Il tiranno e il pastore. Sul governo cittadino nell'epoca del bitoncismo medievale.

Intorno alle ordinanze e al progetto di città della giunta Bitonci a Padova.

17 / 9 / 2014

 I governi delle città del XV secolo si sono contraddistinti per due elementi coesistenti: la tirannide e il pastorato. Il primo termine risulta chiaro, mentre il secondo indica il ruolo di chi desidera porsi come guida morale, regolatore della conduzione della vita privata e pubblica. La sfera della moralità doveva essere normata per disciplinare le condotte anche in quegli ambiti in cui la legge non poteva arrivare e, allo stesso tempo, creare delle relazioni cittadini adeguate al comando del tiranno-pastore senza che questi dovesse intervenire direttamente.

Padova 2014. Giunta Bitonci.

A quanto sembra la moralità, i comportamenti pubblici e le relazioni sociali del corpo cittadino sono le più grandi preoccupazioni politiche del governo della città. Fin dalla sua dichiarazione d'intenti, concretizzata nel suo programma politico, Bitonci non si è mai smentito. Il début della sua gestione non lascia dubbio alcuno: attacco alla povertà estrema, stigmatizzata come delinquenza e posta in antinomia al buon cittadino lavoratore padovano; multe e fermi dei mendicanti per strada; guerra mediatica e ideologica, giocata sulla carta dell'ordine e del decoro, contro i migranti, i profughi, i rifugiati e chi li aiuta, dalla negazione dell'utilizzo di luoghi pubblici per i festeggiamenti del Ramadan alle provocazioni contro la Casa dei Diritti “Don Gallo”. Il più recente obiettivo sono i giovani, soprattutto studenti, che vengono tacciati di essere portatori di degrado.

A differenza dei secoli passati, il sindaco di Padova non dispone però degli strumenti e delle capacità per determinare la sfera privata e pubblica delle vite dei cittadini che non siano l'emanazione di ordinanze e l'uso delle forze dell'ordine.

In linea di principio, il provvedimento giuridico dell'ordinanza, condito con le linee guida da dare ai corpi politici e di controllo della città, dovrebbe identificare una situazione di emergenza. Quindi, dobbiamo presupporre che l'emergenza di Padova sia davvero il degrado e le questioni di ordine pubblico? O c'è invece un altro motivo che spinge Massimo Bitonci ad emanare ordinanze su tali tematiche?

Guardando all'Europa e al resto della nazione, con particolare attenzione al ruolo delle amministrazioni comunali, possiamo individuare due chiavi di lettura complementari. Innanzitutto vi è un “vuoto di sovranità” a cui sono sottoposti i Comuni della penisola: le amministrazioni locali, imprigionate nel diabolico Patto di Stabilità, si sono viste ridurre le possibilità di decisione reale sulle vertenze politiche, sociali ed economiche del “proprio” territorio. Il diktat del pareggio di bilancio e la mancanza progressiva di fondi stanno portando i Comuni a non garantire più i servizi basilari alla cittadinanza e, come conseguenza, alla perdita del potere decisionale su di essi. Il fenomeno della privatizzazione delle municipalizzate, diffuso a livello nazionale, si inserisce in questo contesto e va a toccare servizi fondamentali quali la gestione dell'acqua e dei rifiuti (come il caso padovano della fusione Acegas-Hera) e i trasporti pubblici. Di pari passo sempre più problematica è la carenza di welfare cittadino, dall'assistenza sociale e sanitaria al diritto abitativo, l'edilizia scolastica (ora di competenza comunale per tutti i gradi) e le infrastrutture.

A questa mancanza di potere, stabilita dalla governance sovranazionale, quali spazi di agibilità politica rimangono alle amministrazioni comunali, oltre alla funzione di esecutori tecnici dell'austerità? Quale senso da dare al proprio operato, consci dell'impotenza politica sulla città? Sembra che, specialmente nel caso padovano, ci sia una sorta di campagna elettorale permanente che deve esercitarsi continuamente tramite lo strumento delle ordinanze.

Se da un lato gli amministratori mantengono il monopolio della forza ai fini della repressione, dall'altro detengono gli strumenti per la normazione e il controllo della vita singolare e collettiva. Questo nodo eminentemente biopolitico non è in contraddizione con quanto scritto sopra: il governo delle vite è infatti funzionale a dare come soluzione a questa crisi un'idea di città che rispecchia un preciso progetto politico.

Per tornare sulle vicende patavine, il sempiterno dispositivo governamentale della sicurezza è un classico a cui Bitonci non ha potuto rinunciare. La sua visione della città, infarcita di stereotipi e pregiudizi ideologici, gioca sul “bisogno di sicurezza” per disciplinare ed escludere intere categorie di persone. Lo studente deve solamente usufruire dei servizi universitari, portare denaro in città (magari con un lavoro al nero e/o sottopagato) e adeguarsi ad una socialità entro rigidi schemi, il più possibile lontani dal centro cittadino; il giovane è un fruitore di ciò che viene offerto dalla città, senza possibilità di decidere cosa e come voglia utilizzare le risorse, nella totale assenza di un welfare adeguato che gli faccia vivere pienamente la città. Il migrante diviene una minaccia per l'ordine sociale perché portatore di criminalità e di violenza, nonché soggetto “in competizione” con i residenti nella disponibilità della ricchezza. Il povero è un parassita per il tessuto economico locale, colpevolizzato di far ricadere i costi della sua vita sugli “onesti cittadini” perché non lavora. Coerentemente con la logica della sicurezza, ci aspettiamo che venga chiamata a breve in causa la figura della donna come vittima, corpo da difendere e da proteggere, soprattutto da aggressioni etnicizzate. Senza contare gli attacchi che stanno subendo tutti i tentativi di resistenza al vero degrado e alla speculazione immobiliare: oltre agli sgomberi estivi degli spazi occupati di via Marzolo e di via Palestro, continuano quasi quotidianamente le minacce a tutti gli altri luoghi indipendenti, sottratti all'abbandono e restituiti ai cittadini sotto forma di diritto alla casa o spazio di socialità.

Insomma, la risposta alla crisi per la giunta padovana neoeletta non è tanto una messa in discussione dei meccanismi che impoveriscono i mezzi per poter vivere degnamente in città, quanto una marginalizzazione di determinati individui e un disciplinamento delle condotte. Sulla scia delle destre reazionarie europee, la direzione da prendere per risolvere il problema economico è l'esclusione di intere categorie e fasce sociali, responsabili dell'essere quel surplus che grava su di un sistema già saturo; allo stesso tempo, sul corpo dei migranti si crea l'identità antitetica al cittadino, che è portato a riconoscere in loro le “cause concrete” della crisi e del suo perdurare, al contrario di vedere nella iniqua distribuzione della ricchezza il motivo della miseria delle condizioni di vita. Sui giovani e la socialità, si inserisce sia la logica "contrappositiva", che li vorrebbe definire come estraneità al cittadino padovano del centro, sia la questione dell'obbedienza. L'aggressione agli spazi sociali e ai luoghi di aggregazione, circoscritti a zone e tempi specifici con lo scopo del profitto, è uno dei più tipici modi per evitare che si creino delle situazioni potenzialmente o espressamente incontrollabili dalla governance locale.

In sintesi, il Leit Motif della sicurezza al tempo della crisi sembra essere da una parte la volontà di far risplendere il potere delle amminsitrazioni, ormai completamente esautorate; dall'altra, è un ridisegnamento dello spazio urbano a uso e consumo dei pochi che sono accettati come pieni cittadini, ad un'economia che possa far profitto e rendita al riparo dal pericolo dei soggetti che possono eccederla o incrinarla con la loro presenza fuori dalla norma.

Dietro all'ultima ordinanza “antidegrado” sta proprio questo ragionamento e concetto di città. Al di là del contenuto tragicomico di tali provvedimenti, ai quali la città ha risposto giustamente con iniziative festose ed ironiche, è necessario arrivare a delegittimare strutturalmente la direzione politica che la giunta Bitonci intende dare a Padova. Capiamo bene che i divieti sulla socialità e sul vivere la città vanno di pari passo con lo sgombero degli spazi occupati, la discriminazione dei migranti e dei rifugiati, nonché il progressivo taglio a tutti i servizi locali. Solo una prospettiva complessiva, che tenga conto di tutte queste dimensioni, assolutamente non contrapposte, può far crollare l'intero progetto che il sindaco vuole applicare sulla città.

Per questo è fondamentale ripartire da quella Padova solidale e coraggiosa che si riconosce in un diritto alla città inclusivo, dove la vera sicurezza è data dalla messa a valore delle relazioni virtuose tra tanti e diversi e dal reale accesso alle risorse e ai servizi, che possono garantire una vita degna a tutti. Affermare quindi un altro tipo di socialità, estranea alle fobie securitarie, non può che rappresentare una dichiarazione di inimiciza a chi tiranneggia a colpi di ordinanze e imposizioni. Ad una Padova frammentata e suddivisa, dobbiamo opporre la condivisione vera, l'accoglienza e la sovranità territoriale di chi vi abita e la fa vivere.

Del resto alle morali e alle leggi dei sovrani del Medioevo e del Rinascimento, la cittadinanza esprimeva la propria contrarietà immaginando e praticando altri modelli di vita comunitaria attraverso il Carnevale. In origine il Carnevale, lungi dall'essere un mero evento folkloristico, era un lungo periodo di rifiuto – si parla di quaranta giorni - dell'ordine costituito e in esso si agiva l' annullamento delle classi sociali e delle discriminazioni. L'intera folla degli oppressi e dei dissidenti, “vestendo” ruoli non prestabiliti, riusciva così a ridisegnare l'intera mappa della città seguendo i propri bisogni e desideri. Non basteranno solo quaranta giorni nella nostra situazione, ma ci piace l'idea di una disposizione permanente a respingere quello che proviene dal tiranno, per costruire una cittadinanza al di fuori dei recinti che le vengono imposti.

CSO PEDRO

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