Il consumo prima di tutto: quando la “ripartenza” economica schiaccia il diritto a manifestare

La ministra Luciana Lamorgese ha diramato una circolare indirizzata a tutti i Prefetti recante “Indicazioni sullo svolgimento di manifestazioni di protesta contro le misure sanitarie in atto”

11 / 11 / 2021

Dopo l’annuncio effettuato durante la XXXVII Assemblea nazionale dell’Associazione Nazionale Comune Italiani (ANCI) la ministra Luciana Lamorgese in tarda serata di ieri sera, 10 novembre 2021, ha diramato una circolare indirizzata a tutti i Prefetti recante “Indicazioni sullo svolgimento di manifestazioni di protesta contro le misure sanitarie in atto”.

Più che un atto normativo di carattere dispositivo, il testo si atteggia come una lettera paternalista indirizzata a preposti dell’ordine “esasperati” e redatta per la “necessità ed urgenza” di arginare le manifestazioni contro il Green Pass. In realtà assistiamo alla volontà di utilizzare i nuovi e vecchi strumenti ampiamente sperimentati nella gestione emergenziale della pandemia - atti, decreti, circolari amministrative e altri addomesticatori normativi – per colpire l’espressione pubblica e politica del dissenso nelle sue forme generali.

La circolare principia con una premessa che ne delinea il contesto: si moltiplicano infatti sempre più i cortei sull’intero territorio nazionale contro l’introduzione del Green Pass. Manifestazioni le quali, per quanto vengano riconosciute dal Viminale come espressione del libero dissenso, stanno determinando, a tenore della circolare, “elevate criticità sul piano dell’ordine e della sicurezza pubblica, nonché sul libero esercizio di altri diritti, pure garantiti, quali, in particolare quelli attinenti allo svolgimento delle attività lavorative e alla mobilità dei cittadini, con effetti, peraltro, particolarmente negativi nell’attuale fase di graduale ripresa delle attività sociali ed economiche”.

Scopo principale della circolare, dunque, è dichiaratamente quello di garantire la curva di un’economia in ascesa, compromessa – a quanto pare - da assembramenti disordinati, impeditivi di un ‘libero esercizio economico’. Questione di priorità, insomma, dato che “il potenziale pericolo di incremento dei contagi e dunque per la salute dei cittadini” compare in subordine, a completamento di motivazioni che parlano, invece, appieno, in direzione della pancia del Paese che, secondo la narrazione ministeriale, vorrebbe trafficare tra le strade delle città con buste e pacchi da shopping in negozi di commercianti soddisfatti, piuttosto che imbattersi in roboanti quanto inutili calche di manifestanti.

Come un cameo memore di tempi – fortunatamente - andati, compare sin da subito, senza nemmeno voler simulare un motu proprio, il riferimento alla direttiva per le manifestazioni nei centri urbani e nelle aree sensibili del 23 gennaio 2009.

Anche l’ei fu Ministro degli Interni Roberto Maroni aveva il medesimo scopo: delimitare un diritto ‘costituzionalmente garantito’ (specifica che sottolineano più volte in maniera vigliacca) per tutelarne altri pescati e gettati in campo, affinché durante l’operazione di “equilibrato contemperamento dei vari diritti ed interessi in gioco” il diritto di manifestazione appaia smunto e macilento.

Assistiamo così, di nuovo, ma oltre dieci anni dopo, al sacrificio di uno stesso diritto su un altare, invece, piuttosto diverso: laddove prima si innalzava la sicurezza urbana o il decoro (cfr. Minniti), oggi si erge l’economia nazionale o – sempre in subordine per via di priorità sconnesse – la salute pubblica. E questo rappresenta un precedente estremamente pericoloso e, allo stesso tempo, inaccettabile perché sancisce giuridicamente il primato dell’interesse economico e mercantile di fonte a un diritto che – seppure in forme alterne e controverse – rappresenta uno dei fondamenti della democrazia formale.

La Ministra Lamorgese tuttavia non ha voluto disporre un piano già confezionato per quanto (un po’ improbabile) nell’annuncio abbia specificato l’operatività della circolare sin da subito. Nelle direttive si ricorda ai Prefetti che secondo la normativa del 25 marzo 2020 n.19 resta tutt’ora in vigore, almeno fino al perdurare dello stato d’emergenza, il loro compito di assicurare l’esecuzione di misure di contenimento del rischio di diffusione del Covid-19 e che, ad oggi, si rende necessario integrare quel quadro con ulteriori disposizioni calibrate al contesto attuale.

Quale protagonista indiscusso viene designato nuovamente il “Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica” avente il ruolo nevralgico di coordinazione tra le autorità di Prefetto, Questore e Sindaci.

I Prefetti, dal canto proprio, dovranno individuare "specifiche aree urbane sensibili, di particolare interesse per l'ordinato svolgimento della vita della comunità, che potranno essere oggetto di temporanea interdizione allo svolgimento di manifestazioni pubbliche per la durata dello stato di emergenza, in ragione dell'attuale situazione pandemica".

Sulla base di tali determinazioni, interverranno poi i Questori che, fermo rimanente quanto disposto dal TULPS, potranno modulare – per le aree diverse dalle sensibili - l’esercizio di determinate manifestazioni che potranno tenersi esclusivamente nel rispetto di specifiche modalità di carattere restrittivo. Pertanto, potrà essere disposto lo svolgimento in forma statica in luogo di quella dinamica oppure “la regolamentazione di percorsi idonei a preservare aree urbane considerate nevralgiche”.

La chiosa della circolare condisce il testo di una aspettativa sin dal principio temuta: della serie, “colpirne uno per educarne cento”.

Come già detto sopra, tali indicazioni, nonostante scaturiscano dall’evoluzione del fenomeno correlato alla protesta per le misure emergenziali dettate dal COVID-19, per la loro valenza generale, troveranno applicazione per manifestazioni pubbliche attinenti ad ogni qualsivoglia ed altra tematica.

Quanto prescritto dovrebbe dunque comportare lo svolgimento delle manifestazioni in “luoghi ameni”, fuori da circuiti urbani e, in quanto tali, nevralgici per intersecare le proprie rivendicazioni, magari in forma statica, impedendo qualsivoglia forma di contaminazione con le vie delle proprie città. Il diritto di manifestazione verrebbe di fatto svuotato da ogni significato e legato in vincoli oppressivi a cui non si esclude che potrebbe seguitare, in caso della loro violazione, la contestazione del reato ex art. 650 c.p. Ed è su questo che si apre una battaglia di agibilità politica che attraversa l’intero corpo dei movimenti sociali che - è sempre bene ricordarlo – hanno proprio nel famoso motto brechtiano “quando l'ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere” la loro essenza.

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