Con il pacchetto sicurezza è sempre più difficile avere un tetto

Il diritto alla casa ai tempi del “pacchetto sicurezza”

Intervista a Katia della Rete diritti in casa, pubblicata sul numero di dicembre 2009 della rivista "Dormire Fuori".

15 / 12 / 2009

Che cos’è la Rete Diritti in casa?

Siamo un gruppo di persone che porta avanti da anni la lotta per il diritto alla casa a Parma. Abbiamo sviluppato nel tempo azioni di denuncia e controinformazione sulle politiche abitative, attuato azioni e picchetti antisfratto e attivato uno sportello gratuito di consulenza, informazione e mutuo aiuto sulle problematiche legate alla casa, aperto tutti i martedì dalle ore 19 alle 21 presso la Casa Cantoniera in via Mantova 24.

Quali problematiche affrontate più frequentemente all’interno dello sportello?

Sono tantissimi i casi di famiglie sotto sfratto, sia italiane che migranti, che non hanno avuto alcuna prospettiva di assistenza dai servizi preposti. Ultimamente è cresciuto il numero di migranti che viene a chiedere informazioni su cosa sia cambiato con l’entrata in vigore del pacchetto sicurezza, rispetto alle richieste di ricongiungimento familiare, domande di residenza e di rinnovo dei permessi di soggiorno, sempre più legati alla condizione abitativa.

La domanda è d’obbligo: cosa è cambiato?

Ad esempio, il testo del nuovo art. 29 comma 3 del T.U., modificato dalla legge 94/2009, recita: “lo straniero che richiede il ricongiungimento deve dimostrare la disponibilità di un alloggio conforme ai requisiti igienico-sanitari, nonché di idoneità abitativa, accertati dai competenti uffici comunali”. In concreto, se gli uffici comunali dovessero verificare questi parametri per concedere l’agibilità dell’alloggio, potrebbero essere necessarie una serie di certificazioni relative all’impiantistica del sistema di riscaldamento, dell’impianto elettrico, etc. Ciò comporterebbe ulteriori ostacoli alle possibilità di esercitare il diritto all’unità familiare. Gran parte del patrimonio immobiliare italiano è sprovvisto del certificato di agibilità, infatti si tratta di case costruite quando ancora non esistevano dei vincoli urbanistici che imponevano una serie di standard.
Questo non significa automaticamente che si tratti di abitazioni inabitabili, pensiamo ad esempio che, fra le case prive del certificato di agibilità, ci sono molte abitazioni considerate particolarmente appetibili nei centri storici delle città. Siamo di fronte ad una situazione paradossale: è esclusivamente il proprietario dell’alloggio a poter accedere al rilascio di tale documentazione ed in ogni caso non vi è alcun obbligo di adeguare l’alloggio alla normativa vigente, adeguamento che deve essere eseguito solamente in caso di ristrutturazione.

Questi criteri valgono anche per le istanze di iscrizione o di variazione della residenza anagrafica: nel caso in cui l'immobile venga giudicato inidoneo non si potrà ottenere o mantenere la residenza, con una serie di implicazioni: impossibilità di accedere alle prestazioni di sostegno al reddito, di partecipare alle graduatorie per l’assegnazione degli alloggi, di accedere agli asili nido o all’assistenza sanitaria. A ciò si aggiunga la cancellazione anagrafica per il migrante titolare di permesso scaduto da più di sei mesi.

Cosa accade a chi perde la casa a seguito di uno sfratto e a chi diventa clandestino?

Con l’introduzione del reato di clandestinità e con la reclusione fino a tre anni per chi cede in locazione un immobile a uno straniero privo del permesso di soggiorno, appare evidente che il destino sono il Cie, il carcere o la strada. Chi finisce “solo” in strada subirà una schedatura e l’iscrizione nel registro nazionale dei clochard, e in un Comune come Parma, grazie ad un’ordinanza comunale, rischierà di vedersi affibbiare multe fino a 500 euro.

Mariangela Di Fabio

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Rivista "Dormire Fuori", numero di dicembre 2009