La Calabria di “Cetto” e del risentimento

Intervista a Claudio Dionesalvi sul voto calabrese di domenica 26 gennaio

1 / 2 / 2020

Passata in sordina rispetto elle contemporanee elezioni emiliano-romagnole, la competizione regionale calabrese ha sancito la vittoria del centra-destra, capeggiato dalla forzista Jole Santelli, già vice-sindaco di Cosenza e “pupilla” di Silvio Berlusconi. Una vittoria ampiamente prevista nei sondaggi, ma che nasconde risvolti che vanno analizzati a fondo: per questo abbiamo approfondito la questione intervistando Claudio Dionesalvi, attivista, giornalista e scrittore cosentino, già in passato collaboratore di Globalproject.info.

Come si determina, in questa elezione regionale, lo spostamento dei flussi, inteso sia da un punto di vista sia sociale che geografico all'interno della regione Calabria?

La Calabria è una regione nella quale non funziona sostanzialmente nulla. Non si tratta della solita retorica “piagnona” meridionale, è la realtà. In Calabria, per curarsi, bisogna per forza prendere un aereo e andare altrove, anche per sottoporsi agli esami clinici più semplici. È una regione in cui si sente costantemente la mancanza dei servizi; una regione nella quale c'è una rete stradale vergognosa.

Vorrei raccontare un episodio: in questi giorni molte comitive di studenti vanno a fare la settimana bianca in Sila con la scuola. Esiste una strada in provincia di Cosenza che collega la Sila ai due versanti, quello tirrenico e quello ionico (la 107). Su questa strada c'è un ponte, il Ponte di Celico, che ogni volta che noi lo attraversiamo ci troviamo a dover fare gli scongiuri a causa della sua palese instabilità. Questo è un problema con il quale noi calabresi dobbiamo fare i conti da anni e che nessuno ha mai voluto risolvere. Ci sono intere scolaresche, con l'appoggio delle famiglie, che si rifiutano di attraversare questo ponte per andare sulla Sila.

Questo è solo un episodio. Un dettaglio che però ci deve far capire quale sia stato lo stato d'animo delle persone che sono andate a votare a queste elezioni, in una regione che è stata governata fino a poco fa dal centrosinistra. Il paragone con l'Emilia Romagna non sta in piedi, e non può essere fatto.

L'Emilia Romagna è una regione in cui tutto funziona, e nella quale in governo uscente di centrosinistra può permettersi di rivendicare il lavoro svolto. Qui in Calabria no. Il motivo che ha fatto ripiegare a destra i cittadini è lo scontento e il risentimento, se non il rancore vero e proprio nei confronti del vecchio ceto politico del Partito Democratico calabrese che Zingaretti non ha fatto in tempo ad epurare. Perché qui il Pd è stato veramente nelle mani di una banda di farabutti, e quindi sarebbe stato difficile per i calabresi rivotare questo partito. Sebbene la “piroetta” di Zingaretti attuata all'ultimo istante sia in qualche modo riuscita a riassestare il voto. Di fatto il partito rimane comunque il primo in Calabria e non ne è uscito completamente a pezzi.

Ma che ci sia un elettorato - e mi riferisco a quello sincero, libero, spontaneo e che non deve obbedire a logiche clientelari - che si sia rivolto a destra, è un fatto anche piuttosto scontato. C'è una gran parte di questi voti che sono passati a Forza Italia, che qui rimane comunque il secondo partito, che tutto sommato conferma la mole di consensi che questo partito ha avuto nel corso del tempo. È poi presente però tutta un'altra parte che rappresenta la Calabria del «cchiù pilu pi tutti». Senza voler essere irriverenti verso le donne, cito solo ciò che ha detto il leader di Forza Italia quando venne qui. Il suo slogan è stato questo, ha fatto esplicito riferimento al fatto che Jole Santelli, la candidata al governo della regione Calabria, «non gliel'ha mai data», questa è stata l'espressione usata da Berlusconi. Quindi, evidentemente questi temi e questi argomenti funzionano su un certo tipo di elettorato del centrodestra. Ecco quindi spiegato il motivo di questo cambio di flusso.

Poi ci sono invece delle tendenze che si confermano. Ad esempio, il noto crollo dei 5Stelle è esclusivamente teorico. Perché, per quanto sia vero che da più del 40% delle ultime elezioni politiche i 5Stelle si siano sostanzialmente azzerati, se diamo un'occhiata alle ultime elezioni (quelle regionali del novembre 2014) sono in effetti cresciuti. Se poi sommiamo il 7% ricevuto dal candidato dei 5Stelle Aiello con il 7% ottenuto dal candidato Tanzi, ex capo della Protezione Civile, che guidava una coalizione civica, che va comunque interpretato come un voto di protesta - per quanto in politica la somma di voti percentuali non dà mai un valore definito -, si nota che in effetti l'area pentastellata non si è totalmente oscurata. Poi c'è una evidente assenza dei 5Stelle dalle piazze e dalla realtà sociale di questa regione, questo è indubbio. Non c'era bisogno del risultato elettorale per rendersene conto.

Per il resto, guardando i numeri, non c'è una polarizzazione del voto. È presente una frammentazione, e un riconfermarsi del partito di Cetto la Qualunque.

Una delle cose che più hanno destato interesse nel voto calabrese è il fatto che la Lega entra per la prima volta in un consiglio regionale calabrese, ma senza sfondare. Però è anche vero che Lega e Fratelli d'Italia raccolgono quasi il 20% dei voti: secondo te si tratta di una componente reazionaria presente nella tradizione politica della regione, oppure si tratta di qualcosa di nuovo?

C'è sempre stata una consistente sacca di conservatorismo. C'è un forte legame tra fasce reazionarie, ceto medio ed estrema destra radicale nella storia di questa regione. Per fortuna ampiamente bilanciata da zone molto rosse. Il voto a Salvini ha qualcosa di psicanalitico perché, come sappiamo, Salvini non riscuote successo solo dai meridionali resilienti, ovvero quelli rimasti a vivere in Calabria, ma anche da moltissimi meridionali che vivono al nord. Una percentuale pari al 30-35% di meridionali residenti nelle regioni settentrionali italiane, di prima e seconda generazione, danno il loro consenso a Salvini.

Dal mio punto di vista, che non vuole nascondere un pizzico di cattiveria, c'è una forma di narcisismo al contrario, che porta a voler rinnegare il proprio passato e staccarsene il più possibile. C'è una forte dissonanza identitaria. Il meridionale, votando Salvini, pur rendendosi conto del paradosso, gli attribuisce il consenso quasi con lo scopo di voler fare del male alle proprie origini, affermando la propria totale estraneità verso il sud e i suoi difetti. Un modo per poter guardarsi allo specchio e dire che, in fondo, con il contesto che si ha alle spalle non si ha nulla a che vedere. Altrimenti non ci vedrei un senso. Votare Salvini a sud è un po come portare un alcolista a curarsi in una cantina, non è certo un rimedio possibile.

Poi rimane il fatto del rancore, unito al fatto che Salvini è venuto da queste parti diverse volte. Però è chiario che il consenso che Salvini ha ottenuto è notevole se guardiamo alla storia della Lega e a quello che dovrebbe significare per il Sud, ma di fatto si tratta di un consenso a “macchia di leopardo”. In alcuni paesi di provincia, ad esempio nel Reggino, arriva a prendere alte percentuali che arrivano anche al 25-30%, ma poi in altre zone come nella città di Cosenza non supera il 6%, e questo è un dato molto importante.

Nel settembre dello scorso anno, sotto gli slogan di Stutamu Salvini e Cosenza non si Lega, questa città ha portato in piazza 3000 persone accomunate da un senso di rifiuto popolare nei confronti di Salvini, carico di contenuto, di allegoria e di determinazione a riprendersi la piazza. In quell'occasione lui fu costretto a rinchiudersi in un cinema, senza la possibilità di inaugurare il nuovo locale della Lega, uscendo poi a fine serata con dichiarazioni di impotenza, ammettendo quanta sicurezza trapelasse dai manifestanti contro di lui, come se si sentissero i padroni della città. Questo per indicare che qui c'è ancora un sentimento popolare forte di ostilità nei confronti degli slogan xenofobi salviniani.

Lui pesca in una insicurezza legata non tanto alla paura del migrante e del diverso, quella c'è ma è minoritaria. Il punto su cui cerca di prendere consensi è quello legato alla mancanza di servizi. Non si tratta nemmeno di un'insicurezza basata sulla ‘Ndragheta, spesso si vuole attribuire ad essa tutti i mali. In realtà uno degli elementi paradossali è che Nicola Gratteri, che stringe la mano a Salvini pochi giorni prima del voto nel suo ufficio dell'antimafia di Catanzaro, pochi mesi prima aveva affermato che in una regione in cui chi vince le elezioni lo fa anche grazie ad un buon 30% di voti concesso e voluto dalla Ndragheta. Quindi, se 2+2 fa 4, a meno che negli ultimi mesi non sia accaduto qualcosa di prodigioso, è proprio il Dr Gratteri che spiega con una matrice ‘ndranghetista i consensi e i voti della coalizione di cui fa parte la persona alla quale ha stretto la mano.

Un'ultima domanda che vuole riprendere l'articolo che avevi scritto con Silvio Messinetti prima delle elezioni sul quotidiano del Manifesto: perché – anche se qesto non accade solo in Calabria, questa sinistra parrebbe incapace di aggregarsi attorno ad un progetto di alternativa reale?

La sinistra ha perso ogni contatto reale con la situazione che si vive nei quartieri e nelle strade, e mi riferisco in particolare al caso della Calabria. Vorrei portare due episodi. Il reddito di cittadinanza in Calabria è stato assegnato a un numero consistente di persone, stiamo parlando di 69.800 nuclei di percettori di sussidio. Ma quanti di questi sono stati costretti a uscire dal proprio nucleo famigliare? Perché qui anche i cinquantenni continuano a vivere appoggiandosi alle famiglie. La scelta del reddito di cittadinanza non è semplice.

Ma in tema di ammortizzatori sociali, la precedente giunta di centrosinistra presieduta da Mario Oliverio, aveva creato per i cosiddetti percettori di mobilità in deroga, ovvero i disoccupati usciti dall'assegno di disoccupazione dopo due anni ai quali non è stata concessa una deroga per l'assegno - circa 4500 persone -, dei tirocini formativi. Queste persone sono state inserite in questo bacino per due semestri, poi hanno perso qualsiasi ammortizzatore sociale e, nel frattempo, forse per ottenere un bacino di voto più ampio, il centrosinistra in Calabria ha creato i Tis (Tirocini di inclusione sociale) nei quali ha inserito 140mila disoccupati di lunga durata. Quindi, i 4500 percettori iniziali oggi si ritrovano senza aver effettuato un vero percorso di formazione, senza prospettive, e per giunta scavalcati dalle altre 140mila persone.

Per chi mai avrebbero potuto votare queste persone disoccupate? In una regione in cui, numericamente, c'è un livello di disoccupazione tra i più alti d'Europa. Dove solo il 29% dei laureati trova lavoro, dove in alcuni centri il livello di disoccupazione supera il 50% (questi sono dati dell'Unione Europea). Quindi, di fronte a tutto ciò il Pd, oltre a continuare a proporre le aperture dei cantieri, le grandi opere, gli incentivi e le promesse di aumentare ancora i soldi per gli imprenditori,  che poi concretamente non aumentano nè il Pil della Calabria e nè il livello occupazionale, che cosa realmente propone? Perché la realtà drammatica è questa.

Di fronte a questa nullità che c'è a sinistra, sono riusciti (nel centrodestra) a camuffarsi personaggi come Jole Santelli, che è ex vice-sindaco del comune di Cosenza, in dissesto da qualche mese. Lei aveva la delega per il restauro del centro storico, e il centro storico attualmente sta crollando. Ogni mese si verificano casi di edifici dichiarati inagibili con molte persone costrette ad essere sfrattate. Il risultato di questa scelta a questo punto è chiaro: il Partito Democratico in Calabria in primo luogo non comunica, e inoltre opera scelte discutibili come l'idea di chiamare in causa un imprenditore, esperto solo nell'aumentare i profitti e ridurre i costi delle proprie attività imprenditoriali. Il centrodestra invece mette in campo politici veri. A prescindere dai disastri che ha combinato, Jole Santelli è una politica di professione che sa come comunicare, proprio come sa comunicare “la bestia” (Salvini).

Quindi, per rispondere alla domanda su quali possono essere le prospettive future. In una regione in cui il 56% degli elettori, quindi più di un milione di calabresi, non è andata a votare, lo spazio politico è enorme. Perché in questo 56% ci sono sicuramente indifferenti, qualunquisti, sfiduciati o rassegnati. Ma ci sarà pure una buona fetta di elettorato che potrebbe anche identificarsi con la sinistra. Le stesse Sardine qualche giorno fa hanno diramato una nota nella quale affermano e riconoscono di non essere state in grado di cogliere una domanda politica, prendendo atto della loro ampia astensione al voto, e quindi ammettendo la propria colpa a riguardo.

Se in Emilia Romagna, con un movimento di astensione, sono riuscite a trainare tante persone a votare, in Calabria questa operazione non è riuscita. Poi rilanciano parlando di una necessità di adoperare forme più coraggiose e determinate di intervento nella politica e nelle piazze. Qui ce lo auguriamo tutti, perché ci rendiamo conto che la Calabria in realtà non è un'unica realtà, ma è più che altro “le Calabrie”. C'è una disomogeneità forte tra i territori. Alcuni municipi negli ultimi anni, penso ad esempio a quello di Corigliano-Rossano che fa più di 80 mila abitanti, o a Catanzaro, o a Riace, hanno espresso una volontà municipalista e progressista, votando anche candidati provenienti dalla sinistra antagonista. Quindi non è vero che c'è una preclusione che esclude programmi cosiddetti “di sinistra”, semplicemente bisogna riuscire a parlare un linguaggio adeguato e a mettere in rete quelle svariare esperienze di cooperazione e lavoro sociale che esistono in Calabria e che aspettano sono che esca qualche cosa di interessante nella quale credere.

Intervista realizzata da Antonio Pio Lancellotti e sbobinata da Simon Benevento.

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