignobili archetipi razzisti. "Colpevoli" di una guerra israeliana dunque bersagli abbastanza facili perché molto spesso reperibili con o senza magen David, stella-scudo, che non è esclusivamente simbolo sionista o religioso ma segno di una più recente e lacerante storia comune in un secolare percorso in Europa e nell'area mediterranea.

Non c'è emozione, purtroppo solo disincanto nell'esprimere empatia contro una guerra e un'atroce occupazione militare. Mentre i media parlano ancora di "pace" soffiando sulla brace del futuro in Medio-oriente ci si sente un po' idioti. L'idea stessa di una soluzione politica tra un massacro e il crimine successivo è anacronistica, ci si ritrova sconnessi dalla realtà al solo pensiero nel delirio terrificante, inconcepibile ma assolutamente prevedibile di quest'ultimo spietato attacco su Gaza.  

Qualche tempo fa, partecipando all'inaugurazione di una scuola bi-lingue e mista gestita da ebrei e arabi insieme, ho assistito al cerimoniale di musica e canti popolari con condiviso e ardente desiderio di pace "sulla terra che Dio ci ha dato".  

Anche nelle altre scuole non si intonano più canzoni 'coloniali' di battaglia, sudore e sangue ma ci si appella a Dio affinché conceda la pace tanto desiderata. Come un regalo?

Ma la pace che milioni di scolari aspettano di ricevere ha un caro prezzo. Contrariamente alla dimostrata capacità di sopravvivenza umana, la pace sembra realizzarsi invece grazie alla provvidenza… Ormai siamo alla terza generazione istruita e ingozzata di leggende e fede nel decreto divino che regola il conflitto tra israeliani e palestinesi. Un po' come il cattivo tempo, se ne parla, ci si lamenta, si canta ma non si può far niente per cambiarlo. Percorrendo i media israeliani, le elucubrazioni sulla minaccia iraniana e l'instabilità dei regimi regionali si concludono quasi tutte con una ostinata ipocrisia: non si può far niente per risolvere il conflitto perché non c'è soluzione. 

L'élite israeliana, come gli allievi delle scuole elementari, sulla pace non ha propositi, tocca a Dio regalare una pace, per definizione compromesso tra parti antagoniste. Il prezzo più pesante sarà quello che si paga per cambiare completamente la propria visione del mondo.

Per costruire la fiducia in  un vecchio fantasma mai realizzato si dovrebbe cominciare ad evitare la metafisica e il messianesimo del termine "pace" e sostituirlo immediatamente con la parola "compromesso", certo meno esaltante ma che almeno ogni volta che lo usiamo ci ricorda che la soluzione tanto sperata non si concretizza con le preghiere ma nella discussione difficile e spesso bancale con l'altra parte. 

Non è facile parlare di compromesso perché non fa rima con "desiderio"  e con "pace che in ebraico, shalom, è anche più bello da leggere graficamente sulla maglietta. Ma almeno la parola "compromesso" impone a chi la usa le stesse condizioni: essere pronti a rinunciare alle proprie verità sia pur assolute o anche più che giuste. Accettare che oltre la propria realtà ne esiste un'altra differente. E nel contesto attuale sarebbe già qualcosa. 

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