La situazione attuale nelle carceri rappresenti nella sua sostanza una “esondazione del penale dagli argini"

Il carcere come detenzione sociale

Alla situazione interna alle carceri si accompagna nei territori una pervasiva azione di controllo, nei luoghi di vita e di lavoro, con l'esplicita intenzione di contrastare le scelte di vita delle persone, aggiungendo al loro stato di precarietà tutto l’odioso carico di sanzioni anche amministrative che tali controlli comportano.

23 / 6 / 2010

Di Alessandro Metz

Contributo per l'adesione alla Campagna di Antigone, A Buon Diritto e Carta

La situazione da tempo nelle carceri italiane non è sostenibile: il numero di morti è certamente l’indicatore più crudele quanto efficace per testimoniare la necessità di avviare una campagna, una mobilitazione per mettere al centro dell’agenda politica questo tema.

In questa direzione sicuramente l’appello promosso da Antigone, A buon diritto e Carta rappresenta una importante iniziativa, cui evidentemente aderiamo, con tutto il nostro portato di passione, per sostenere ogni iniziativa per liberare dal carcere, dalle condizioni attuali di detenzione i detenuti lì presenti.

Come operatori dei servizi sociali e sanitari in occasione della Conferenza nazionale di Trieste del 2009 abbiamo promosso alcune giornate di confronto sul tema delle sostanze nell’ambito dell’”Altra Trieste”; a febbraio di quest’anno in occasione delle giornate mondiali sulla salute mentale abbiamo in un work shop specifico affrontato il tema del carcere e del controllo sociale costruendo un documento definito “Carta di Trieste”.

Ciò che è da subito emerso nel dibattito è come la situazione attuale nelle carceri rappresenti nella sua sostanza una “esondazione del penale dagli argini”: infatti, il penale vero e proprio riguarda solo 1/3 dei detenuti, mentre per i restanti 2/3 la detenzione assume i connotati di “detenzione sociale”, derivante dall’applicazione della Legge Bossi-Fini sull’immigrazione, la Legge Fini-Giovanardi sulle sostanze, l’ex-Cirielli sulle recidive.

Dal 13 gennaio si aggiunge il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che sul tema carceri sancisce lo stato di emergenza, conferendo poteri illimitati a Franco Ionta, responsabile del DAP, per la costruzione di nuove carceri con 20.000 nuovi posti; al ritmo attuale di nuovi ingressi in carcere sappiamo che anche il piano straordinario di edilizia penitenziaria non è in grado di risolvere in alcun modo la situazione.

A tale situazione interna alle carceri si accompagna nei territori una pervasiva azione di controllo, nei luoghi di vita e di lavoro, sottoponendo ai test su alcol e sostanze giovani e lavoratori in particolare dei trasporti: tutto ciò spesso non in connessione con la verifica della capacità di guida, ma con esplicita intenzione di contrastare le scelte di vita delle persone, aggiungendo al loro stato di precarietà tutto l’odioso carico di sanzioni anche amministrative che tali controlli comportano.

Ecco allora che si rende necessario avviare una battaglia politica per modificare radicalmente questa impostazione: se è evidente che un passaggio importante è promuovere nella maniera più ampia possibile il ricorso alle misure alternative al carcere, resta che oggi in Italia il problema è risolvibile strutturalmente solo se si promuove una politica che dal penale viri verso il sociale, l’inclusione.

Con la Carta di Trieste affermavamo come fosse necessario ed urgente opporsi alle leggi sull’immigrazione e le sostanze che portano con sé tutto il carico di normalizzazione, medicalizzazione, esclusione, reclusione che fino agli anni 70 del XX secolo erano propri della psichiatria.

A Trieste abbiamo aperto una campagna per avviare un nuovo approccio al carcere, ai sistemi di controllo sociale, alla politica per le dipendenze con al centro un programma fondato sulla depenalizzazione di ogni reato connesso al consumo di sostanze e alla autoproduzione delle stesse.

Solo una politica così fondata è in grado di risolvere la situazione carceraria, ma con essa anche l’insopportabile carico di controllo che nei territori costruisce una maglia repressiva, escludente, soffocante: ecco allora la urgenza di organizzare una giornata nazionale sul carcere con al centro sicuramente le condizioni di detenzione, ma anche la necessità della depenalizzazione dei comportamenti connessi al consumo di sostanze; ma soprattutto dobbiamo promuovere l’organizzazione di una rete permanente capace di monitorare nei territori la situazione interna alle carceri e l’applicazione dei controlli nei luoghi di vita e di lavoro e con il compito di promuovere conoscenza, anche rispetto alle pratiche di autotutela per affermare comunque il proprio diritto alla libertà.

Alessandro Metz

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