su www.meltingpot.org reportage dalla Grecia

Il diritto d'Asilo respinto dall'Italia

Da un’inchiesta di Alessandra Sciurba e Anna Milani

15 / 3 / 2010

Igoumenitsa. 12 Marzo 2010

Basta scendere dalla nave per accorgersi subito di quanto tutto qui sia diverso da Patrasso. Dentro il porto di Igoumenitsa é possibile usare la telecamera, e non si vedono in giro i commandos con le tute militari e i manganelli stretti nelle mani. Sarà anche perché sui tir non si sale piú mentre sono ancora fermi al porto: le cose, in questo senso, sono cambiate sia a Patrasso che a Igoumenitsa. I profughi, adesso, aspettano il loro “passaggio” verso l’Italia accanto alle stazioni di servizio o in alcuni punti precisi delle strade piú trafficate dai mezzi pesanti. Si fermano lí quando viene sera e attendono nascosti. A quel punto provano a salire, quando il tir accosta. Certamente bisogna prima aver pagato.
Ce lo racconta Hamdi, un giovane palestinese. Trecento euro per andare sotto il tir, tremila per entrare dentro, nascosto tra la merce. Quando vai sotto, quel che paghi é il diritto di aspettare per strada. Quando vai dentro sono coinvolti anche gli autisti, e poi rischi di meno, e allora il prezzo sale. Hamdi lo abbiamo incontrato in una delle due Jungle di Igoumenitsa in cui vivono i migranti in transito verso l’Italia, anche se qualcuno dice di avere oramai rinunciato a partire. La jungle piú piccola é piu vicina al centro della citta, nel bosco. Lí si trovano soprattutto i palestinesi, e il loro modo di vivere ricorda quello di tanti altri profughi incontrati a Patrasso o a Calais. Poche tende di cellofan, qualche fornello malconcio, un paio di sedie e loro ad aspettare che il buio arrivi.
Uno dei ragazzi ci mostra i polpacci tumefatti dai colpi di manganello:

"É stato un poliziotto greco, mentre camminavo per strada. Senza nessun motivo ha iniziato a prendermi a botte. Certo che puoi filmare, che almeno qualcuno sappia come ci trattano in questo paese".

La jungle dove vive la maggior parte dei profughi che raggiungono Igoumenitsa é invece a Elaiochori, tra le montagne che avvolgono il bellissimo golfo in cui é nata, non molto tempo fa, questa piccola citta portuale.
Raggiungiamo entrambe le jungle l’11 marzo, nel pomeriggio, grazie all’aiuto del Solidarity group locale: una trentina di persone, soprattutto giovani studenti, che da poco piu di un mese ha iniziato ad organizzarsi per dare sostegno a questi migranti intrappolati alla frontiera greca.
Siamo fortunate perché siamo arrivate proprio nel giorno in cui, ogni settimana, questo gruppo raggiunge le jungles. Ci hanno portato prima in una piccolo stanza dentro l’università, dove per giorni viene raccolto tutto cio che puo essere utile. Ogni settimana si aspetta sia abbastanza, e poi si va: borse piene di coperte e vestiti, scatoloni stracolmi di cibo, bottiglie d’olio, medicine. Si, perché nel gruppo c’é anche una dottoressa che segue la carovana con la sua macchina. Quando si arriva a Elaiochori, davanti al piccolo cimitero ai piedi di una piccola altura, lei tira giu dall’auto due sedie, un piccolo tavolo e li, in mezzo alla strada, improvvisa il suo ambulatorio. Due passanti greche stanno camminando dalla parte opposta e guardano la scena con sospetto. Fuggono quando proviamo a fare loro delle domande per sapere come si viva accanto a una jungle.
Qualcuno dei ragazzi che sono con noi, nel frattempo, é andato a chiamare i migranti, e dopo pochi secondi eccoli arrivare: decine di uomini e ragazzini, anche adolescenti di 14 o 15 anni. Moltissimi i sudanesi, e i somali. Da quando l’Italia ha iniziato i respingimenti in mare, raggiungere la Libia é diventato troppo pericoloso, e cosí molti profughi africani scelgono la via del Golfo di Aden, lo Yemen, poi la Turchia e la Grecia. Quasi tutti i sudanesi vengono dal Darfur, e raccontano storie di guerra e persecuzione. Del resto, si sa che questa é la rotta dei profughi. Soprattutto per coloro che avrebbero diritto all’asilo politico, e anzi quasi soltanto per loro, l’Europa appare davvero una fortezza. Chi puo andare all’ambasciata o permettersi un visto e un aereo si ritrova piu raramente in queste condizioni.
La Guerra europea contro l’immigrazione clandestina, in realta, é la Guerra contro i richiedenti asilo di tutto il mondo.
Ma c’e qualcos’altro che accomuna tutte le persone che incontriamo nelle jungle e, mentre sono in fila per farsi curare dalla dottoressa o per ricevere una coperta o un pacco di pasta da cucinare tra gli alberi, non fanno nessuna fatica a raccontarcelo: tutte, almeno una volta, hanno gia provato a raggiungere l’Italia, e sono tornate indietro. Perché abbiano tentato questo tragitto invece di chiedere asilo nella Repubblica ellenica é facile capirlo: basta guardare le statistiche. La Grecia accoglie meno dello 0,03% delle richieste di protezione internazionale. Molti richiedenti, inoltre, sono illegalmente deportati in Turchia mentre la loro procedura é ancora in corso e, come se non bastasse, in Grecia la detenzione amministrativa é estesa a tutti i migranti, anche se si tratta di bambini, ed è esercitata all’interno di centri le cui invivibili condizioni sono state denunciate dalle piú famose Ong e associazioni che si occupano di diritti umani.

Il nuovo governo eletto nel 2009 aveva promesso di cambiare la situazione dei rifugiati e dei migranti in generale ma, di fatto, ha solo redatto una legge molto restrittiva sulla cittadinanza greca senza minimamente intervenire sulle prassi che violano costantemente le convenzioni e le direttive comunitarie sull’asilo e sui diritti umani. Va detto, peró, che la Grecia non puó essere considerata la sola responsabile della terribile condizione in cui versano i profughi che si trovano sul suo territorio.
Da una parte c’e la Convenzione di Dublino, che delega al primo paese raggiunto dai richiedenti asilo la responsabilità rispetto alla loro richiesta di protezione e, dall’altra, c’e l’Italia che non esita a rimandare indietro la maggior parte delle persone che fuggono dalla Grecia e raggiungono i suoi porti perché non hanno altra speranza di vivere degnamente.
Niente é cambiato da quando, un anno fa, denunciavamo la stessa cosa: dai porti dell’Adriatico, ogni giorno, decine di potenziali richiedenti asilo, anche se minorenni, vengono respinti in Grecia se intercettati dalla polizia di frontiera italiana nascosti dentro o sotto i tir.

Per comprendere su quail basi legali ció avviene, e cosa accade a chi subisce questo trattamento, siamo andati a intervistare la polizia portuale di Igoumenitsa che, sempre grazie alla mediazione del Solidarity group, ci ha ricevute nel suo ufficio il 12 marzo, a mezzogiorno.
A interloquire con noi è quindi il vicecapo della Polizia portuale Varelas Anastasios.
Ció che vogliamo sapere é semplice, e glielo chiediamo senza mediazioni, tanto piú che una donna poliziotto parla l’italiano e puó tradurre direttamente le nostre domande:

D: Vi capita che in questo porto tornino indietro navi dall’Italia con a bordo dei migranti respinti dalla polizia di frontier dei porti dell’Adriatico?

Entrambi ridono per l’ovvieta della risposta che stanno per darci.

R: Certamente, tutti I giorni!

D: Anche minori?

R: Anche bambini! Anche di un anno se sono con loro madre!

D: E anche se sono bambini da soli?

R: Ma si…

D: E su che base legale avviene tutto questo?

A questo punto il Sig. Varelas tira fuori un faldone che contiene anche il famoso accordo bilaterale Italia-Grecia del 1999 secondo il quale é possibile effettuare “respingimenti senza formalita” di migranti transitati da uno dei due paesi e arrivati nell’altro. É lui stesso a dirci che gli accordi di Schengen sono gerarchicamente superiori al documento che ci stà leggendo, ma siamo noi ad aggiungere che questo non rispetta neppure il dettato di moltissimi altri testi internazionali e comunitari.

Certo che c’e una contraddizione.
Ad esempio l’Italia non sa neppure se quelli che fa sono riammissioni o respingimenti. Loro scrivono “riammissione” per cercare di rispettare Schengen, ma in realta sono respingimenti. Peró questa rimane una frontiera interna Schengen, e quindi la polizia normale non ci lavora piú e tocca a noi fare i controlli, che possono essere solo controlli a campione.

Mentre scriviamo quello che ci é appena stato detto, uno dei membri del Solidarity group che é con noi approfitta per chiedere al vicecapo informazioni circa un attacco avvenuto in montagna ai danni di un rifugiato aggredito da alcuni poliziotti con i cani.
Quando torniamo a insistere sui respingimenti dall’Italia, la polziotta interprete, dopo essersi consultata, esce un attimo dalla stanza e poi ritorna con un documento in mano. Si tratta di una fotocopia e non di un’originale, e sia lei che il suo capo sembrano alquanto infastiditi.

Il piú grave problema per noi é che nessuno ci dice ufficialmente come e da dove queste persone sono venute in Italia e poi ritornano in Grecia. Quasi ogni giorno i capitani delle navi ci chiamano e ci dicono: tra due ore arriveremo e avremo con noi 15/30/40 “clandestini”, ma manca sempre un’informazione ufficiale. Vedete? Neppure un documento originale! Solo questo foglio che mettono in mano al comandante della nave perche lo dia a noi!

“Questo foglio” é un verbale della polizia di frontiera di Brindisi redatto il giorno prima della nostra visita, l’11 marzo, alle ore 11 della mattina, da un ufficiale e da un agente di P.G. di cui non riportiamo i nomi che pure abbiamo. Si tratta della “riammissione” di Jaled Ali e di Ahmed Mohomed, la cui data di nascita registrata é il 1992. 17 anni.

Le età le scrivono a caso. Non sempre la polizia italiana dice quando sono minorenni. Gli italiani prendono un bambino e scrivono un’eta. Anche gli italiani non sanno i veri dati delle persone che ci rimandano.

Ce lo sta dicendo ancora il Sig. Varelas, e non é difficile credergli se si legge il resto del verbale: “redatto con l’ausilio di NESSUNO in quanto lo stesso (Jaled Ali e di Ahmed Mohomed) si é dichiarato conoscitore della lingua italiana”.
L’assurdita del modo in cui queste persone vengono ricondotte fino a loro sembra, agli occhi di questi poliziotti greci, poter giustificare quello che stanno per raccontarci.

Quando queste persone ci vengono consegnate dal comandante, se hanno documenti falsi si fa un processo, altrimenti… li teniamo tre giorni, ma in realtà non sono tre giorni, sono di piu. Settimane… molti giorni. Dove li teniamo? Non é un carcere… é… letteralmente dal greco, “il posto dove li teniamo”.

D: Anche i minorenni?

R: Si, certo. Anche le mamme coi bambini, per non separarli, ovviamente. Anche i minorenni da soli. Loro sono tantissimi e noi non sappiamo dove metterli, non abbiamo soldi, risorse, niente, e allora li mettiamo li, “nel posto dove li teniamo”.

“Il posto dove li teniamo”, anche detto “il chiosco”, é un edificio molto piccolo all’interno del porto, visibile anche dalla strada, dietro il filo spinato e le sbarre.
Qualche settimana fa uno dei membri del Solidarity group di Igoumenitsa é riuscito a entrarci con un prete. Ci ha trovato decine di persone ammassate in pochi metri quadri, molti bambini. Esiste un video di questo posto.

Ci viene poi comunicato che, dopo queste settimane di detenzione senza statuto giuridico alcuno, la polizia di Stato dovrebbe occuparsi di loro ed espellerli, ma lo fa solo quando puó, e alla fine vengono rilasciati sul territorio. Quando chiediamo come potrebbe fare qualcuno di questi respinti dall’Italia a chiedere asilo politico, ci viene detto che la polizia portuale non puo rispondere a “domande politiche” (!), ma che, comunque, questi immigrati, se vogliono, “possono chiedere asilo anche in Italia”. Peccato che l’Italia dica la stessa cosa rispetto alla Grecia e che, alla fine, la maggior parte di questi profughi non trovi alcun luogo dove qualcuno, semplicemente, si fermi ad ascoltarli. Questo poliziotto inoltre, sembra non avere la piú pallida idea di cosa sia la Convenzione di Dublino.
A questo punto chiediamo ancora di poter vedere dei dati relativi ai respingimenti dall’Italia e finalmente ci viene consegnato un grafico: i respinti dai porti dell’Adriatico, nel 2009, sono stati piú di 3000. Manca l’indicazione esatta dei numeri di respingimenti effettuati dai diversi porti di Venezia, Ancona, Bari e Brindisi, ma, quando insistiamo, salta fuori un altro documento, anche questo molto importante. A quanto pare bisogna proprio tornare in Grecia per scoprire cosa succede in Italia.
Si tratta, infatti, di una parte del registro della polizia portuale di Igoumenitsa in cui c’e scritto che, il 5 marzo scorso, 30 persone, tutte insieme, sono state respinte dal porto di Venezia. Erano nascoste in un camion. La nave, l’Europa Pallas della Minoan Lines, era partita dal porto di Igoumenitsa il 4 marzo, era arrivata a Venezia il 5 ed il 6 mattina era ritornata indietro a Igoumenitsa con il suo carico di vite umane: pakistani, iracheni, palestinesi, afgani, somali, siriani ed eritrei.
Stavolta manca qualunque documento redatto dall’Italia, neppure una fotocopia di un verbale simile a quello scritto per i due minori palestinesi a Brindisi. Puó darsi, allora, che la polizia di frontiera del porto di Venezia non ne sapesse nulla e che abbia fatto tutto il comandante? Quando lo chiediamo il signor Varelas ride ancora:

Certo che la polizia di frontiera del porto di Venezia era a conoscenza della presenza di queste persone: ha trattenuto il conducente del mezzo! Il capitano avvisa sempre la polizia di frontiera italiana, anche se a trovare le persone nascoste nei tir sono i membri dell’equipaggio.

La polizia di frontiera del porto di Venezia, quindi, sapeva di stare rimandando indietro, in violazione di molte direttive comunitarie e convenzioni internazionali, decine di potenziali richiedenti asilo, verso un paese nei confronti del quale l’Alto Commissariato delle Nazioni Unire per i Rifugiati ha chiesto persino di sospendere i trasferimenti legali fatti in nome della Convenzione di Dublino. Di alcuni di questi uomini abbiamo raccolto la storia quando siamo andate nelle Jungles. Nessuno ha chiesto loro nulla. Nessun interprete, nessuna possibilità di spiegare la propria situazione, di chiedere asilo politico. É lo stesso racconto che si ripete per tutti i respinti dai porti italiani.
E adesso sono di nuovo nell’inferno Greco, ad aspettare che, una volta a settimana, le uniche persone che stanno cercando di aiutarli portino loro qualcosa qualche coperta e del cibo per sopravvivere.

Sembra che, nel 2009 il numereo di bambini non respinti dalla polizia di frontiera del porto di Venezia sia aumentato, ma a fronte delle circa 180 persone messe nelle condizioni di raggiungere i servizi sociali, ce ne sono state centinaia di altre respinte nel silenzio e rimandate nella Repubblica ellenica a subire trattamenti inumani e degradanti, internamenti arbitrari, deportazioni e costanti violazioni del diritto d’asilo.
La polizia di Igoumenitsa non ha nessun problema a raccontarlo. E quella italiana?

Alessandra Sciurba, Melting Pot Europa.
Da un’inchiesta di Alessandra Sciurba e Anna Milani

[ domenica 14 marzo 2010 ]

Bookmark and Share