"La "mafia" non è Capitale?"

23 / 10 / 2019

La Cassazione nell'ambito del processo su “Mafia Capitale” ha sancito che il cosiddetto “Mondo di mezzo” non era un'associazione di stampo mafioso. L'accusa, mossa dalla procura di Roma, ruotava attorno alla costituzione di una "nuova" mafia, che aveva negli appalti della Capitale il maggior centro di interesse.
I due principali attori, Salvatore Buzzi e Massimo Carminati non avevano messo in piedi, secondo la Cassazione, un unico gruppo criminale ma due associazioni che poco o nulla avevano a che vedere l'una con l'altra. Da un lato la cooperativa sociale 29 giugno e dall'altra i “neri” di Carminati.

Per l'ex Nar e per il presidente della cooperativa 29 giugno, nonchè per altri imputati che si erano visti contestare l'associazione di stampo mafioso, ci sarà un processo d'appello bis per il ricalcolo delle pene alla luce della declassazione del reato in associazione a delinquere semplice.
Secondo la Cassazione a Roma non c'era la mafia, ma soltanto corruzione. Il processo ruotava intorno al 416bis, l’articolo del codice che disciplina l’associazione a delinquere di stampo mafioso.
In Italia il reato di associazione mafiosa è stato introdotto nel Codice penale con la celebre legge Rognoni-La Torre del 1982. Il delitto di associazione mafiosa costituisce ancor oggi un caposaldo della repressione penale delle forme considerate più temibili della criminalità organizzata. Se, infatti, nei primi trent'anni di vita ha consentito di contrastare giudiziariamente le “mafie storiche” (“cosa nostra” siciliana, “’ndrangheta” calabrese e “camorra” napoletana) nei loro territori d’origine come mai era accaduto nell'Italia repubblicana, negli ultimi anni il reato si è rivelato utile anche alla repressione di fenomeni criminali considerati di più recente comparsa.
L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.   

La pubblica accusa chiedeva la conferma per diciassette imputati. La sentenza di Appello dell'11 settembre 2018 aveva ribaltato il primo grado che non aveva riconosciuto le accuse di mafia. A Carminati, Buzzi e al resto del gruppo erano stati riconosciuti colpevoli di reati di mafia anche se per alcuni erano stati diminuiti gli anni di detenzione L'imprenditore delle cooperative è stato condannato a 18 anni e quattro mesi, l'ex Nar a 14 anni e mezzo, l'ammontare complessivo delle pene per i 43 imputati, otto dei quali assolti, aveva raggiunto quasi i 200 anni di carcere. Nella requisitoria, il pg Luigi Birritteri aveva sottolineato come il gruppo dell'ex Nar e del re delle cooperative romane aveva "tutte le caratteristiche dell'associazione mafiosa e rientri perfettamente nel paradigma del 416 bis".

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Sono tantissime le intercettazioni, meno le testimonianze che mettono in evidenza le modalità con cui Buzzi e Carminati portavano avanti i propri affari.
Uno dei pochi ad aver messo a verbale il calvario durato anni è stato l'imprenditore Riccardo Manattini. Agli inquirenti disse di aver conosciuto Carminati e due dei suoi fidati colonnelli, nella famosa stazione di servizio dove Carminati incontrava gli uomini con cui faceva affari. Manattini disse: «Mi sono stati descritti nel 2012 come quelli che comandavano tutta Roma. Ero in difficoltà economiche, mi sono rivolto a loro». Nell'agosto 2014 arriva l’avvertimento: «Carminati 
si è avvicinato ed ha puntato l’indice della mano destra contro la mia faccia. Mi ha dato un colpo sul naso e poi ha detto “Non nominare più il mio nome in giro sennò ti taglio in due”. Poi si è girato e si è allontanato senza darmi modo di rispondere. Il gestore del distributore, Roberto Lacopo, per impaurirmi mi ha detto che Carminati e Brugia avevano percosso con un cacciavite un imprenditore, procurandogli ferite al torace, solo perché aveva speso in giro il nome 
di Carminati per i propri affari».
Questa testimonianza sottolinea quanto Carminati e i suoi uomini utilizzasse in maniera sistematica l'intimidazione e l'assoggettamento degli individui.

La Suprema Corte ha riconosciuto l'esistenza di associazioni, nei termini affermati dalla sentenza di primo grado. Non un'associazione di stampo mafioso, ma due associazioni a delinquere che erano state capaci di infiltrare in profondità la macchina amministrativa e politica di Roma. Da un lato quindi si conferma che c'erano due associazioni criminali che in qualche modo contaminavano la città, dall'altra però decadendo il reato di associazione mafiosa diminuiscono le pene. 

A Roma, la storia recente ha sempre parlato di intrecci tra criminalità (o mafia?), politica e gruppi di estrema destra. Fu lo stesso Carminati, durante un'intercettazione, ad utilizzare la parola mafia, dicendo che a Roma, grazie a lui, si era creata grazie una “pax mafiosa”.
L'omicidio di Fabrizio Piscitelli – capo ultras della lazio, fascista, amico, collaboratore di Carminati – ha rotto quella pax.
Qualche giorno dopo Fabio Gaudenzi, anche lui vicino all'eversione di estrema destra capitolina e condannato in primo grado nel processo di mafia capitale, con una pantomima caricata su youtube ha dichiarato il suo essere fascista e non mafioso: «Vorrei essere processato e condannato per banda armata – ha dichiarato Gaudenzi, anche lui condannato, a 2 anni e 8 mesi, nel maxi processo Mafia capitale ma con rito abbreviato e senza l'aggravante mafiosa - come dovrebbero esserlo Carminati e Brugia.»
La pantomima messa in scena da Gaudenzi che riconosce e rivela l'esistenza di un gruppo di fascisti organizzati a Roma Nord, capeggiati da Carminati e Brugia, e soprattutto riconosce la loro leadership, conferma l'esistenza da decenni di un gruppo organizzato, che si nutre del metodo mafioso, della forza di intimidazione che proviene proprio dalla loro formazione fascista in particolare dai Nuclei armati rivoluzionari. 

La Cassazione ha sottolineato la mancanza di metodo mafioso, ma la messa in scena di Gaudenzi ci lascia due aspetti: gli uomini di Carminati sono ancora in possesso di armi da guerra e soprattutto i modi e i toni che utilizzano sono criminali.
Un’altra questione da rimarcare riguarda l’ambiguità del concetto di mafia nella dimensione giuridico-penale. Senza entrare nel merito, ci preme sottolineare lo iato esistente tra l’ambito strettamente giuridico e i contesti socio-politici entro i quali i reati in questione continuano a produrre effetti.

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