La lotta di classe attraverso tre rivoluzioni concettuali

15 / 6 / 2020

George Caffentzis è uno dei più importanti esponenti del marxismo autonomo statunitense, animatore insieme a Silvia Federici, Harry Cleaver e altri delle riviste Zerowork e Midnight Notes. Quella che segue è la prefazione del suo ultimo libro No Blood for Oil! Essays on Energy, Class Struggle, and War (1988-2016), che ha il pregio di spiegare efficacemente e sinteticamente le tappe fondamentali di un percorso intellettuale collettivo tuttora attuale. Traduzione di Lorenzo Feltrin.

Ho studiato la lotta di classe per la maggior parte dei miei oltre sette decenni di vita. Tuttavia, l’oggetto di studio è cambiato almeno tre volte nella mia mente. La mia attuale concezione della lotta di classe non è la gloriosa ma limitata visione che avevo quando cominciai a leggere Marx per tentare di interpretare il movimento per i diritti civili e contro la guerra negli anni ’60 direttamente attraverso le categorie di plusvalore, salari e profitto. All’epoca, la classe lavoratrice e quella capitalista erano per me due titani definiti dalle proprie istituzioni, che lottavano per il controllo della società dai picchetti ai campi di battaglia delle rivoluzioni. I risultati di tali lotte titaniche determinavano il grado di sfruttamento nella società, espresso dal saggio medio del profitto.

1. La microlotta di classe e il rifiuto del lavoro (Zerowork)

La prima rivoluzione concettuale avvenne quando cominciai a vedere la lotta di classe come diffusa attraverso i processi lavorativi della produzione sociale e il rifiuto del lavoro come la “variabile nascosta” in grado di spiegare i collassi dell’ordine costituito e i contrattacchi dal basso. Molto prima che Michel Foucault e James Scott attirassero l’attenzione dell’accademia verso la “microfisica del potere” e le “armi dei deboli” rispettivamente, articoli come “Counter-Planning from the Shop Floor” di Bill Watson mostravano ai militanti anticapitalisti come la microlotta tra lavoratori e padroni scorresse incessantemente attraverso milioni di ubicazioni all’interno della società capitalista. Erano lotte non istituzionalizzate – spesso esterne o addirittura in opposizione ai sindacati – e motivate dall’odio contro quell’alienazione e oppressione quotidiana essenziale ai flussi capitalisti di produzione e riproduzione.

Questa rivoluzione concettuale dissolse la lotta tra titani di classe omogenei al loro interno e ci fece scoprire la lotta diffusa e “sotterranea” di forze e tendenze sparpagliate attraverso tutta la società. Inoltre, c’era una comprensione del fatto che queste lotte non erano esterne alle barriere di classe, ma penetravano l’essenza stessa del capitalismo in molteplici modi. Infatti, entrambe le “parti” si compenetravano a vicenda, politica ed economia erano inseparabili giacché il lavoro è oppressione e deve continuamente essere imposto attraverso innumerevoli inganni e violenze, mentre il rifiuto del lavoro si manifestava sulla superficie sociale attraverso un’infinita varietà di forme, perlopiù non intese come “lotta di classe” sia dai loro soggetti che dagli osservatori esterni.

Questa fu per me una illuminazione, perché mi rivelò le forze recondite dell’universo sociale proprio come la scoperta della forza nucleare o del campo gravitazionale rivelarono le forze nascoste dell’universo. Ma tali forze sociali non potevano essere facilmente “imbrigliate” e infatti i capitalisti vi hanno prestato più attenzione delle stesse organizzazioni ufficiali del movimento operaio. Di più, la lotta di classe nel processo lavorativo e il rifiuto del lavoro sono state le forze motrici dello sviluppo capitalista (una sorta di amplificazione storico-sociale del noto adagio “no pain no gain”). La lotta di classe diffusa (ancor più di quella esplicita e istituzionalizzata) ha generato le energie che hanno reso necessaria l’intensificazione a rotta di collo degli investimenti nella repressione tecnologica (altrimenti detta “progresso”).

Questa intuizione è stata un elemento cruciale della mia partecipazione al progetto Zerowork, che fu avviato all’inizio della prima crisi petrolifera nel 1974.

2. La scoperta della “diversità del lavoro”: Dal Salario per il lavoro domestico a Midnight Notes

La seconda rivoluzione concettuale avvenne quando scoprii la prospettiva femminista che aveva dato vita alla campagna Salario per il lavoro domestico. Le sue teoriche dimostrarono che il salario non marca i confini della classe lavoratrice e che lo sfruttamento e la giornata lavorativa non si limitano al posto di lavoro salariato, sia esso in fabbrica, in ufficio o nei campi. Mostrarono invece che il lavoro non salariato – in particolare quello delle “operaie della casa” – era centrale nella creazione di plusvalore in quanto essenziale per la produzione e riproduzione della forza-lavoro, che è poi “direttamente” sfruttata dal capitale nelle fabbriche, negli uffici e nei campi.

Questa prospettiva non solo ha permesso a me e molti altri di vedere la lotta femminista come un settore cruciale della lotta di classe ma ha anche gettato le basi per la mia concettualizzazione della “diversità del lavoro”. Uso questa espressione per distinguermi dalla visione unidimensionale del lavoro tipica del marxismo tradizionale, che parte dalle assunzioni che il lavoro salariato “liberamente” contrattato sia la forma di lavoro dominante nella società capitalista e che esso determini i saggi di profitto e sfruttamento. Ma in realtà il lavoro nella società capitalista può assumere quattro forme tra otto possibili:

- Lavoro “libero”, legale e salariato (esempio paradigmatico: il lavoro di fabbrica);

- Lavoro “libero”, legale e non salariato (esempio paradigmatico: il lavoro domestico);

- Lavoro “coatto”, legale e non salariato (esempio paradigmatico: la schiavitù);

- Lavoro “libero”, illegale e salariato (esempio paradigmatico: il lavoro in una raffineria di droga).

Un’analisi esaustiva della valorizzazione nella società capitalista necessita dell’integrazione di tutte le dimensioni della diversità del lavoro. Allo stesso modo, un’analisi generale della lotta di classe necessita di uno studio delle lotte che avvengono dentro a tutte queste dimensioni della diversità del lavoro (che è anche una “diversità delle lotte”).

Questo approccio multidimensionale alla lotta di classe ha senz’altro mostrato come il capitale usi non solo la gerarchia salariale per dividere la classe ma anche le varie dimensioni della diversità del lavoro per segmentarla ancora più profondamente in diverse “specie”. Il più grande problema politico e teorico dell’analisi marxista del capitalismo è stata la sua incapacità di comprendere il razzismo e il sessismo, che hanno le loro radici non solo nelle gerarchie salariali ma anche nella creazione di categorie non salariate, come la casalinga e lo schiavo. In tali categorie si fondano divisioni “qualitative” (razziali e di genere) all’interno della classe, che si aggiungono a quelle “quantitative”.

Il riconoscimento della diversità del lavoro e delle sue conseguenze in termini di divisioni e decomposizioni della classe diventò il fondamento del mio lavoro con il Midnight Notes Collective a partire dai tardi anni ’70, ai tempi della seconda crisi petrolifera e del movimento contro il nucleare.

3. L’Africa, gli zapatisti e internet: I beni comuni, le enclosure e la lotta di classe da The New Enclosures a Auroras of the Zapatistas

Lo sforzo di far convergere queste due rivoluzioni concettuali ha costituito il fondamento del mio pensiero in collaborazione con i compagni del Midnight Notes Collectives durante tutti gli anni ’80. Perseverammo nella nostra peculiare varietà di “marxismo volgare”, che si intestardiva nello studiare la fisionomia della lotta di classe nell’opposizione tra salario e profitto e nella diversità del lavoro, in opposizione alle varie forme di postmodernismo che andavano di moda in quel periodo. Ma le nuove esperienze di lotta dell’epoca cominciarono ad ampliare il nostro orizzonte concettuale nella direzione di un livello di lotta più profondo della “lotta salariale” (per quanto ampiamente definita) e della diversità del lavoro.

La crescente repressione degli anni di Reagan ci spinse lontano nello spazio e nel tempo (in questo caso la repressione ha effettivamente creato sviluppo). Alcuni di noi cominciarono a vedere nelle lotte per la terra in Africa, in India e nelle Americhe, nelle lotte per l’acqua in Palestina, nelle occupazioni urbane a Zurigo, Amsterdam, Berlino, ecc., nelle lotte per mantenere i parchi e gli orti urbani di New York accessibili a tutti, la struttura profonda al di sotto della lotta salariale, struttura che ha due facce.

La prima faccia è che non ci sarebbero lotte salariali se non ci fossero lavoratori salariati. Tuttavia, i lavoratori salariati non sono entità naturali ma devono essere storicamente creati (e lo stesso vale per i lavoratori non salariati). Infatti, coloro che hanno accesso ai beni comuni, cioè ai mezzi di sussistenza e a una comunità coesa, non hanno bisogno di vendere la propria forza-lavoro per un salario miserabile sotto la supervisione di capi e capetti o, ancor meno, di accettare la criminalizzazione, la schiavitù o la dipendenza da un salario maschile in assenza di un salario diretto. I lavoratori salariati e non salariati sono stati simultaneamente creati attraverso la espropriazione dai mezzi di sussistenza, fenomeno che chiamiamo enclosure. Sarebbe infatti impossibile essere lavoratori non salariati se la relazione salariale non strutturasse il modo di sussistenza nella società in generale.

La semplice logica delle enclosure è scritta “in lettere di sangue e di fuoco” nei testi fondamentali della tradizione anticapitalista (non solo nell’ottava sezione del primo volume de Il capitale di Marx). Infatti, si può dire che la lotta contro il capitalismo, nella sua forma di lotta per impedire al capitale di diventare la forza sociale dominante, sia cominciata ben prima del 1492 e della resistenza contro le enclosure, la colonizzazione, la caccia alle streghe e la schiavitù dal sedicesimo al diciannovesimo secolo. Inoltre, nei nostri viaggi abbiamo visto che la lotta contro le enclosure è lungi dall’essere terminata. Stava infatti tornando in auge in Africa a causa della Banca Mondiale e del Fmi con i loro programmi di aggiustamento strutturale, che reiteravano le devastazioni del continente avvenute nei secoli precedenti, prima con la tratta degli schiavi e dopo con il colonialismo.

La seconda faccia è che i lavoratori salariati non si sono rassegnati alla loro condizione di lavoratori salariati. Hanno incessantemente tentato di ricreare ambienti e reti di mutuo aiuto che gli permettessero di non essere del tutto dipendenti dal salario. Hanno tentato di ricreare forme di sussistenza e accesso alle risorse al di fuori della mediazione salariale. Questi sforzi, quando andati a buon fine, hanno dato ai lavoratori salariati più potere di rifiutare il lavoro, plasmando spazi di vita oltre il capitale prima del superamento del capitalismo stesso.

Queste due facce esprimono una realtà contemporanea, ma la prima faccia punta verso le origini del capitale mentre la seconda verso la sua fine. Anche questo è un elemento della lotta di classe. Il capitale, in tutte le sue manifestazioni, è sempre ansioso di estirpare forme pre-capitaliste di sussistenza e cerca costantemente nuove opportunità in questo senso. Allo stesso modo, esso pattuglia senza tregua la separazione tra classe e risorse tentando di sopprimere tutti i nuovi beni comuni.

Nella ricerca di un linguaggio per descrivere questa struttura profonda della lotta al di sotto del salario, ritenemmo che termini come “autonomia” e “auto-valorizzazione” non fossero adeguati. Erano troppo associati ad assunzioni filosofiche che ci sembravano problematiche. Il vocabolario dei beni comuni e delle enclosure ci sembrava più espressivo e storicamente ricco, perché rendeva possibile un punto di convergenza tra marxismo, ambientalismo, femminismo e lotte indigene e antischiaviste (compresa la lotta contro il complesso industrial-carcerario e la pena di morte). Nel volume The New Enclosures, l’ultima sezione del primo volume de Il capitale si incontra con robot auto-riproducentisi, gli scioperi dei lavoratori della International Paper, gli squatter del Lower East Side di New York e di Zurigo, la lotta palestinese per la terra e l’acqua, il movimento per l’autonomia politica nera negli Stati Uniti, i contadini africani in lotta contro i programmi d’aggiustamento strutturale e le connessioni trans-atlantiche che collegarono le lotte per i beni comuni in Inghilterra con quelle per l’abolizione della schiavitù nelle Americhe.

Alla fine, le nostre scelte terminologiche si rivelarono preveggenti. Un decennio dopo la pubblicazione di The New Enclosures, “beni comuni” ed “enclosure” erano diventate espressioni correnti usate per descrivere un’ampia gamma di fenomeni, dai copyright di software e i brevetti dei geni umani alla riduzione degli orari di apertura delle biblioteche pubbliche. Questo vocabolario è anche servito ad articolare un’alternativa all’apoteosi neoliberale del mercato nell’epoca dell’apocalisse dello stato socialista.

The New Enclosures restituiva un quadro complesso della lotta di classe. Cominciava con la lotta salariale formale (contrattuale, monetizzata e “libera”). Ma tale lotta è inserita nel contesto di una lotta assai più ampia che comprende il lavoro non salariato (non contrattuale, non monetizzato o “coatto”) nelle sue diverse forme (dal lavoro domestico alla schiavitù). Infine, la lotta salariale generalizzata è continuamente ampliata dagli sforzi, spesso genocidi, del capitale di eliminare i vecchi e nuovi beni comuni e viceversa ridotta dalla costruzione di nuovi beni comuni e dal preservamento dei vecchi.

Queste dinamiche ci permisero di vedere una “intifada globale” nei tardi anni ’80, nel senso che nella prima intifada l’aspetto di lotta per la terra fu reso manifesto a tutto il mondo. I giovani palestinesi lanciavano pietre e venivano uccisi dai carri armati israeliani che occupavano lo spazio fisico dei palestinesi per separarli dai mezzi di sussistenza, in primo luogo l’accesso all’acqua. Questi giovani rifiutavano la pretesa di un apparato statale esterno (israeliano o palestinese che fosse) di decidere su dove e come potessero vivere e mantenersi in vita. Volevano lottare con le loro mani per il loro spazio comune. Vedemmo che questa difesa diretta dei beni comuni era sempre più una caratteristica della lotta planetaria contro la globalizzazione, per quanto si manifestasse in molte forme diverse. Questo perché il capitale stesso stava intensificando l’attacco contro vecchie e nuove aree di sussistenza in comune, dagli ejidos in Messico alle pensioni dei lavoratori dell’Europa occidentale.

È per questo che negli anni seguenti Midnight Notes dedicò tanta attenzione all’insurrezione zapatista e al successivo movimento no global. Essi infatti incarnavano la lotta non per un migliore compromesso salariale con il capitale ma per il rifiuto del mondo neoliberale mirante a privatizzare e mercificare tutti gli aspetti della vita, a prescindere dai livelli salariali. Slogan come “Tutto per tutti, niente per noi” degli zapatisti e “Questo mondo non è in vendita” dei no global esprimevano succintamente la lotta planetaria per i beni comuni e contro le enclosure. Nonostante tutte le contraddizioni e i limiti di entrambi i movimenti, li difendemmo contro i loro critici marxisti e anarchici perché capimmo che stavano articolando rivendicazioni anticapitaliste dalle profonde radici.

Tali lotte non negano le lotte salariali ma ci ricordano che queste ultime necessitano della protezione dei beni comuni naturali e sociali risalenti all’era pre-capitalista (dalla geologia alla storia e alla lingua) e della costante costruzione di nuovi beni comuni post-capitalisti (dal cyberspazio al welfare). Gli intellettuali del capitale hanno spesso osservato con attenzione questi aspetti “altri” della lotta che sono spesso definiti come “ideologici”. Ma il passato umano e naturale non è una “idea”, proprio come il petrolio non è l’idea di antiche foreste. Per esempio, molti difensori del capitale si preoccuparono quando il ruolo di Cristoforo Colombo rispetto agli indigeni venne messo in discussione nel 1992 o quando il paleo-liberalismo venne riconosciuto come responsabile della Grande carestia irlandese degli anni ’40 del diciannovesimo secolo. Infatti, questi rovesciamenti rivelatori rendono le energie fossilizzate di tali eventi utilizzabili dalla classe odierna, come vividamente dimostrato dal movimento per le riparazioni coloniali che sta animando la lotta da Chicago ad Haiti o in Namibia.

Se il tempo è conflittuale, lo spazio lo è ancora di più. Nella “Introduction to the New Enclosures” il Midnight Notes Collective criticò Marx ed Engels per la loro indifferenza verso le questioni spaziali, ma non per sommarsi alla denigrazione del marxismo che andava tanto di moda all’epoca. Volevamo piuttosto chiarificare che la terra, per esempio, non è una merce negoziabile nel contesto della lotta di classe, come invece Engels sembrava credere. La terra può invece costituire la base di un potere dato dalla sua posizione storica o strategica. Gli intellettuali del capitale lo tengono ben presente nelle loro pianificazioni (o distruzioni) urbane, industriali e logistiche. Abbiamo sempre pensato che fosse importante farlo notare a coloro che potrebbero lasciarsi tentare dalla rinuncia al diritto alla terra in cambio di accesso al salario.

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