Il Texas e noi: i diritti riproduttivi minacciati ancora una volta

4 / 9 / 2021

Il primo settembre scorso, in Texas, si è assistito ad un attacco frontale alla salute riproduttiva e al diritto di autodeterminazione delle donne e delle persone assegnate femmine alla nascita (“assigned female at birth”, d’ora in poi: AFAB): è entrata in vigore, infatti, una fra le legislazioni più restrittive degli Stati Uniti, e del cosiddetto mondo occidentale, in tema di interruzione volontaria di gravidanza.

La nuova disciplina vieta l’accesso all’aborto legale dopo le sei settimane di gravidanza, anche in caso di incesto o stupro. La procedura resterebbe praticabile anche oltre le sei settimane esclusivamente nell’ipotesi in cui il personale sanitario “ritenga che ci sia un'emergenza medica”: in sostanza quando vi sia un pericolo di vita per la persona gestante.

Tuttavia, porre il termine massimo per l’IVG a sei settimane significa fissarlo ad uno stadio così iniziale della gravidanza (un mese e mezzo) che molte donne e persone AFAB non hanno nemmeno la possibilità di rendersi conto di essere incinte, perché vicinissimo alle prime mestruazioni mancate — e il problema si acuisce ancor di più per chi ha un ciclo irregolare. È pressoché inevitabile, quindi, scoprire la gravidanza dopo le sei settimane, quando ormai la possibilità di un aborto legale è già svanita. In sostanza, come affermano moltə medichə statunitensi, “a six-week abortion ban is just a ban on abortion.”. In effetti, si stima che il provvedimento metterà fuori legge tra l’85 e il 90% di tutti gli aborti che vengono praticati in Texas.

Leggi simili a quella texana sono state approvate da altri Stati USA negli ultimi anni, ad esempio Kentucky, Arkansas, Louisiana, Georgia, North Dakota, e Mississippi.  Quest’ultimo ha approvato una legge che proibisce tutti gli aborti dopo le 15 settimane di gravidanza “tranne in caso di emergenza di tipo medico o di gravi anomalie fetali” ma la legittimità del provvedimento è ancora al vaglio della Corte Suprema USA.

È notizia recentissima, invece, che l’impugnazione promossa innanzi alla Corte per bloccare la legge dello Stato del Texas è stato rigettato. La Corte ha quindi confermato una disciplina che, concretamente, impedisce quasi in toto il ricorso legale all’IVG e vanifica, di fatto, i principi espressi nella Roe v. Wade (la storica sentenza del 1973 che ha riconosciuto il diritto all’aborto legale a livello federale).

La legge texana ha però un ulteriore aspetto di criticità, se possibile ancora più odioso: incoraggia addirittura la delazione, autorizzando i cittadini a denunciare chi aiuta le donne che cercano di abortire, garantendo una “ricompensa” anche di 10 mila dollari.

Insomma, come è chiaro ormai da anni, la strategia dei conservatori non è quella di provare a rovesciare direttamente la Roe v. Wade, ma piuttosto di lavorare ai fianchi, smantellandone la concreta applicabilità nei singoli Stati.

È altrettanto evidente che tratta di una strategia comune a tutti i movimenti antiabortisti, al di là e al di qua dell’Atlantico. In Italia, le destre hanno adottato lo stesso percorso, ovviamente calibrandolo sull’ordinamento giuridico italiano. Non puntano tanto ad abrogare la legge 194/1978, quanto invece a svuotarla di contenuti a livello locale, impedendone la concreta praticabilità. Si pensi all’obiezione di coscienza, strumento previsto nella legge del ’78 per tutelare i ginecologi già operanti nel SSN al momento dell’introduzione della legge, e che invece è diventato un grimaldello nelle mani dei gruppi antiabortisti per impedire l’erogazione di una prestazione essenziale del Sistema Sanitario Nazionale – nonché l’esercizio dei fondamentali diritti riproduttivi.

Le vicende che coinvolgono le donne e le persone AFAB in Texas ci riguarda quindi direttamente, non solo perché le strategie neocon sono le medesime (prova ne sia l’esultanza di alcuni nostri parlamentari al via libera concesso dalla Corte Suprema) ma anche perché i movimenti antiabortisti – con i loro cospicui finanziamenti – operano ormai in modo coordinato a livello internazionale.

Per questo motivo è fondamentale battersi affinché l’accesso all’IVG sia effettivamente una scelta libera e praticabile. A questo fine, sul sito liberadiabortire.org si stanno raccogliendo le firme per un appello da trasmettere al Ministro della Salute, Roberto Speranza, affinché il SSN possa finalmente garantire in modo pieno l’esercizio del diritto all’IVG.

Infine, un pensiero va alle donne e persone AFAB sanmarinesi che in questi giorni si stanno impegnando per rendere possibile un referendum che renda legale l’aborto a San Marino dove, ad oggi, l’IVG è ancora reato.

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