Il vagabondo e le "tre piazze" all'italiana

Quali discorsi sulla precarietà e sul lavoro in generale vediamo diffondersi in Italia, a partire dai tre momenti pubblici della scorsa settimana?

30 / 10 / 2014

Ante-scriptum: subito dopo aver pubblicato l'articolo, è stata confermata da Landini la consultazione interna al sindacato per fare lo sciopero di categoria a metà novembre in vista di quello generale a dicembre. Il passaggio sull'evocazione dello sciopero, per quanto possa sembrare anacronistico, pone tuttavia la stessa problematica: può essere uno sciopero che sappia intersecare altre lotte e soggettività, dandosi delle forme non classiche che vadano ad intaccare la produzione capitalista del profitto? C'è volontà di decostruire completamente le riforme sul lavoro e parlare seriamente di ammortizzatori sociali e accesso al reddito?

 La figura del vagabondo nella primissima modernità è stata narrata in maniera ambivalente, compressa tra la categoria dell’indigente da proteggere e quella del colpevole che si sottrae alla coazione al lavoro. Dentro la prima categoria, inoltre, si poteva fare un’ulteriore distinzione tra chi aveva accesso all’assistenza e alla tutela e chi invece ne rimaneva escluso; solitamente, gli stranieri meritavano il respingimento in questa marginalità sociale.

Perché parlare dell’immagine del vagabondo del XVI secolo in Europa? Penso che si possa, riprendendo gli studi di Robert Castel [Les métamorphoses de la question sociale], vedere una sorta di genealogia del precario dalla condizione vulnerabile del lavoro urbano moderno, all’alba di quello che solo successivamente può essere chiamato salariato. Il vagabondaggio inizialmente non era fonte di libera manodopera, nel senso di messa sul mercato della propria forza-lavoro, ma un corpo cittadino che poteva essere sfruttato a seconda della convenienza, obbligandolo a lavorare senza diritti, senza retribuzione e, in base alla concezione che se ne aveva, senza una tutela assistenziale di qualsiasi genere. In particolare, se guardiamo di nuovo alle tre categorie che definiscono il vagabondo, non possiamo vedere nelle piazze della scorsa settimana e nel discorso del Partito della Nazione un diverso approccio del far fronte alla questione (inter)generazionale della precarietà?

L'ESCLUSIONE DEI VAGABONDI "STRANIERI" E LA PIAZZA DI  MILANO.

Cerchiamo di essere più chiari. Nella giornata di sabato 18 ottobre, nell’eterogeneità delle piazze xenofobe e sessiste, l’entrata in piazza Duomo a Milano degli spezzoni della Lega circondati dai militanti di Casa Pound ha raggiunto il più alto grado di visibilità non solo per la sua massiccia presenza (circa 50.000 persone): c’è stata una svolta tattica e strategica dei gruppi e partiti italiani di destra estrema, per la quale si è visto un adeguamento alle configurazioni europee  populiste e xenofobe. L’innovatore Salvini – perché, come Renzi, ha indotto un cambiamento nell’ormai agonizzante Carroccio – ha ben capito che nell’approfondirsi della crisi la dicotomia del Nord produttivo con il Sud che in maniera parassitaria drena tutte le risorse non può convincere fino in fondo. Per riuscire a creare un discorso pubblico che entri nelle pratiche individuali, la Lega ha bisogno di uscire dal suo autismo indipendentista. E quale migliore strada può battere, se non quella dell’identitarismo nazionalista?

Alla pari di una Le Pen e di un Farange, Salvini ha voluto riproporre una sorta di jour de l’indignation che l’anno scorso, a ridosso delle elezioni amministrative francesi, ha portato quasi centomila persone in piazza a Parigi in opposizione all’austerità e per la salvaguardia dei diritti dei cittadini francesi. La questione è molto semplice, non è certo complicato arrivare ad interpretarla: contrarietà alle maglie del potere dell’Europa, che impone l’austerity, e una redistribuzione della ricchezza verso il basso ma secondo dei criteri di esclusione. Al grido di “Stop all’invasione”, la Lega e il suo nuovo socio neofascista hanno voluto far vedere la presenza di piazza di un corpo sociale finora rimasto più o meno invisibile, compatto in una richiesta evidente: bisogna edificare di nuovo lo Stato sociale, prendendo in cura le fasce vulnerabili della cittadinanza nazionale. La povertà del precario, del piccolo imprenditore schiacciato dalla tassazione, della disoccupazione senza ammortizzatori sociali adeguati, sono esattamente le condizioni frammentate del lavoro che devono ritrovare una loro dimensione comune nel carattere assistenziale dello Stato.

In poche parole, le tutele da assicurare ai nuovi poveri sono un dispositivo di coesione del popolo, che riconosce il suo status di cittadinanza proprio perché l’istituzione statuale si è fatta carico della sua condizione. Il concittadino, l’ “amico”, sarà colui che può avere accesso all’assistenza, e si distinguerà dal “nemico”, dall’”invasore”, da colui che non vede nello Stato un minimo comune denominatore perché non ha la facoltà di godere delle sue tutele. Cioè il migrante, il rifugiato o il profugo.

LA LEOPOLDA FIORENTINA E IL VAGABONDO COSTRETTO AL LAVORO.

C’è però anche chi, con una subdola retorica, ritiene che il problema dell’occupazione sia l’indisponibilità dei giovani; o meglio, tutto ciò che rende le aziende refrattarie a creare posti di lavoro, producendo un senso comune “no future” avverso alla ricerca stessa del lavoro. Per ridare “coraggio” alla generazione senza il posto fisso, agli ultra-formati dopo corsi di laurea, tirocini e master, il Club della Leopolda (perché soltanto di Club si può parlare, quando sono tutti molto amici e si parla dei soggetti precari senza che i precari abbiano possibilità di parola), tra sparate e redarguizioni paternalistiche, riafferma la sua ricetta ormai applicata da diverso tempo. Renzi ha focalizzato i suoi ultimi mesi di operato al governo a produrre il Jobs Act ed a accogliere a braccia aperte i progetti europei come la Youth Garantee, piegandosi, dopo una prima scenata di ribellismo, anche ai vincoli della percentuale di deficit del debito pubblico provenienti dall’Europa (e lo vediamo adesso la Legge di Stabilità). Accusando i sindacati di essere obsoleti, perché ancorati alla difesa ideologica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, Renzi ha continuato a legittimare una delle asciate più affilate al diritto del lavoro, rincarando la dose permettendo a certi personaggi di esprimere le loro elucubrazioni sulla questione, come il caso della limitazione dello sciopero nel settore pubblico. Il giovane premier ha a cuore i vagabondi della precarietà, quel 40 % e più di disoccupazione giovanile, per questo vuole contrastarne l’inoccupazione con due parole: coazione e dismissione.

Da una parte, il Jobs Act e il potenziamento degli stage e dei tirocini gratuiti vogliono creare tutte le condizioni perché la generazione precaria trovi un impiego, poco importa a quale prezzo. La retorica sottesa e complementare è di colpevolizzare, una volta avviate tutte le misure, coloro che non si mettono a disposizione delle aperture del mercato del lavoro. Il precario-vagabondo potrebbe tornare ad essere narrato non solo come colui che non ha accesso al lavoro, ma anche come chi decide di sottrarsi alle operazioni che sono state messe in campo per la sua salvaguardia. Il soggetto vittima degli orpelli vetusti dei sindacati, della crisi economica, viene difeso per garantirne la sopravvivenza dal potenziale “Nuovo Statuto dei Lavori”, alias statuto di sfruttamento dei lavoratori; se non si concede, se non è riconoscente verso lo sforzo governativo in questa direzione, viene subito incasellato nella categoria tutta neoliberale dell' irresponsabile perché non accetta l'espropriazione del proprio capitale umano-cognitivo. Del resto, queasta pare la tendenza europea: si veda il comportamento  nei confronti dei precari e degli intermittenti francesi scesi in piazza contro la Convention Unédic.

Dall’altra, questa coazione al lavoro (gratuito, svilito, non rappresentato come tale) avviene contestualmente alla dismissione di diritti e previdenza sociale, dagli ammortizzatori fino ai contratti che dovrebbero impedire discriminazioni e dai rapporti di forza nei posti di lavoro. E’ stato già abbastanza scritto sul dispositivo del ricatto, che diventa strutturale nel momento in cui viene formalizzata la precarietà con il contratto a tutele crescenti per i primi tre anni, così come la proliferazione dei contratti cosiddetti atipici non avrà alcun ostacolo anche solo formale, condannando il lavoratore a vivere sotto la volontà dispensatrice del proprio datore. Inoltre, la ridefinizione delle erogazioni dei sussidi, più che un’estensione della disoccupazione ai collaboratori a progetto e agli indeterminati, è un’elemosina che avrà ben pochi effetti a livello di sostenimento nei periodi di non lavoro.

Renzi è sicuramente contro il vagabondaggio, ma nel voler trovare una via d’uscita non fa altro che affermarne la stessa situazione di vulnerabilità: l’economia della promessa, come scrive Bascetta, gioca appunto sull’assenza totale di welfare e di retribuzione degna, nella speranza di poter avere sia un’identificazione con un’immagine socialmente apprezzata che la prospettiva di una contrattualizzazione determinata e tutelata.

LA TUTELA DEL VAGABONDO PER IL LAVORO.

Si sta diffondendo, comunque, anche un altro tipo di discorso intorno alla precarietà. La piazza di sabato scorso della CGIL, con un milione di persone, ha sicuramente dei tratti discontinui rispetto alle configurazioni classiche a cui siamo abituati. Si parla infatti di numeri e di una partecipazione abbastanza giovanile, prevalentemente con contratti atipici e a tempo determinato, che ha sfilato a Roma contro l’attacco al lavoro portato avanti da Renzi. Se diamo credito ai sondaggi mainstream, la composizione del corteo era per i due terzi non sindacalizzata. Cosa ci vuole dire quella piazza? Se da un lato si è vista una composizione più eterogenea - al di là del vecchio bacino del pubblico impiego classico e dei pensionati – che scavalca potenzialmente la rappresentanza sindacale di Camusso, dall’altro lato non dobbiamo cadere nell’errore di vedere una mobilitazione determinata e apodittica. Il fantasma dello sciopero generale, cioè un qualcosa la cui sola evocazione dovrebbe invertire la rotta del governo sul lavoro, rimane quel che è sempre stato negli ultimi due anni: una presenza surreale, che ha ormai perso anche il suo carattere simbolico. Come restituire un potenziale davvero sovversivo allo sciopero generale, troppe volte evocato e quasi mai esercitato se non nella forma dello sciopericchio? Il problema non è tanto la composizione del lavoro che è scesa in piazza, così come i seicento operai AST caricati immotivataente e brutalmente dalla polizia diretti verso il Ministero dello Sviluppo Economico (a proposito: rileviamo come Susanna Camusso abbia finalmente compreso quale trattamento i governi del neo-liberismo riservino alle espressioni di piazza).

La trappola è la riduzione dell’immaginario all’interno delle pastoie della concertazione, del fatto che si tiri la corda mai fino al punto di rottura per il quale il blocco della produzione e il protagonismo del lavoro vivo possa ribaltare il rapporto di forza di classe, tutto spostato a favore dei mercati e delle imprese. E' notizia di queste ore che FIOM e CGIL vogliano aprire le consultazioni per decidere diverse date possibili sullo sciopero generale, prima di categoria metalmeccanica poi generale. Il timore che le mosse della CGIL si vogliano inserire nell’esercizio pluralistico del confronto, anche acceso, per poi arrivare ad una sintesi che patteggi alcuni elementi a favore degli oppressi, è concreto e potrà essere decostruito solo vedendo i fatti di questi giorni. Le forme dello sciopero sapranno intersecare quelle autoconvocate (14 novembre) e produrre situazioni di conflitto? Questo è ciò che va verificato.

I vagabondi, del resto, necessitano di un corpo giuridico che li protegga sul posto di lavoro, non del cambiamento delle condizioni di possibilità della loro situazione precaria e sotto ricatto, della scelta del come e quando dare la prestazione professionale e della garanzia di una vita degna.

Mancano all'orizzonte sindacale progetti di riforma strutturale dei diritti sociali atti ad incidere sul reddito e sull’accesso ai servizi: per ora non ne abbiamo notizia. E non scordiamoci che la CGIL negli accordi territoriali ha spesso preso posizione contraria a quello che va professando in questo ultimo periodo, a partire dal settore della logistica fino al lavoro volontario per Expo 2015.

UN 14 NOVEMBRE DEL "LIBERO" VAGABONDAGGIO?

La vera alternativa affinché il vagabondaggio diventi liberazione dal lavoro sta nella risposta dei movimenti, nella loro alternativa costituente e nella loro capacità di intrecciare e veicolare in parole d’ordine maggioritarie tutti quelli che non possono scioperare, gli operai sotto attacco, chi è obbligato a lavorare gratuitamente o sottopagato per fare curriculum nel diktat della formazione continua, chi non ha accesso al diritto alla città nelle forme di un’abitazione, del welfare e dello spazio urbano. L’essere vagabondi, cioè il non avere una collocazione precisa, il non essere pienamente governabili, può diventare vera pratica di libertà soltanto se si rompe con la coazione e la dismissione di ciò che produce e riproduce la vita. Ai primi tentativi di obbligare a lavorare i vagabondi, i governi delle città della prima età moderna hanno dovuto fare i conti con pratiche di resistenza, che soltanto l’imposizione del contratto e del rapporto lavorativo salariale è riuscita a far defluire. Ora che il salariato esiste da secoli, si tratta di rifiutare la pillola renzianamente indorata della coazione al lavoro, le briglie identitarie nazionaliste che non mettono in crisi la complessità della redistribuzione della ricchezza, così come spingere in avanti qualsiasi disponibilità alla mobilitazione che pratichi un vero sciopero sociale le cui richieste minime devono convergere nella rivendicazione di welfare, reddito garantito e salario minimo.

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