INVALSI, la scuola quiz. Il 13 maggio giornata di mobilitazione e sciopero.

Il diktat è quantificare, standardizzare e privatizzare.

8 / 5 / 2014

Si sono tenute le prime due tornate di prove INVALSI per la scuola primaria, accompagnate da due giornate di sciopero indette dai Cobas della scuola e di tensione in tutti plessi scolastici sedi prova. Si, perché, queste giornate del quizzone nazionale sono diventate la palestra dell’ardimento dei dirigenti scolastici che si inventano di tutto per piegare l’ostilità crescente alla rilevazione forzata di conoscenze e competenze nella scuola. È una lotta impari nella scuola primaria, dove i piccoli studenti sono impotenti e i genitori annichiliti dalla propaganda efficentista, sarà una partita da giocare il 13 maggio quando si terranno le prove per il ciclo superiore, dove gli studenti sono parte attiva, possono assentarsi, boicottare, fare mitici areoplanini con le prove stesse.

La strada che è stata percorsa per arrivare ad imporre queste prove standardizzate è stata lunga e lastricata una quantità di carta stampata a suo sostegno da far piangere le foreste scandinave, nulla è stato tralasciato per promuovere la meritocrazia e la sua misurazione quali strumenti di avanzamento sociale, oggettivamente riconosciuto, dall’attacco agli insegnanti fannulloni e di sinistra allo svilimento della preparazione degli studenti italiani, posti nei bassifondi della classica europea secondo le rivelazioni internazionali OCSE-PISA: una gran balla, una distorsione dei dati per dimostrare un falso. Le competenze e le capacità degli studenti italiani e dunque lil miglioramento storico del sistema scolastico italiano è secondo solo a quello della Corea del sud.

Ma in cosa consistono queste prove INVALSI, cosa intendono misurare, – attenzione non valutare – dove si progetta di arrivare?

Si tratta di prove didatticamente discutibili, prove standardizzate che poco o niente hanno a che vedere con la specifica programmazione dei docenti, con gli obiettivi che essa si propone, con le metodologie improntate al potenziamento delle capacità di analisi e di ragionamento articolato. I test infatti sono uno strumento solo apparentemente oggettivo, falsamente anonimi, anzi identificano e andranno a costituire i curricula degli studenti.

Veicolano una cultura frantumata e nozionistica (contraria a quanto si è andato affermando nella scuola: approfondimento, collaborazione, progettazione, verifiche mirate e articolate).

Le prove INVALSI non si presentano solamente come strumenti esterni di rilevazione degli apprendimenti, ma interferiscono nel processo educativo: strumenti che, in vista delle rilevazioni, vengono introdotti nell’ordinaria attività didattica, la modificano e le sue metodologie creando di per sé una standardizzazione degli insegnamenti e mettendo in secondo piano le capacità di analisi, sintesi ed elaborazione critica degli allievi.

Si tratta di prove discriminatorie poiché escludono gli alunni disabili, che dovrebbero addirittura essere allontanati dalla classe per non “inquinare” lo svolgimento dei test, cosa che non accade nemmeno in sede di esame di stato.

Vengono effettuate per fini di mera ristrutturazione e destrutturazione del sistema scolastico e dell’inquadramento del personale.

I quiz ministeriali verranno usati non per aumentare i finanziamenti alle scuole in difficoltà, ma per togliere a queste a favore di quelle che saranno giudicate ‘migliori’, e per valutare i docenti attraverso una fotografia ragioneristica dei risultati dei quiz dei propri studenti, istituendo maggiorazioni stipendiali e progressioni di carriera riservate ad un numero chiuso corrispondente al 20/25% della categoria. Non si tratta di timori o di interpretazioni di parte, ma di processi concretamente avviati e ribaditi in numerose interviste dal ministro Stefania Giannini, messi sulle linee guida del governo per la scuola.

Si marcia a ritmo serrato verso una frantumazione del percorso unitario si scolarizzazione con una proposizione di istituti scolastici di serie A,B e C, con una diversificazione stipendiale del corpo docente in quattro fasce, con un aumento dell’orario di servizio per tutti. È di questi giorni la disposizione ministeriale che taglia ulteriormente i fondi del contratto integrativo per trovare le risorse per riconoscere gli scatti di anzianità maturati e dovuti: si va verso risorse zero per il MOF. I sodi si troveranno, forse, in un prossimo contratto ma solo per pochi.

Ma soprattutto la standardizzazione del lavoro scolastico e dell’apprendimento è un obiettivo centrale nella logica dell’istruzione-merce e della scuola-azienda. Essa serve a modificare alla radice il lavoro didattico, imponendo un modello standard di insegnamento di base, costringendo il docente a seguire procedure prestabilite e generalizzabili, modificando alla radice i testi scolastici. Una volta realizzata la standardizzazione e la verifica omologata dell’insegnamento, verrebbe meno la stessa necessità della presenza dei docenti con le attuali professionalità.  

La Fondazione Agnelli e le Associazioni industriali spingono, da anni, affinché la scuola italiana si adegui alle esigenze del sistema produttivo, basato sul basso costo del lavoro, precarietà, mobilità e flessibilità delle mansioni; poiché per essi la fase attuale ha bisogno di una scuola che più alla formazione complessiva dei futuri cittadini, che addestri una forza lavoro in possesso di competenze di base, capaci di adattarsi alla condizione di precarietà endemica che li aspetta nel mondo del lavoro.

La scelta politica dell’ultimo ventennio di tagliare gli investimenti nella scuola e nell’Università ha spianato la strada all’ampiamento dell’offerta di formazione scolastica dei privati, confessionale e laica, sostenuta da un ampliamento del sostegno pubblico alle famiglie oltre che alle varie cordate di investitori presenti nella scuola privata. Il caso della Lombardia, del Veneto e delle pastoie architettate ad arte contro la vittoria bolognese sul finanziamento comunale alle scuole pubbliche sono emblematici della collusione, del patto sociale, delle scelte di politica scolastica fatte proprie, trasversalmente, da tutte le forze politiche.

Il 13 maggio sarà, dunque, una giornata importante per inceppare questo perverso meccanismo e progetto di destrutturazione della scuola pubblica: per il personale della scuola è una giornata di sciopero, gli studenti sono chiamati alla mobilitazione da numerosi organismi di base interni agli istituti, dai coordinamenti degli studenti, dalla stessa para istituzionale UdS.

Beppi Zambon, ADL cobas

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