Il vento nero della disillusione

Di Francesca Coin - tratto da Commonware.org

13 / 2 / 2016

Per dare un senso delle trasformazioni che stanno avvenendo oggi in Grecia possiamo partire dall'immagine di quanto sta avvenendo in questi giorni a Kos, isola dell'Egeo dove parte della popolazione guidata da Alba Dorata e appoggiata dal Sindaco sta respingendo al mittente la richiesta del Governo di Syriza-Anel di costruire un centro di identificazione ed espulsione per rifugiati nell'isola. “No Hotspots on our Island”, è lo slogan che riassume la situazione paradossale per cui un Governo (cosiddetto) di sinistra propone una misura securitaria di destra che la destra respinge, quasi a scandire l'apertura di una nuova fase, in Grecia: quella in cui la destra inizia a capitalizzare su una crisi del debito sovrano su cui si è innestata una crisi bancaria su cui si è innestata una crisi dei rifugiati, tutte alimentate dal vento nero della disillusione.

Kos, luglio 2015

La piccola isola del Dodecanneso bagnata dal mar Egeo era divenuta nei mesi estivi il principale punto di accesso via mare per i rifugiati che tentavano di raggiungere la Grecia dalla città turca di Bodrum, che dista soli quattro chilometri dal porto di Kos. Kos, insieme alle isole di Lesvos, Chios, Samos e Leros che più sono state esposte al cambio delle rotte migratorie dal Mediterraneo centrale al mare Egeo, è un'isola turistica, in cui, in altre parole, la questione dell'accoglienza ai rifugiati si è dovuta misurare da subito con le priorità dell'imprenditoria alberghiera, il principale - bisognerebbe dire l'unico, ormai - indotto dell'isola.

È così che il sindaco del Pasok quest'estate aveva usato il pugno duro. Socialista di forma, destra neoliberale in sostanza, il sindaco George Kyritsis dà disposizione di stipare circa 1500 migranti nello stadio Antagoras. È piena estate, ci sono circa quaranta gradi e nello stadio sono stipati 1500 rifugiati senza medicinali, cibo, acqua e aria. Uomini, donne, bambini, giovani e anziani stipati in uno stadio chiuso, mentre la polizia in tenuta antisommossa ne reprime con manganelli, estintori e gas lacrimogeni ogni segno di protesta, malore, crisi da disidratazione, fame, panico. “Non fare niente e non dargli niente, neanche un bicchier d'acqua” è la strategia del sindaco: accoglierli male e se possibile peggio, è l’unico modo per impedire che i rifugiati continuino a sbarcare a Kos.

Il sindaco aveva deciso di sabotare con la violenza le procedure di assistenza ai rifugiati nella speranza vana di porre così fine agli sbarchi. All'epoca questa situazione di tensione era stata placata essenzialmente da due fattori. Primo, la popolazione che si era fatta carico di prestare assistenza ai rifugiati, offrendo pasti e assistenza medica. Secondo, il governo era intervenuto inviando a Kos la Eleftherios Venizelos, una vecchia nave da crociera attraccata in porto che ogni giorno imbarcava migliaia di rifugiati siriani e li trasportava a Nord, in una specie di sfiatatoio politico che spostava l'“emergenza rifugiati” verso il confine con la Macedonia nel tentativo di impedire alla tensione di accumularsi nelle isole mentre il villaggio di Idomeni e la rotta balcanica diventavano i principali epicentri della crisi.

In tutta evidenza nelle isole cominciava quest'estate a esplicitarsi un problema. Il transito nel paese più dissestato d'Europa del più grande esodo di massa dell'ultimo secolo rendeva manifesto qualche cosa di sottile e definitivo a un tempo: la violenza senza precedenti dell'interazione tra la crisi del debito sovrano e la crisi dei rifugiati. Una violenza molecolare che si esercitava anzitutto su base locale, territoriale, trasformando la storica polarizzazione politica della penisola ellenica in un processo carnale di contesa e ri-significazione dei territori.

20 settembre 2015: Alexis Tsipras convoca snap elections e riceve un nuovo mandato. La sinistra europea esulta, “in Grecia non ha vinto la destra!”, con straordinario acume.

Il neo-eletto con i gemelli al polso si mette subito a lavoro per rendere esecutive al più presto le riforme della Troika da lui stesso sottoscritte il 13 luglio 2015. “La prima regola di ogni governo è liberarsi delle cattive notizie subito” – lo ha insegnato nientepopodimeno che Margaret Thatcher durante la recessione del 1980, sai mai che intanto qualche cosa di buono accade. Così in questo clima di ossequio e consenso, il neoeletto si mette a lavoro per sbloccare i prossimi finanziamenti. Sono 48 le riforme in discussione in Parlamento, il taglio alle esenzioni fiscali per gli agricoltori, i tagli alle pensioni minime, i tagli al pensionamento ordinario, la rimozione della protezione contro il pignoramento della prima casa, la liberalizzazione del mercato farmaceutico, la vendita del settore aeroportuale, l'accelerazione del pacchetto privatizzazioni, e, insomma ci siamo capiti – questa è appena una lista sommaria. Nel frattempo in Grecia continuano gli aumenti nei prezzi del settore alimentare, scrive l'Eurostat. Rispetto agli altri paesi d'Europa, cibarsi in Grecia è sempre più caro, conseguenza congiunta degli aumenti dell'Iva imposti dai tre Memorandum e della graduale sottrazione del mercato agroalimentare ai produttori locali da parte dei competitori del Nord Europa. Il punto è che l'austerità non è solo una estrazione di rendita dalla popolazione. L'austerità trasforma la struttura produttiva dei paesi che la subiscono, la erode e sbatte sulla strada piccoli e grandi produttori – solo allora cala l'occupazione, oltre ai salari diretti e indiretti. “Non c'è più nulla da sperare”, si diceva in quei mesi Grecia. La fiducia però continuava a regnare sovrana all'estero, mentre Tsipras si giocava la carta del Fondo Monetario Internazionale : “caccerò il Fondo dalla Grecia” - certo.

13 Novembre 2015: il Venerdì nero di Parigi rimette in discussione Schengen e aumenta la pressione politica contro la Grecia. L'Unione Europea non può più accettare che il confine esterno d'Europa sia così poroso, tantopiù che è stata proprio l'isoletta greca di Laros a costituire il porto d'ingresso di uno degli attentatori, dicono. Someone has screwed up, sostengono gli analisti europei, invocando maggiore scrupolo nelle procedure di controllo degli ingressi nell'area Schengen. Nel frattempo, i primi di Novembre l'Agenzia Onu per i rifugiati rende noto che nei soli primi dieci mesi del 2015 ci sono stati 600 mila gli sbarchi in Grecia via mare, un numero enorme in un paese di soli dieci milioni di abitanti in cui sei sono a rischio povertà e tre sono privi di copertura sanitaria. Non c'è alcun tipo di sostegno, in Grecia, per curare o nutrire la popolazione priva di reddito, siano essi rifugiati o disoccupati. A Lesvos non c'è più spazio per le salme; le mense esplodono e pure gli ospedali. “Solo negli ospedali capisci cos'è la guerra”, c'è scritto in un ambulatorio della capitale Ellenica. E tant'è.

26 Gennaio 2016. Il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis sostiene che ci sono state “serie carenze” nella gestione delle frontiere in Grecia. I governi europei premono su Atene per una politica di respingimento dei profughi. Il Ministro per l'Immigrazione Yannis Mouzalas risponde che respingere significa farli naufragare. Il cinismo europeo ha ancora la meglio: mentre si vocifera di un premio Nobel per la Pace a quella società militante che da mesi pratica politiche di accoglienza dentro e contro i confini, l'Europa minaccia che chiuderà i confini se la Grecia non aumenta i controlli. Sotto ricatto, il Governo acconsente ad aprire entro il 15 Febbraio cinque hotspots, come li chiamano, per rifugiati - campi di concentramento, li definiscono, in Grecia. Di questi cinque, uno si trova al campo militare di Anagnostopolou di Sindos, che dovrebbe ospitare 4,000 rifugiati. E uno, appunto, a Kos. 

Ed eccoci tornati all'inizio.

Dal 6 Febbraio 2016 l'isola di Kos è attraversata dal conflitto. Si tratta di un conflitto urbano in cui i rifugiati sono presi di mira da una municipalità ostile con una scorta di destra. I gruppi di volontari e attivisti cercano di fare da scudo umano ai migranti mentre quest'altri signori organizzano raidnotturni per colpirli o minacciarli, in una guerra della società contro se stessa per il controllo del territorio. Ma se lo scorso luglio erano i volontari, gli attivisti ex Syriza ad avere la meglio, adesso Alba Dorata capitalizza. Attaccata dalla polizia inviata dal Governo, si schiera contro la trasformazione di una caserma militare in un centro per rifugiati, con una argomentazione politica – bisogna dirlo – efficace: non vogliamo campi per rifugiati qui. È tre anni che Alba Dorata prova senza riuscirci acapitalizzare da una crisi che in ogni altro paese avrebbe dato ritorni politici straordinari alla destra. Per tutto questo tempo non c'è riuscita a causa della impressionante, passionale, difficilissima mobilitazione di questi anni, la stessa sulle cui spalle si è erto (e poi è crollato) un governo. Non sono state le condizioni materiali a cambiare in maniera radicale. È stato il sentimento collettivo, a cambiare.

30 Gennaio 2016: la destra di Alba Dorata sfila a Piazza Syntagma, nella più grande di una pletora di piccole manifestazioni recenti in cui la destra ha tentato di farsi portavoce del malcontento diffuso, a cominciare dalle proteste degli agricoltori. Durantel'estate c'era stato un lungo dibattito sulla parolatradimento. Tale dibattito creava acredinenella sinistra europea in quanto attribuiva a Tsipras colpe gratuite, si diceva. Ma tradimento è anzitutto un concetto affettivo. Il traditore non è il colpevole, è l'amato. Lungi dal riconoscere il potenziale politico della presa di distanza da un governo su cui si proiettava l'illusione di un futuro condiviso, da sinistra ci si affaticava a perpetuarla, denudando così la più assoluta sfiducia nella capacità collettiva di resistere la capitolazione di un governo che aveva trovato luce nella radicalizzazione stessa della società, mentre si creavano le condizioni affinché questo lavorasse alle stesse riforme che un anno prima professava di voler ostacolare. 

9 Febbraio 2016: “Tutta la società è pronta a insorgere contro il Primo Ministro e contro Syriza per le menzogne con cui hanno svenduto la Grecia”, ha dichiarato Ilias Kasidiaris, portavoce di Alba Dorata. La capitalizzazione della destra è essenzialmente questo, la capacità di farsi portavoce della disillusione. Vorrei specificare che non sto indicando la conclusione di un processo, sto indicando una tendenza in erba. Nè sto dicendo che la situazione sia in alcun modo semplice. Mi limito a osservare che la destra in questo caso si nutre non tanto di intelligenza propria, ma degli errori altrui. E in questo caso l'errore è stato continuare ad alimentare un'illusione intrisa di sfiducia nel potenziale politico diffuso nella radicalizzazione sociale piuttosto che accettare la realtà di una sconfitta ancora tutta da affrontare, in una specie di tabù che invece di creare le condizioni di per far ripartire la mobilitazione ha contribuito a rallentarla ricacciando la società nell'attendismo e nel risentimento. 

“Diamo fiducia a Tsipras perché non vada su la destra”: acuto consiglio, non c'è che dire. 

Resta la speranza che la società sia più forte dei trafficanti d'incantesimi e di disillusione.

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