Gran Bretagna: pensioni e rabbia

Grande sciopero degli insegnanti inglesi contro le misure di "austerity" del governo Cameron

1 / 7 / 2011

È stato lo sciopero dei lavoratori del pubblico impiego e della scuola più partecipato dagli anni Ottanta quello che si è tenuto il 30 giugno in Inghilterra. Un altro colpo alla credibilità e tenuta del governo Cameron-Clegg, che nei giorni precedenti avevano invitato i lavoratori a non aderire allo sciopero, perché “sbagliato per il bene del paese”. Con rincrescimento, il ministro dell’educazione ha dovuto riconoscere che undicimila scuole statali, quindi più della metà del totale, hanno chiuso i battenti mentre molti altri servizi come gli aeroporti, le biblioteche, gli uffici pubblici e le università hanno ridotto la loro attività.


Indetto per difendere le pensioni pubbliche dai tagli previsti dalla riforma, lo sciopero ha assunto un significato più generale, immediatamente collegabile alle proteste che nell’autunno ed inverno scorsi hanno attraversato il paese: da quelle degli studenti contro l’osceno ed indiscriminato aumento delle tasse universitarie, da 3.000 a 9.000 sterline, e la difesa dell’istruzione come bene comune, a quelle dei cittadini che hanno assediato, in alcuni casi letteralmente preso d’assalto, i luoghi del potere per contestare i tagli della spesa. Così come è evidente la continuità di discorso tra lo sciopero e la manifestazione di ieri e quella del 26 marzo, una delle più partecipate nella storia inglese. In entrambi i casi il messaggio è stato: non saranno i lavoratori a pagare i costi della crisi.


Che la protesta possa montare ulteriormente nei prossimi mesi non stupirebbe. La rabbia e la preoccupazione che i tagli possano avere effetti ancora più gravi di quelli che stanno producendo sono diffuse. I principali soggetti sociali che in questi mesi sono stati colpiti dai tagli, i lavoratori del pubblico e del privato, gli studenti e gli utenti dei servizi pubblici non capiscono perché debbano essere loro a dover pagare i costi di una crisi provocata dalle banche e da un sistema finanziario impazzito. Tanto più che il taglio alle pensioni è solo un capitolo del piano di austerità, che forse è meglio chiamare ristrutturazione dello stato sociale, avviato dalla coalizione conservatori-liberaldemocratici subito dopo le elezioni del 2010.

Le misure decise dal governo non stanno colpendo esclusivamente i ceti più bassi, come accadeva ai tempi della Thatcher e come la variegata, per composizione sociale, manifestazione nazionale del 26 marzo ha messo in evidenza. In tutto il paese si ha notizia della chiusura di decine di organizzazioni non governative, che lavorano sulla ‘linea del fronte’ con i giovani in difficoltà od in aree depresse, dello smantellamento di interi dipartimenti universitari, del ridimensionamento o scomparsa di biblioteche pubbliche, servizi sanitari ed assistenziali. I costi umani e sociali di questi tagli saranno devastanti e non riguarderanno solo le aree depresse del paese. A meno che una nuova primavera non cominci a soffiare anche nella piovosa Inghilterra.

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