«Nascosti dentro un furgone, abbiamo raggiunto Napoli. Laggiù noi potevamo stare solo nel ghetto»

«La mia fuga dall'inferno di Rosarno»

13 / 1 / 2010

Il murales di piazza Valarioti a Rosarno

Una storia angosciante, quella di David Sanané, scappato da Rosarno durante le ore della «caccia al nero». Non diversa da quella di migliaia di altri uomini stranieri che girano l'Italia in cerca di lavoro, ma la particolarità sta nel fatto che questa storia è arrivata a Bergamo.
David, 21 anni, è nato in Burkina Faso e cresciuto in Costa d'Avorio, dove c'è la guerra. Per questo ha ottenuto il permesso di soggiorno come rifugiato politico.

È approdato qui cinque giorni fa, dopo essere letteralmente scappato da Rosarno. Il giorno dopo gli spari notturni che hanno dato il via a rivolte e assalti, lui è fuggito a bordo di un furgone. Insieme ad altri 25 ragazzi si è chiuso nel retro del camion, dopo aver oscurato i finestrini per paura di essere visti dai rosarnesi, e si è messo in salvo arrivando a Napoli. Da lì, poi, è giunto nella nostra città.
«Dormivamo in una casa abbandonata in campagna – racconta –. Appena abbiamo saputo che avevano sparato a due fratelli ghanesi abbiamo deciso di fare sciopero. Volevamo manifestare a Rosarno, in centro, ma ci siamo subito resi conto che la situazione era troppo pericolosa. Allora abbiamo deciso di scappare. Strade e stazione ferroviaria erano bloccate. Siamo riusciti a salire sul furgone di uno di noi e ce ne siamo andati nascondendoci lì dentro. Il nostro datore di lavoro ci ha indicato una strada secondaria da seguire per andare via. Non sapevamo neanche dov'eravamo, perché eravamo chiusi nel retro. Poi siamo arrivati a Napoli».
Ma la paura a Rosarno non è cominciata l'8 gennaio. Lì i migranti hanno sempre avuto paura. «Era pericoloso andare in centro – spiega David –, non potevamo neanche andare a bere un caffè. Bisognava stare nel ghetto e non muoversi di lì». Lui è stato a lavorare a Rosarno anche l'anno scorso, a raccogliere mandarini e arance: «Una notte, mentre dormivamo, abbiamo sentito degli spari. Non ci siamo mossi per la paura, e il mattino abbiamo trovato la macchina di uno di noi coi fori dei proiettili nella carrozzeria».
A Rosarno ci si va a lavorare per un paio di mesi, da fine novembre a fine gennaio. A raccogliere la frutta si guadagnano 25 euro al giorno, in nero. Poi si lavora anche in fabbrica, dove la frutta viene lavata e confezionata. Anche in fabbrica gli stessi 25 euro, per lavorare dalle sei del mattino alle sei o alle sette di sera (dipende se il proprietario è buono o cattivo, precisa David). Niente domeniche né festività, sette giorni su sette.

A Bergamo, ospiti della Comunità Ruah, ci sono diversi uomini che negli anni scorsi hanno lavorato lì, e che confermano quanto racconta David.
«Tutto in nero – spiega Lazare, che è stato a Rosarno nel '98 e nel '99 –. Non importa se hai il permesso di soggiorno o no, tanto nessuno ti fa un contratto e se hanno voglia ti pagano per un po' e poi basta. Magari ti pagano un mese e l'altro ti mandano via a mani vuote. E il bello è che il poco che guadagni non lo puoi neanche spendere, perché nei negozi non ti fanno entrare».
Ride, Lazare, e racconta che i commercianti gli dicevano che il negozio era chiuso, mentre vedeva i rosarnesi che entravano a fare la spesa. Mentre a David è capitato di entrare in un bar, chiedere un caffè e sentirsi rispondere da un poliziotto presente di andare a berselo in Africa, il suo caffè.
E allora per mangiare, così come per procurarsi coperte e vestiti, ci si rivolge alla parrocchia. Lì nessuno fa storie e si trovano pacchi di pasta e materassi da mettere nei rifugi per la notte.
«L'importante è che resti nel ghetto – dice Lazare -, non devi muoverti di lì se non per andare a lavorare». Lo chiamano ghetto anche tra di loro, si tratta della zona in cui i lavoratori stranieri trovano da dormire, tra ex fabbriche e cascine abbandonate.
Lavoro e paura, ecco cosa trovano da anni gli stranieri a Rosarno. Un lavoro malpagato, ma meglio che niente, dicono.
«Io ho lavorato nelle campagne di Foggia e Napoli, oltre che in Calabria – continua David -, sempre nelle stesse condizioni». È arrivato in Italia un anno e mezzo fa. A bordo di un barcone è stato scaricato a Lampedusa. Poi trasferito a Bari, in un Centro di permanenza temporanea, quelli che adesso si chiamano Centri di identificazione ed espulsione. Dopo due mesi gli è stato riconosciuto l'asilo politico, perché è scappato dalla guerra, e quindi gli è stato dato un permesso di soggiorno di un anno.
«Quando il permesso è scaduto l'ho rinnovato – spiega –, ma per farlo ho dovuto pagare 300 euro per farmi dare la residenza in un dormitorio, perché senza residenza il permesso non te lo rinnovano. Adesso è valido fino a ottobre, per fare un altro rinnovo dovrò pagare ancora 300 euro ma non li ho». Va avanti col pensiero, David, da qui a ottobre ci sono parecchi mesi ma lui è completamente sconvolto dall'esperienza di Rosarno. Il terrore non glielo si legge solo negli occhi ma in tutto il corpo.

«Ho paura, devo trovare un lavoro e un posto dove stare. Adesso sono ospite di un amico ma lui ha la sua famiglia e non posso stare lì a lungo». Per questo è arrivato a Bergamo: perché qui, a Orio al Serio, abita un suo amico (che lui chiama fratello).
Adesso David spera di poter vivere qui, anche se il suo sguardo non è proprio quello di una persona carica di speranza. «Non possiamo vivere come animali, rischiare che ci sparino. È difficile qui, l'immagine dell'Italia che abbiamo all'estero è più grande dell'Italia stessa. Quando arrivi scopri che qui è tutto difficile».


Sara Agostinelli

pubblicato su L'Eco di Bergamo, 13/01/2010

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