«La Manada»

Il tribunale di Navarra derubrica uno strupro di gruppo ad «abuso». Manifestazioni femministe in tutta la Spagna.

29 / 4 / 2018

Se la donna non è sottomessa fisicamente, allora non c’è aggressione sessuale. Si sa, le donne sono costitutivamente più deboli, sono soggiogabili senza grandi sforzi. Nel caso in cui un uomo voglia aggredirle fisicamente, lo farebbe senza incontrare grandi resistenze. Ma se non la fa, bisogna affidarsi alle sue buone intenzioni, al fatto che la donna, in fondo, ha acconsentito ‘tacitamente’ al rapporto sessuale. 

Se la donna non mostra chiari segni corporei di disgusto nei confronti di chi sta abusando di lei, allora non c’è aggressione. Anzi, forse sta pure provando piacere, «eccitazione sessuale», sinonimo di un seppur minimo consenso. Questo sarebbe un breve il pensiero del giudice Ricardo González, magistrato della Audiencia Nacional di Navarra incaricato di esprimere una sentenza contro «La Manada».  

«La mandria», così si chiamano tra loro i cinque giovani uomini di Siviglia che hanno violentato in gruppo una ragazza di 18 anni a Pamplona il 7 luglio del 2016 durante le feste di San Fermín. Il nome di gruppo proviene da una chat whatsapp nella quale i cinque uomini e altri amici si scambiano messaggi sessisti, video e foto dell’aggressione sessuale che hanno compiuto. Nel gruppo dei sivigliani troviamo, tra gli altri, anche un agente della Guardia Civil e un militare; ai due uomini non è ancora stato revocato definitivamente il loro incarico, continuando a percepire il 75% dello stipendio. A quanto dice la cronaca nazionale, quattro dei cinque si sarebbero già macchiati di un’altra violenza sessuale nei confronti di una ragazza a Pozoblanco (Cordova), presa e fatta salire su di un’auto, legata per i polsi e violentata. La ragazza si sarebbe svegliata la mattina successiva, dopo aver perso conoscenza per gran parte della notte, con i vestiti strappati. 

La ragazza  di Pamplona è stata ritrovata da due passanti su di una panchina in posizione fetale dopo che la notte precedente gli uomini l’avevano avvicinata, portata dentro un androne e violentata. Agli occhi di qualsiasi persona dotata di un senso comune che riconosce la violenza di genere, la tipologia giuridica sotto cui sarebbe dovuto ricadere l’atto è quello di stupro e aggressione sessuale. Ma, per la sentenza dei giudici di Navarra, si tratterebbe soltanto di «abuso». Per questo motivo, i cinque accusati sono stati condannati a 9 anni di carcere e al risarcimento di una multa. González non è che il magistrato più sfacciatamente sessista del tribunale di Navarra. La sentenza definitiva, benché non si spinga a insinuare un consenso da parte della giovane come vorrebbe il sopracitato giudice, ricalca pedissequamente tutti gli stereotipi di genere e una concezione della violenza sessuale che mette in una posizione di favore il fautore dello stupro: l’uomo. A poco sono valse le testimonianze della ragazza, il materiale video registrato dagli stupratori come ricordo della violenza, le indagini che hanno controllato le biografie di ciascuno di loro e le loro chat, in cui il machismo più impudico e aggressivo non veniva certo mascherato. 

Ad essere messi sotto accusa sono i comportamenti della donna: come ha fatto ad arrivare fino all'androne con gli uomini in questione? Che reazione ha avuto durante l’atto sessuale? Nel periodo immediatamente successivo, ha per caso manifestato ripercussioni psicologiche? A questo si aggiunge che la legge spagnola definisce stupro un reato soltanto se è riscontrabile una costrizione fisica a cui corrisponde una resistenza da parte della donna. Come denunciano le giuriste femministe, la Spagna è uno dei tanti Paesi europei in cui il reato di stupro si fonda sulla forza fisica e non sul consenso. Una visione che non solo condanna le donne perché, in assenza di una sopraffazione muscolare, presume che la vittima di violenza sia concorde con l’atto sessuale, ma anche perché concettualizza la violenza nei meri termini dell’impedimento fisico. La violenza psicologica, il rapporto di potere che si crea senza bisogno che intervengano azioni concrete quando cinque uomini intimidiscono una donna affinché esegua il loro volere, sono costrutti immaginari. O la violenza si vede oppure non esiste. E anche quando si può vedere, bisogna essere minuziosamente chirurgici nel rilevare tutte le possibilità che non sia violenza, scrutando i gesti della donna prima, durante e dopo lo stupro. 

La sentenza di Navarra è ancora più odiosa perché implicitamente dice ciò che le istituzioni continuano a credere: che il patriarcato non esiste, che la violenza sessuale è episodica, che le relazioni di subalternità tra i generi non fanno da sfondo struttale ai fenomeni di stupro e altre forme di abuso. In più, dal punto di vista giudiziario, la magistratura spagnola si conferma essere retrograda e repressiva. Basti pensare che, di fronte ai movimenti sociali o a situazioni in cui sono coinvolte forze di polizia, i tribunali comminano pene di 62 anni (rissa nei Paesi Baschi con due agenti di polizia che si trasforma in accusa di terrorismo), 30 anni (reati legati al referendum di indipendenza catalana) e i 2 anni (denuncia contro i rapper che avrebbero scritto frasi contenenti vilipendio al re). Mettendo accanto la sproporzione di queste sentenze con quella attenuante relativa a «La Manada», è facile capire la mentalità giuridica conservatrice che soggiace alle scelte della magistratura. 

Eppure, la Spagna si conferma essere quel Paese dove lo scollamento tra istituzioni di eredità franchista, da una parte, società civile e movimenti, dall’altra, è a dir poco profondo. Al diritto e alla magistratura che sembrano non aver mai transitato verso la democrazia, si contrappone una potenza sociale di indignazione femminista. Decine di migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città, in maniera autoconvocata, dopo il pronunciamento della sentenza. Attiviste e attivisti, cittadine e cittadini, sindaci/che come Ada Colau, hanno occupato le strade di tantissime città in Spagna per denunciare il pregiudizio di genere contenuto nella sentenza e chiedere a gran voce la revisione del codice penale, oltre ad una formazione femminista degli operatori del diritto, in primis i giudici. La marea femminista, già scesa in piazza l’8 marzo contro la breccia salariale, ha ottenuto che sia messo all’ordine del giorno del Congresso una discussione che punti a modificare il codice penale. Certamente, con il Partido Popular al governo la strada non sarà facile, ma con la pressione delle piazze e dell’opinione pubblica si possono aprire delle possibilità concrete di definizione di un diritto sensibile ai temi femministi. Lo scoglio più duro sarà proprio lo sgretolamento dell’omertà e dell’immobilismo giudiziario, come dimostrato dalle reazioni arroccate su se stesse dei giudici del Tribunale di Navarra e del Presidente del Tribunal Supremo. Con tono paternalista i magistrati dicono che non bisogna essere troppo radicali nella critica agli organi pubblici, perché potrebbe portare a compromettere lo Stato di diritto il cui fine è proprio la protezione delle vittime. Addirittura, i rappresentanti delle associazioni dei giudici spagnoli hanno definito come «sproporzionate» le reazioni di piazza alla sentenza. 

Un dato di fatto è in ogni caso stato raggiunto: nessuna istituzione, nessuna legge e nessuna opinione potranno tornare a decretare in libertà sulle questioni di violenza sessuale senza prima aver ascoltato e assunto  le voci delle vittime, così come le rivendicazioni femministe. «Hermana, yo sí que te creo». Quello a cui non è più possibile credere è qualsivoglia tentativo (evidente, velato, subdolo) di decidere cosa sia violenza e cosa  non lo sia indipendentemente da ciò che viene detto dalle donne. 

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