Ipocrisie e debolezze della Fortezza Europa di fronte al ricatto di Erdogan

3 / 3 / 2020

Non occorre fare troppi giri di parole: quanto sta accadendo al confine fra Turchia e Grecia è il frutto degli accordi tra l’Unione Europea e il regime di Erdogan firmati nel marzo 2016. Un accordo che, oltre a riempire di soldi le casse turche (oltre 6 miliardi di euro!), ha avuto un duplice effetto: da un lato estrernalizzare il contenimento dei flussi migratori dando al “Sultano” il ruolo di gendarme dei confini europei, dall’altro lato legittimare pienamente la Turchia come attore internazionale di primo piano.

Una scelta errata sotto una pluralità di profili: politico, umanitario, strategico, geopolitico. Non è un caso che l’espansionismo “neo-ottomano” di Erdogan abbia avuto maggiore impulso dopo la firma dell’accordo, in particolare in quella Siria del Nord dove nello stesso periodo fioriva l’esperienza rivoluzionaria del Rojava.

L’UE ha concesso alla Turchia una delle armi più potenti: quella del ricatto. Ed è davvero la cosa più spregevole che l’oggetto del ricatto siano milioni di esseri umani. Non solo siriani, ma anche curdi, pakistani, afghani, iracheni e africani. Una composizione in parte simile a quella che nel 2015 aveva determinato la crisi della Fortezza Europa e l’avvio di una nuova politica migratoria, ancora più restrittiva e differenziale, all’interno della quale ha trovato linfa vitale il populismo reazionario e la peggior cultura politica di destra che l’Europa ricordi dalla fine della seconda guerra mondiale.

Erdogan ha usato i confini come rubinetti, come leva per agire indisturbato all’interno e all’esterno, per perpetuare il genocidio ai danni della popolazione curda, per creare di fatto uno stato di guerra permanente nell’area. Ed è proprio in conseguenza della guerra inaugurata lo scorso ottobre in Siria del Nord, che sta incontrando una inaspettata resistenza e si sta evolvendo in maniera differente rispetto ai pronostici iniziali, che il “sultano” gioca la carta dei confini, allo scopo di destabilizzare l’Europa e continuare a trarre vantaggi.

Il tutto mentre l’UE inizia – tardivamente – ad affrontare l’epidemia di Coronavirus, ma soprattutto mentre era al vaglio una nuova tranche di finanziamenti alla Turchia. Erdogan decide di accelerare le mosse, il governo turco accompagna con gli autobus migliaia di profughi al confine, dopo averli terrorizzati scatenando forza paramilitari al suo soldo. Tra paura e stupore, chi ha sempre coltivato il sogno di entrare nel “vecchio continente” prova a raggiungerlo, per terra e per mare. La polizia greca blinda la frontiera, nella quale si ammassano in fretta migliaia di persone: partono i primi scontri e le immagini ci riportano immediatamente a quanto accadeva nel settembre 2015. Nel frattempo il governo greco sospende per un mese la possibilità di far richiesta di asilo politico. Anche la Bulgaria si blinda e a Bruxelles non viene in mente nulla di meglio da fare che decidere di inviare 6000 militari Frontex per proteggere questi confini.

Nel frattempo diverse persone provano a raggiungere con i barconi l’isola di Lesbo, già al collasso, come testimoniato ampiamente dalla campagna #lesvocalling. La guardia costiera greca cerca di respingere le imbarcazioni con ogni mezzo, arrivando addirittura a sparare: uno dei gommoni si ribalta e perde la vita un bambino. Sull’isola militanti di estrema destra inscenano una protesta, fomentata dal nuovo governo greco, che si trasforma subito in un pestaggio organizzato ai danni di migranti, giornalisti e personale delle organizzazioni di volontariato presenti sul posto. Durante gli attacchi fascisti vengono date alle fiamme diverse strutture d'accoglienza, non solo a Lesbo, ma anche in altre isole greche; tra queste il magazzino di "Solidarity in Chios", centro di raccolta e distribuzione di abiti, scarpe, articoli per l'igiene personale, giocattoli, materassi e carrozzine per bambini destinate ai rifugiati presenti nell'isola.

Se il governo greco soffia sul fuoco della destabilizzazione e l’UE continua il suo vergognoso "silenzio-assenzo", iniziano a diffondersi i primi appelli alla mobilitazione, che chiedono apertura di canali umanitari, la fine degli accordi con la Turchia e la libertà di movimento. Segnaliamo quello del Progetto Melting Pot Europa e di Lesvos calling: «È tempo di agire: facciamo appello alla mobilitazione sotto le sedi istituzionali dell’Unione europea e della Grecia (…) Non possiamo rimanere immobili e aspettare che si compia l’ennesima tragedia, che altri esseri umani siano abbandonati come vite di scarto. Non possiamo accettare che in nome di uno "stato di emergenza" vengano calpestati i diritti e perpetrate violenze».

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