La casa è in fiamme, il capitalismo pure

Azioni di Fridays for Future contro gli istituti bancari maggiormente responsabili della crisi climatica.

20 / 7 / 2019

Ieri, in molte città italiane, il movimento Fridays For Future ha promosso azioni di vario tipo contro i tanti istituti bancari responsabili della crisi climatica in atto. La giornata scelta non è stata casuale: ieri è stata infatti la "prima" della terza stagione della serie "La casa di Carta", i cui protagonisti sono stati spesso assunti a paladini della resistenza al capitalismo finanziario.

Responsabile della crisi climatica è il capitalismo

A guidare il rapporto di sfruttamento che l’uomo ha sulla natura non è l’istinto umano, ma sono interessi specifici, interessi economici, del capitale cioè. Ecco perché Jason Moore, uno storico ecologico, ha coniato in opposizione alla categoria di Antropocene quella di Capitalocene, per porre in rilievo come la forza agente del cambiamento climatico non sia l’uomo in sé, quanto il modo, il sistema di produzione. L’Antropocene è concetto troppo comodo, un vecchio trucco del capitalismo: addossare le colpe dell’1% al restante 99% facendo leva sul senso di colpa e sull’assunzione della responsabilità individuale come nodo centrale della propria narrativa.

L’approccio alla crisi climatica risente della prospettiva che si adotta: i movimenti che quest’anno hanno scosso il Vecchio Continente hanno dato prova di una capacità di analisi profonda, insensibile alla favola bella che ancora tenta di illudere. Le immagini delle scavatrici monumentali della RWE invase da migliaia di persone, le azioni di blocco a gasdotti, navi da crociera, centrali elettriche, trivelle, cantieri e quant’altro raccontano della dimensione inevitabilmente anti-capitalista dell’ecologismo. Un volto che mette in difficoltà chi, con un plauso velleitario, ha provato a cavalcare lo spettro della crisi ambientale per promuovere quell’etica di sacrificio – e scaricabarile – che rimanda, ancora una volta, all’azione personale, singolare.

“La casa è in fiamme”. Fridays for Future contro le banche

Che Fridays For Future non fosse un movimento circoscritto è stato chiaro fin da quell’oceanico 15 marzo. Lo ha riconfermato il manifesto della prima assemblea nazionale, che alla domanda “Cosa vogliamo?” rispondeva che “per garantire la protezione dell’ecosistema serve un cambio radicale del sistema economico e sociale”. E, a ulteriore scanso di equivoci, lo ha ribadito ieri.

Decine di nodi territoriali di Fridays For Future ieri hanno dato vita a una protesta coordinata prendendo di mira alcuni istituti bancari – in particolare Unicredit e Banca Intesa Sanpaolo. Alla pluralità delle pratiche – a Torino e Castellammare del Golfo studenti e studentesse si sono incatenate ai cancelli della banca, a Milano hanno inscenato un’esecuzione collettiva, flashmob di diversa natura sono andati in onda a Venezia, Firenze, Pisa e in decine di altre piazze italiane – ha fatto da sfondo una scenografia condivisa ed estremamente pop.

Era attesa per oggi l’uscita della terza stagione de La casa di carta, il fenomeno cult consacrato da Netflix nel 2017. Con un titolo che volutamente sovrapponeva House of cards alle tigri di carta di Mao, la serie tv ha contribuito alla diffusione mainstream di una narrativa anti-sistema e di un immaginario che, fin da subito, ha trovato replica nelle piazze. Oggi, di fronte alle banche, Fridays for Future si è vestita di tute verdi (non arancio) e ha indossato una variante delle maschere di Salvador Dalì. Una maschera antigas copre gli iconici baffi, rendendo immediatamente comprensibile il nesso crisi climatica/finanza oggetto della contestazione.

Per un movimento che, per prerogative generazionali, usa e cresce anche grazie ai social, sfruttare l’hype di una serie televisiva nota in tutta Europa è una mossa senz’altro efficace dal punto di vista comunicativo.

In Italia quella di ieri è stata la prima contestazione ecologica diffusa rivolta direttamente contro le banche, che dal 2015 hanno investito 1.700 miliardi di dollari nel settore dei combustibili fossili. Il primato va a JPMorgans Chase, con un investimento di 195,66 miliardi di dollari (pari al 10% dei finanziamenti totali) nel triennio 2016-18: la stessa banca che con la truffa dei mutui subprime provocava la crisi finanziaria del 2008 e speculava nel 2010 sul mercato energetico in California e nel Midwest, è la prima responsabile della messa a profitto della devastazione ambientale.

La stessa banca, nel giro di 10 anni, ha causato la peggior crisi economica degli ultimi 90 anni e la peggior crisi ambientale degli ultimi 65 milioni di anni!

La multinazionale americana è la prima finanziatrice dell’estrazione di petrolio e gas dall’Artico e delle trivellazioni delle piattaforme petrolifere, oltre che delle prime 100 compagnie impegnate nell’espansione aggressiva del carbon fossile.

A dare una cifra delle responsabilità che gli istituti finanziari ricoprono nella crisi ecologica concorrono altri dati: la Deutsche Bank, che nella classifica generale stilata da Banking on Climate Change (https://www.ran.org/bankingonclimatechange2019/#data-panel) ricopre la 17° posizione, sale vertiginosamente al 6° posto per i finanziamenti diretti all’estrazione mineraria di carbone, moltiplicando x20 dal 2016 al 2017 i suoi investimenti nel settore. Una coincidenza se RWE, il colosso energetico tedesco responsabile dello sventramento della foresta di Hambach, chiude il 2017 con uno strepitoso attivo e con un nuovo piano di espansione nella Nordreno-Vesfalia?

Sebbene di minore entità, Unicredit rientra nelle classifiche delle 33 banche che maggiormente investono in combustibili fossili, con un investimento totale di 17 miliardi di dollari, rivolti soprattutto alle attività di lavorazione di gas naturale liquefatto (GNL o LNG) e agli impianti di rigassificazione (di cui le coste italiane sono piene).

Sono queste e molte altre le contraddizioni di un sistema malato, che approva la messa a valore della devastazione ambientale, tollerando il finanziamento continuativo di attività clima-alteranti. La scelta di puntare il dito contro gli istituti di credito, come peraltro hanno fatto ragazzi e ragazze da tutta Europa non più tardi di due settimane fa, a Basilea e Zurigo, mira a tracciare con più precisione l’architettura, tutta economica, su cui si basa la crisi climatica.

Smascherare gli interessi di profitto che rendono possibile il saccheggio dei territori, che sbeffeggiano il diritto alla salute e favoriscono gli eventi catastrofici che ormai ovunque nel pianeta si manifestano rientra nel quadro interpretativo provvisto da una categoria come quella del Capitalocene. Assumerla categoria significa demolire ulteriormente la patina di neutralità che in molti tra quelli che parlano di cambiamento climatico tendono a proporre: assumere la categoria del Capitalocene significa assumere, nella lotta al cambiamento climatico, una posizione necessariamente critica nei confronti del capitalismo, una posizione radicale che chiede all’1% di assumersi le colpe, di pagare per queste, e al 99% di elaborare un’alternativa al capitalismo. Assumere la categoria dell’Antropocene significa invece non problematizzare il modello di sviluppo, sposare l’idea di un capitalismo green, di uno sviluppo sostenibile, continuare a mantenere gli stessi livelli di consumo. Lasciare che Eni, Shell, Exxon e tanti altri, responsabili della devastazione dei territori, comprino parchi eolici e solari, che sventrino la Mongolia per costruirli, e che paghino per mantenere inalterati – o quasi – i rapporti di potere.

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