La fabbrica e la città

Di Alessio Arconzo*

27 / 11 / 2012

La drammaticità di quel che sta accadendo a Taranto è rappresentata dall’immagine del direttore dello stabilimento Ilva di Taranto Adolfo Buffo che in tuta blu, su un palco improvvisato, cerca di tranquillizzare gli operai che occupano la direzione. Egli riconosce l’assurdità del termine messa in libertà, utilizzato dai capi e fiduciari di Riva per far meglio comprendere la “delicatezza della situazione” e si fa garante delle retribuzioni per il mese corrente. Apparentemente nessun sindacalista è presente. Ufficialmente sono in riunione con l’azienda ma in realtà molti sono lì ad ascoltare, quasi si nascondono nella folla.

L’immaginario collettivo ha sempre avuto un ruolo primario nelle lotte operaie e specialmente in una grande fabbrica come quella di Taranto ha giocato un ruolo importante. In questi mesi al fianco degli operai a volte è stato stupefacente scoprire le dinamiche che si sono determinate in quella fabbrica dopo l’avvento di patron Riva. E’ stato imbarazzante scoprire quanto l’azienda avesse sedimentato a livello di immaginario e quanto invece i sindacati avessero perso il loro ruolo di difensori di diritti dei lavoratori.

Per chi è fuori città, comprendere quello che sta accadendo a Taranto è indubbiamente un esercizio non facile. Chiarissimo è invece quello che emerge dal cosiddetto “sistema Ilva”, una rete di rapporti con cui la dirigenza Ilva si assicurava un trattamento di favore e talvolta compiacevole in cambio di tangenti. Un po’ tutti erano parte di quel sistema: rappresentati delle istituzioni, delle forze di polizia e poi preti, vescovi, esponenti dei sindacati e giornalisti. Un sistema parte di una più diffusa cultura della corruzione e del malaffare. Infatti, come ricordava un giornale locale la scora settimana, soltanto nell’ultimo decennio 171 persone (tra condannati e imputati) sono state coinvolte in processi a vario titolo per corruzione, concussione, truffa aggravata, abuso d’ufficio e peculato. Erano gli anni che hanno poi portato al dissesto finanziario del Comune (buco da 900 milioni di euro), subito dopo le sabbie mobili in cui Taranto era sprofondata con Cito.

Il lavoro e la salute sono stati spesso merce. Per entrare all’Ilva c’era un prezzo da pagare, per curarti lo stesso. Allora parlare di diritti non ha senso in una terra dove per il profitto si è distrutto tutto. Siamo di fronte ad un fallimento di tutti, nessuno deve sentirsi escluso. Chi doveva amministrare e gestire lo ha fatto male, chi doveva controllare non l’ha fatto e chi poteva ribellarsi a tutto ciò ha scelto di accontentarsi di quello che il sistema offriva. Ora siamo arrivati al punto di non ritorno.

A Taranto non ci deve essere più disputa tra il diritto alla salute ed il diritto al lavoro. Forse neppure si deve porre la questione se continuare a produrre o meno acciaio. Infatti sbaglia chi pensa che Taranto debba continuare ad immolarsi alla patria. Taranto non è una questione nazionale. Non è neppure una questione di politica industriale, come in molti sostengono a partire dal segretario della più grande organizzazione sindacale metalmeccanica. Sicuramente non è una vicenda di sola tutela dei posti di lavoro o di tutela dell’ambiente.

Perché lavorare all’Ilva è una merda, bisogna essere chiari. Così come altrettanto chiari bisogna essere quando si parla di ambiente. Purtroppo tutto quello che circonda lo stabilimento e la città di Taranto sono stati irrimediabilmente contaminati. Chissà per quanto lo saranno ancora, considerando che il picco per le malattie legate all’inquinamento deve ancora verificarsi. La chiarezza deve essere un elemento centrale nella nostra analisi, perché quello che è accaduto pedissequamente in questi anni non si ripeta più.

Se una soluzione può esserci a tutta la devastazione prodotta in questi anni, non può che avvenire attraverso una ricostruzione delle coscienze che porti alla ridefinizione di una nuova idea del comune. Questo non potrà mai avvenire ad un tavolo concertativo nazionale o affidato ad una autorizzazione. Nondimeno è sbagliato guardare alla magistratura come alla forza salvifica che ristabilirà l’ordine delle cose e darà giustizia.

La sfida che abbiamo davanti è questa. Siamo consapevoli di quello che è stato. Abbiamo imparato molto dalle divisioni e oggi per noi la fabbrica è la città, così come la città è la fabbrica. Nessuno deve essere “messo in libertà” perché la libertà ce la stiamo conquistando. Giorno dopo giorno, ora dopo ora.

Questa sera saremo fuori alla portineria D non solo con gli operai, ma insieme a tutti coloro che abitano la città: studenti, precari, disoccupati. Donne e uomini.

Siamo liberi e pensanti e cambieremo questa città.

*attivista occupy-Archeotower - Taranto

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