Gli schiavi di Gerico

di Paolo Cognini

17 / 9 / 2014

Gerico non è solo il nome di una città della Cisgiordania, nota anche come mitica città della narrazione biblica. Gerico è anche il nome del software che attraverso i suoi algoritmi e calcoli sconosciuti alla maggioranza dei destinatari delle sue “sentenze”, elabora ogni anno i cosiddetti “studi di settore”.


E' diventato luogo comune stupirsi dell'entità della pressione fiscale presente nel nostro Paese. Raramente viene, però, evidenziato che per molte piccole attività economiche la pressione fiscale reale è ben superiore alle percentuali formali. Tale ulteriore aggravio del prelievo fiscale avviene proprio tramite il meccanismo perverso degli studi di settore. Sulla base di una serie di indicatori, spesso arbitrari e standardizzati, Gerico elabora il fatturato presunto di una data attività. Se tale fatturato presunto risulta superiore a quello dichiarato scatta la trappola dell'incongruità che pone l'esercente dell'attività di fronte ad una scelta obbligata: o “adeguamento” o accertamento fiscale. "L'adeguamento" consiste nell'accettare di assumere come base di calcolo delle tasse da pagare non il fatturato reale, bensì quello elaborato da Gerico: ciò significa sostanzialmente pagare le tasse ed ogni altro onere fiscale, compresa l'IVA,  su un introito che non c'è stato.


Ma perchè adeguarsi se effettivamente quel fatturato non è reale? Perchè, come nella più classica delle estorsioni, lo Stato esercita la sua minaccia: se ti adegui e paghi la partita finisce qui, altrimenti procediamo all'accertamento fiscale. L'accertamento fiscale incute paura. Anche se hai fatto di tutto per essere in regola, nei meandri della giungla normativa è sempre possibile trovare un'irregolarità con la quale farti espiare la colpa della tua insubordinazione alla legge di Gerico. In ogni caso l'accertamento fiscale, almeno in prima battuta, ha un esito rituale: le previsioni di Gerico vengono in toto, od in gran parte, confermate. A quel punto non ti resta che pagare o intraprendere un difficoltoso iter giudiziario, dagli esiti incerti perchè già tarato sulle ragioni di Gerico, nel corso del quale le parcelle degli avvocati e gli oneri giudiziari ti dissanguano.


Comunque vada il più delle volte Gerico, esattamente come un oracolo di antica memoria, finisce con l'avere ragione e riesce ad espropriarti di qualcosa. Un qualcosa che non è riducibile alle somme sproporzionate con le quali spesso e volentieri vengono affossate attività economiche che altrimenti potrebbero sopravvivere, ma che comprende anche la dignità, che è la prima ricchezza che perdi quando ti senti ostaggio privo di diritti, quando l'impotenza sembra non avere altra soluzione se non la sottomissione.


Ma a differenza degli oracoli, Gerico non è neutrale, non si limita ad osservare ed interpretare la realtà, presente o futura, ma la condiziona, la determina. Alla base della piramide fiscale, di cui Gerico è un asse portante, viene esercitata una pressione insostenibile che magicamente diventa sempre più rarefatta mano a mano che si sale. Un esempio banale: se Gerico valuta una pratica o una transazione 1000 euro e tu, invece, per necessità o per scelta, l'hai fatta pagare 600 euro, diventi automaticamente “incongruo”, e quindi potenziale evasore, per l'importo di 400 euro, nonostante tu non abbia intascato niente in nero ed abbia già il problema di aver ricavato da quella pratica un importo inferiore al valore di mercato; ma se quella stessa pratica l'hai fatta pagare 3000 euro e ne hai dichiarati solo 1000, per Gerico sei in regola nonostante ti sia intascato 2000 euro. Si tratta, ovviamente, di una semplificazione che però aiuta a comprendere come a maggiori livelli di organizzazione imprenditoriale, implementati dai professionisti dei bilanci e dell'organizzazione finanziaria, corrisponda di fatto una riduzione in proporzione della pressione e del controllo fiscale.


Lo strangolamento fiscale di tante piccole attività è un dato reale e non un'invenzione degli evasori professionisti. Ci sono attività che chiudono perché chi le esercita, pur avendo lavoro sufficiente per procurarsi un reddito, si rende conto che continuando non ha altra prospettiva se non quella di incrementare irreversibilmente la propria condizione di indebitamento, in primis proprio nei confronti dello Stato (e, ovviamente, delle banche o strozzini vari). In un simile contesto diventano sempre più diffuse forme di lavoro autonomo in nero, micro imprese individuali che scelgono di inabissarsi nella clandestinità o di non uscirne perché se emergessero diverrebbero in poco tempo carne da macello sull'altare del debito.


La battente propaganda sull'evasione fiscale diventa sempre di più un'operazione ideologica che assolve ad una duplice funzione. Da un lato crea un facile, quanto evanescente, capro espiatorio, additabile di volta in volta come una delle cause principali del dissesto economico; dall'altro omologa situazioni profondamente differenti, ottenendo così il risultato di occultare il problema principale del regime fiscale: e, cioè, che si tratta di un regime fiscale di classe, che salvaguarda i grandi patrimoni e gli altrettanto grandi evasori, mentre annienta giorno dopo giorno centinaia di migliaia di piccole attività e, con esse, la vita di migliaia di persone e nuclei familiari. 


Il sistema degli studi di settore, ed in generale i vigenti dispositivi fiscali, finiscono inevitabilmente con il premiare chi può avvalersi dei costosi architetti contabili, dei maghi dei bilanci, degli avvocati tributaristi, mentre getta sul lastrico l'artigiano che lavora dodici ore al giorno e per il quale anche una semplice influenza invernale può avere conseguenze catastrofiche. Dobbiamo rompere la retorica sull'evasione fiscale ed entrare, invece, nel merito di essa perché all'interno di un regime fiscale di classe le condotte non possono essere omogeneizzate dentro un'unica categoria.


Esiste un'evasione di sopravvivenza che assume la configurazione di una pratica sociale legittima perché finalizzata a sottrarre il reddito per l'esistenza propria e dei familiari alla procedure estorsive dello Stato ed all'ipersfruttamento che esse determinano. Procedure estorsive che non hanno esclusivamente una finalità economica e non sono riducibili al mero accaparramento di risorse. Il regime fiscale nel suo modulare controlli, agevolazioni ed oppressioni, condiziona profondamente la configurazione sociale. L'oppressione fiscale che viene esercitata sulle dimensioni economiche di base estromettono progressivamente una sempre più ampia composizione sociale dalla gestione diretta di determinate attività e dalle conoscenze ed “abilità” che esse comprendono. Alla stessa maniera opera l'ipertrofica normativa sulla sicurezza che, con la giustificazione ideologica di prevenire un ipotetico ventaglio di rischi, impone per la realizzazione di molteplici attività misure di prevenzione che si traducono in costi e modelli organizzativi sempre più impraticabili.


Il soffocamento sul nascere attraverso regole ed oneri proibitivi dell'idea stessa di organizzare il reperimento di reddito al di fuori degli schemi contrattuali del lavoro subordinato e parasubordinato, è funzionale agli assetti economici dominanti e si traduce in una rete di controllo e contenimento che investe direttamente anche gli stessi processi auto-organizzativi.  Regime fiscale e normative ostruzionistiche costituiscono un viatico strutturato e permanente di espropriazione e marginalizzazione, attraverso il quale si produce precariato sociale.


Un precariato sociale che ha caratteristiche specifiche e per il quale la precarietà non è data tanto dalla discontinuità lavorativa, ma dalla metodica espropriazione delle risorse primarie prodotte attraverso un lavoro ad alta intensità e privo di garanzie. Per le piccole attività che si trovano alla base della piramide l'imposizione fiscale ha rotto ogni ancoraggio al paradigma democratico-liberale ed è tornata ad essere l'equivalente dell'odiosa ed arbitraria “gabella” sui generi di prima necessità, che qualche secolo or sono produceva povertà, denutrizione e, quindi, inevitabilmente rivolte.


La dimensione arbitraria di tale imposizione risulta particolarmente evidente se si considera che in questi anni nonostante l'entità della crisi economica ed il suo impatto devastante sulle micro attività, l'impianto degli studi di settore è rimasto sostanzialmente lo stesso, con l'introduzione solo di recente di qualche correttivo che risulta comunque marginale ed insufficiente in relazione alla condizione effettiva delle piccole realtà economiche. Per il precariato sociale che vive una simile condizione non è prevista alcuna garanzia in caso di chiusura dell'attività: l'unica cosa certa è che il più delle volte dalla cessazione dell'attività erediti una montagna di debiti grazie alla quale diventi un precario braccato dagli esattori e dalle società di recupero crediti.


In un contesto di questo tipo, segnato da condizioni materiali sempre più drammatiche, l' “anti-evasionismo” di maniera, che non fa distinzioni tra grandi patrimoni ed economie di sopravvivenza, tra grandi imprese e micro attività individuali, diventa sempre di più mera complicità con un sistema oppressivo e di forte precarizzazione sociale.


Al contrario diventa sempre più urgente assumere il tema del regime fiscale, con il suo dimensionamento di classe, le sue gabelle e l'assenza di qualsivoglia dinamica di redistribuzione verso il basso, all'interno del nostro dibattito e delle nostre prospettive di azione.


Oltre alle gravi condizioni materiali che si trova a vivere, la composizione sociale oggi sottoposta alla “fiscalizzazione” della sua stessa vita, continua ad essere collocata in categorie e visioni anacronistiche, all'interno delle quali questo importante e diffuso aggregato di precarietà sociale viene marginalizzato, se non estromesso, dalla quotidiana costruzione del nostro agire e della nostra progettualità.


Condizioni materiali, culturali e politiche rischiano sempre di più di trasformare tale composizione sociale in una sorta di “sotto-precariato” all'interno del quale ha facile agibilità il Grillo di turno, il leghista di Roma Ladrona, o quello che promette meno tasse attraverso la rinuncia alle garanzie sociali e la chiusura delle frontiere.


Su questo terreno dobbiamo riuscire a produrre un passaggio, un cambio di visione che per noi significa immediatamente una modifica dell'agire. Gli scioperi sociali che vorremmo sempre più frequenti, diffusi ed incisivi, necessitano dell'apporto attivo di questo “pezzo” di precariato, diffuso come tanti rivoli all'interno di ogni dinamica di produzione, riproduzione, comunicazione, commercializzazione.


Ci sono tutte le condizioni per articolare proposte e percorsi che parlando il linguaggio semplice della libertà contro ogni forma di oppressione, compresa quella mascherata da tributo fiscale, oggi possono arrivare più lontano di quanto si creda perché è sempre più diffusa la consapevolezza che al di là delle formule matematiche, dei postulati macroeconomici, e delle complicate teorie economiche, l'uscita dalla crisi sarà possibile solo attraverso un processo che si fonda sulla libertà e sulla ricostruzione dei legami sociali.   


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