Il potere dell’emergenza: perché chiedere ai governi di dichiarare lo stato di emergenza climatica è rischioso

13 / 12 / 2019

Due giorni fa il Parlamento italiano ha approvato una mozione che riconosce l'emergenza climatica e impegna il governo a dichiararla. Al di là di un’operazione che assomiglia più alla farsa che a un impegno politico, riteniamo utile riprendere un articolo di Giacomo D’Alisa, apparso di recente su Le parole e le cose, che analizza i rischi politici che si celano dietro la richiesta dello “stato d’emergenza”. L’articolo è stato originariamente pubblicato in inglese su undisciplinedenvironments.org.

La dichiarazione dello stato di emergenza climatica potrebbe rivelarsi controproduttiva e perfino pericolosa, tanto da ostacolare l’azione dei movimenti globali per la giustizia climatica.

Gli attivisti per il clima hanno messo in piedi uno dei più promettenti movimenti globali degli ultimi anni. Milioni di giovani allarmati dalle condizioni ambientali si sono mobilitati per spingere attori della società civile e politici ad agire rapidamente e contrastare i cambiamenti climatici in corso e altri disastri ambientali a essi legati. Eppure, sosterrò in questo scritto che chiedere ai governanti di dichiarare lo stato di emergenza climatica può risultare controproduttivo e pericoloso per gli stessi attivisti. Il mio riferimento principale è la narrativa dell'”emergenza climatica” proposta da Extinction Rebellion (XR) e supportata dagli scioperanti dei Fridays For Future (FFF). Sebbene si debba riconoscere che XR sia un movimento articolato e con specificità territoriali, che esprime un certo grado di autonomia su come le richieste debbano essere localmente sviluppate, resta vero che tutti i membri condividono un piano argomentativo e tre domande, la prima delle quali è indirizzata ai governanti ai quali si chiede di dichiarare lo “Stato di Emergenza Climatica”. Questa domanda è largamente condivisa da personaggi assai influenti, quali Papa Francesco, una coalizione mondiale di migliaia di scienziati e politici americani del calibro di Alexandria Ocasio-Cortez e Nernie Sandres. Le dichiarazioni sono state adottate rapidamente in tutto il mondo: già più di 1.195 governi locali di 23 differenti nazioni, molti governi nazionali e pure il Parlamento Europeo hanno dichiarato l’emergenza climatica.

Ritengo che gli appelli all’emergenza possano vanificare gli sforzi che gli attivisti dei movimenti climatici globali stanno facendo per cambiare il sistema socio-economico mondiale. Non è un caso che una crescente letteratura nel campo dell’ecologia politica suggerisca che l’uso della parola “emergenza” nella governance ambientale serva a riprodurre nuove forme, pratiche e relazioni di potere che consolidano determinate élite a scapito dei poteri pubblici e dei movimenti. Di seguito provo a condividere con lettrici e lettori i risultati di anni di ricerca accademica e intervento politico rispetto agli “stati di emergenza” in Italia.

Casi emblematici dello Stato di Emergenza in Italia: il terremoto dell’Aquila e la crisi dei rifiuti in Campania

Molti ricorderanno quando, nel 2009, l’allora primo Ministro Silvio Berlusconi decise di spostare l’incontro italiano del G8, originariamente previsto nella zona della Maddalena in Sardegna, nella città de L’Aquila. Alcuni giorni prima di prendere quella decisione, il capoluogo abruzzese era stato l’epicentro di un grave terremoto. Il bellissimo centro della città fu quasi completamente distrutto. Il magnifico campanile di San Bernardino crollato divenne presto il simbolo di un evento devastante. Molte persone persero casa, famigliari e amici. Come sempre accade nei casi di disastro socio-ambientale, il primo ministro dichiarò lo stato di emergenza. Eppure, Berlusconi fece qualcosa di più: ebbe la brillante idea di chiedere ai capi di stato che alcuni mesi dopo sarebbero volati in Italia per l’incontro del G8 se fossero disponibili a cambiare rotta e atterrare nell’area in rovina de L’Aquila anziché nell’amena Maddalena. Tutti i presidenti accettarono e applaudirono il piano e si unirono con piacere alla riunione nel mezzo del disastro.

Vi chiederete come faccio, anche se con sarcasmo, a definire questa mossa un’idea geniale. Soprattutto, penserete, cosa c’entra questo con il rischio che intravedo nel rivendicare dal basso che si dichiari lo stato di emergenza, come fanno gli attivisti per il clima in giro per il mondo? Ebbene, le ragioni sono diverse.

Innanzitutto, spostando il vertice a L’Aquila, Berlusconi ottenne maggior consenso ed aumentò la sua popolarità. In effetti, aveva mostrato il suo interesse per il tragico evento, mettendo le preoccupazioni delle vittime del terremoto in cima alla sua agenda, anche internazionale. Poteva persino sostenere che i 200 milioni di Euro dedicati alla copertura delle spese del vertice in Sardegna, sarebbero stati reindirizzati per l’immediato rilancio della ricostruzione e dell’economia de L’Aquila.

In secondo luogo, spostare il vertice nei luoghi del terremoto lo ha aiutato a evitare qualsiasi opposizione sociale. Il G8 in Sardegna era stato pianificato perché l’arrivo degli attivisti su un’isola è più facile da controllare, ma usare la disastrosa cornice de L’Aquila per evitare rivolte e barricate risultò ancora più attraente. In effetti, solo poche migliaia di attivisti andarono in Abruzzo e la marcia avvenne il giorno dopo che i leader mondiali erano tornati a casa. Si evitò qualsiasi confronto con la polizia, gli attivisti espressero la loro solidarietà alle vittime del terremoto, ma evitarono ogni tipo di scontro come forma di rispetto per il clima di tristezza e frustrazione che ancora aleggiava.

In terzo luogo, grazie allo stato di emergenza e al consenso riacquistato, Berlusconi potè implementare un progetto di reinsediamento che si è rivelato un fallimento socio-economico, come testimonia un rapporto video investigativo. Il progetto di reinsediamento fu chiamato C.A.S.E, un felice acronimo che sta per Complessi Antisismici Sostenibili ed Eco-compatibili. Il progetto è costato più di 18 miliardi di Euro e ha arricchito proprio quelle persone che ridevano mentre le notizie sul tragico terremoto si stavano diffondendo. Speculatori che al ricevere la notizia del disastroso evento già pensavano al modo in cui avrebbero beneficiato della ricostruzione. Le emergenze, infatti, sono spesso grandi opportunità per pochi sciacalli di arricchirsi. Dopo il terremoto in Abruzzo tutto ciò è avvenuto in nome della sostenibilità e sotto il regime dello stato di emergenza.

Nell’anno del terremoto de L’Aquila stavo svolgendo le mie ricerche sulla crisi dei rifiuti a Napoli. Nel 2009, la città di Napoli e la regione Campania erano in stato di emergenza (da ben 15 anni!) al fine di risolvere la mala gestione e il traffico illegale che affliggevano le province di Napoli e Caserta dagli anni Ottanta. Durante quei lunghi anni, il governo nazionale e una serie di commissari nominati ad hoc emanarono una serie lunghissima di regolamenti e decreti d’urgenza. Tali decreti permisero l’implementazione di lavori pubblici da parte di poche imprese in deroga alle norme che tutelano il lavoro, la salute e l’ambiente, nonché ai normali processi decisionali. Ciò portò diversi attivisti a definire crisi democratica ciò che accadeva in Campania: molto più che una ‘semplice’ crisi dei rifiuti. Tuttavia, molti preferivano pensare che Berlusconi avesse risolto la crisi dato che i militari avevano ripulito le strade napoletane.

Forte di questi ‘successi’, nel 2009 Berlusconi tentò di privatizzare il Dipartimento della Protezione Civile e trasformarlo in una società per azioni. Sosteneva che, per poter garantire una risposta più efficace ed efficiente alle crescenti emergenze socio-ambientali che colpivano il territorio italiano, il Dipartimento di Protezione Civile necessitasse di strumenti più ‘agili’. L’idea però era di istituire un quadro giuridico privatistico che permettesse ancor di più consolidare la presa di pochi sulle risorse statali allocate per affrontare i disastri sociali e ambientali. Fortunatamente, tale progetto di privatizzazione fu bloccato. Ma da allora divenne chiaro a tutti come in Italia ci fosse un uso sistematico dei decreti emergenziali volto a favorire l’accumulazione di enormi quantità di ricchezze pubbliche da parte di pochi gruppi di potere in grado di agire senza rispettare regolamenti e norme, senza preoccuparsi dei processi decisionali democratici. Questo abuso non avveniva, e non avviene, solo in risposta alle catastrofi socio-ambientali, ma anche per appropriarsi dei milioni di euro pubblici spesi per i cosiddetti grandi eventi culturali (per esempio il fallimentare EXPO di Milano), sportivi (per esempio l’American Cup) e religiosi (Giornate Mondiali della Gioventù e affini).

L’attuazione dello stato di emergenza è stata sistematicamente utilizzata per ingannare il controllo finanziario della Corte dei Conti, eludere le più ovvie norme legali e utilizzare l’esercito in caso di opposizione dei cittadini contro le attività pianificate. Questa strategia lascia completamente senza briglie la circolazione del capitale in cerca di maggiori profitti, senza che chi ne beneficia si debba preoccupare delle conseguenze sociali, economiche e ambientali che tale circolazione sfrenata causa. Si tratta di una strategia del capitale molto più complessa e subdola della “dottrina shock” proposta da Naomi Klein, secondo cui il capitale internazionale e l’élite globale fanno fruttuosi affari cavalcando crisi sociali causate da interventi umani coscienziosamente messi a punto (un esempio tra i tanti, i colpi di Stato) e da catastrofi socio-ambientali (per esempio gli uragani). Questa dottrina, infatti, si riferisce a situazioni visibili e plateali che spaventano e inibiscono le persone colpite e creano una possibilità spazio-temporale per i capitalisti di saccheggiare le risorse di un paese o di una regione. Invece, l’uso continuo e persistente dello stato di emergenza per gestire eventi pubblici, ribadisco, è una strategia molto più dannosa, praticata spesso in maniera parallela a quella ben descritta da Klein, che infiltra con le suoe centinaia di decreti d’urgenza il sistema giuridico statale e lo rende completamente malleabile a determinati interessi economico-politici.

I poteri dell’emergenza sono paradossalmente silenti, e quindi ancor più pericolosi a lungo termine. Sono un ombra che penetra i sistemi legali di ogni democrazia sociale o liberale, un’ombra fatta di decreti e norme ad hoc che minano il funzionamento già poco trasparente delle democrazie contemporanee. Ancor più rischioso è il fatto che, al contrario di quanto sostenuto dall’impianto concettuale della “dottrina schock”, le trasformazioni favorevoli all’accumulazione di capitale non avvengono attraverso l’uso della forza ma attraverso il consenso di una gran parte della popolazione – il che aiuta le élites a rafforzare la propria egemonia sull’immaginario collettivo.

Dalla dichiarazione di stato di emergenza all’uso insorgente del “freno di emergenza”

Nel 2010 riflettevo su questa astuta strategia e sui suoi principi quando studiavo le azioni contro il cambiamento climatico in Italia. Nel Belpaese, tra il 2006 e il 2019, sono stati dichiarati più di 50 stati di emergenza che includono sia i grandi eventi pubblici (culturali, religiosi, etc.) sia i disastri socio-ambientali (alluvioni, terremoti e inquinamento). L’elemento di continuità dell’intera casistica è che a taluni soggetti è stato permesso di bypassare leggi e saccheggiare risorse in nome dell’emergenza.

Già allora mi resi conto che si tratta di una sorta di regime parallelo a quello democratico, atto a rafforzare gli interessi egemonici dell’élite capitalista. Una sorta di oscura rete della democrazia, così come esiste il “dark web” in parallelo al “world wide web” che tutti conosciamo. Ritengo che la parola più appropriata, seppur poco orecchiabile, per questo regime invisibile e oscuro sia “Emergenziocrazia”: un regime organizzato intorno ai poteri dell’emergenza così come la democrazia si dovrebbe basare sul potere del popolo (demos). Trovo che se questo regime si generalizzasse globalmente sarebbe estremamente pericoloso, e spero che gli esempi che ho illustrato sopra abbiano sortito lo stesso effetto in chi legge. Questa ipotesi sembra potersi realizzare man mano che il disastro socio-ambientale globale a cui assistiamo avanza e diventa senso comune che i movimenti globali per la giustizia climatica (in particolare XR) chiedono ai governanti che si dichiari lo stato di emergenza. In questo contesto, un’emergenziocrazia planetaria potrebbe diffondersi, trovare legittimazione nella paura di una catastrofe ambientale e permettere alle élites capitaliste di trarne profitto e consolidarsi.

Per questo motivo mi sento profondamente contrario alla richiesta di dichiarare lo stato di emergenza portata avanti dagli attivisti per il clima. La mia riflessione è volta a sensibilizzare circa il modo con cui gli stati di emergenza sono concretamente gestiti e su come possono, da un lato, minare ulteriormente il già fragile regime democratico e, dall’altro, far sì che il sistema capitalista espanda la sua doppia strategia di accumulazione per spoliazione e per contaminazione.

Il cambiamento del sistema non può avvenire con la dichiarazione dello stato di emergenza climatica. Si dovrebbe piuttosto attivare il freno di emergenza, come suggeriva Walter Benjamin nella sua Appendice Sul concetto di storia. È necessario infatti rimodulare il concetto di emergenza, interrompendo l’espansione egemonica del capitalismo e la sua crescita.

(Ringrazio Diego A., Riccardo B., Mario C., Giuseppe F. per aver dedicato parte del loro tempo alla traduzione collettiva del testo)

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