Gli schiavi della logistica - Artoni, la politica e il sistema marcio delle cooperative

Dopo sessantatre giorni di presidio la polizia sgombera il presidio di via Inghilterra. Quarantuno facchini intanto hanno perso il lavoro

26 / 2 / 2014

Sono arrivati all’alba, in tanti, bloccando le strade di accesso all’arrivo dei giornalisti giunti sul posto per documentare l’operazione. Così, Polizia e Carabinieri hanno raggiunto il presidio di via Inghilterra, a Padova, per aprire un varco nei cancelli e far uscire gli ultimi camion carichi di merce dalla sede. L’ordine è arrivato dalla Prefettura, la richiesta invece è invece partita da Artoni, ansiosa di svuotare i suoi magazzini e trasferire il lavoro negli altri nodi strategici di Treviso e Vicenza dopo un estenuante braccio di ferro durato due mesi. il parapiglia, con cariche e spintoni, è durato quasi un’ora. Stesi sul selciato sono rimasti due lavoratori che insieme ai colleghi hanno tentato di bloccare l’uscita dei containers. Ma il bilancio, se possibile, è ancor più pesante. Perché questa vicenda non è isolata. Anzi, si tratta di un nuovo capitolo di una storia, quella delll’inferno della logistica, dove lo sfruttamento dei lavoratori diventa immediatamente occasione per fare profitti sporchi. Uno scenario in cui non c’è spazio per chi non accetta di far calpestare i suoi diritti.

L’inferno della logistica è un mondo pieno di zone grigie e ombre inquetanti

Quando il tema sono il facchinaggio e la movimentiazione di merci si entra un mondo pieno di zone grigie e ombre inquetanti. In questo groviglio di cooperative ed appalti gli interessi dei grandi gruppi si intrecciano pericolosamente alla politica ed al malaffare. L’ultima puntata di questa saga è andata in onda solo qualche giorno fa, quando a finire sotto indagine è stato T. G., un grande sostenitore di Comunione e Liberazione, proprietario della catena Acqua e Sapone, accusato di aver emesso fatture false per circa duecentomila euro. L’intestatario, manco a dirlo, era proprio la società che gestiva i suoi magazzini che, a sua volta, affidava il lavoro sporco ad un consorzio di cooperative. Eppure ogni volta che una protesta dei lavoratori denuncia i loschi movimenti di denaro che girano intorno a questa grande truffa, viene liquidata, zittita, messa ai margini, salvo poi scoprire, con cadenza ormai regolare, che l’illuminato imprenditore di turno, in realtà, non è altro che l’ennesimo faccendiere di questa grande "cricca".

Artoni, una storia come le altre

Ma l’evasione, la riduzione dei costi, le gare d’appalto al ribasso, non sarebbero possibili senza lo sfruttamento dei facchini. Ed in questo mondo pieno di ombre la vicenda dei lavoratori dell’Artoni di Padova non è che l’ultima di una lunga serie. Il gioco è sempre lo stesso: spremere i lavoratori fino all’ultima goccia e usare stratagemmi per ridurre al minimo i costi. Poi, quando diventano scomodi, ci si libera di loro grazie alla disdetta degli appalti, per assumere nuova forza lavoro disponibile ad accettare condizioni contrattuali indegne. Con l’esternalizzazione del lavoro, così, i grandi committenti esternalizzano anche le responsabilità.

Quello degli appalti è un sistema di capolarato legalizzato

Si tratta di un vero e proprio caporalato legalizzato con cui le aziende celano rapporto di lavoro subordinato affidandoli ad intermediari di manodopera. In centinaia, migliaia di casi, le cooperative svaniscono al cambio d’appalto portandosi con loro tutte le spettanze maturate dai dipendenti, TFR compreso, per poi ricomparire sotto mentite spoglie e riazzerare così i diritti dei lavoratori.
I facchini dell’Artoni, come altri, non hanno però mollato. Hanno tenuto duro per due lunghi mesi davanti ai cancelli, portando avanti un’estenuante vertenza. Notti fredde scaldate solo dalla solidarietà dei colleghi e dalla tenacia dell’ Associazione per i Diritti dei Lavoratori, che li ha accompagnati passo dopo passo in questa battaglia.
Ora più che sconfortati sembrano arrabbiati. Non si danno per vinti. Non accettano che per qualcuno la loro vita valga meno dei pacchi che per anni hanno fatto circolare in quei magazzini. Già sabato Primo Marzo saranno in piazza per un corteo che dalla stazione li porterà proprio fin sotto le finestre della Prefettura. Dopo le cariche della Polizia, infatti, si sono messi ancora una volta in cerchio ed hanno iniziato a discutere il da farsi, così come hanno fatto in questi mesi tutte le sere, seduti intorno al fuoco di un bidone. Molti di loro vengono da lontano. Alcuni sono italiani ma la maggior parte sono arrivati qui dalla Tunisia, dal Marocco e dalla Nigeria. Hanno preso al volo l’occasione di un posto di lavoro, anche se sottopagato, quando il loro permesso di soggiorno li costringeva ad accettare qualsiasi condizione, sempre soggetti al ricatto del rinnovo, a dimostrare in ogni modo, a cadenze regolari, il possesso di un contratto. C’è chi all’interno dei magazzini di via Inghilterra ha trascorso quasi metà della sua vita. Otto, dieci, quattordici anni di turni massacranti, a spaccarsi la schiena caricando camion e spostando bancali per dieci, dodici ore al giorno.
In quesi "cantieri" hanno visto passare così tante cooperative da non ricordare neppure più il loro nome. Una decina di cambi d’appalto e poche certezze. Mai un contratto regolare, page da fame, spesso elargite "in nero" o sotto forma di indennità di trasferta, in modo da aggirare gli obblighi contributivi e poi, ad ogni nuovo appalto, il furto del TFR e delle spettanze di fine rapporto.

I facchini, il sindacato, le lotte

Ma con il passare del tempo e l’ingresso del "sindacato" le cose sono cambiate. Dopo molti anni in Italia sono riusciti ad ottenere tutti la Carta di Soggiorno. Liberati dal ricatto del rinnovo hanno dato vita ad una lunga serie di vertenze e trattative. Chiedevano l’applicazione di un contratto regolare e l’hanno imposta: un fatto che nella logistica sembra quasi un privilegio. Ma proprio per questo sono diventati scomodi. Perché una rapporto di lavoro regolare, per la cooperativa ed i committenti di turno, vuol dire anche meno spazio per manovre losche e profitti illeciti, oltre che una riduzione consistente della possibilità di costruire utili sulla pelle degli "schiavi". Così è iniziato un lungo braccio di ferro tra Artoni e la cooperativa che chiedeva al colosso l’aumento delle tariffe non potendo più contare sull’evasione dei contributi su cui la Guardia di Finanza ha aperto un indagine. Tra incudine e martello è rimasto però segnato il destino di quaranta famiglie che, alla fine del 2013, hanno perso insieme al lavoro anche la possibilità di pagare la mensa per i figli, i libri di testo, le utenze, l’affitto. Come Israel, un lavoratore nigeriano che, mentre siamo al presidio, ci mostra l’ennesimo sms del proprietario della casa in cui abita con la moglie ed i suoi due figli. Seicento euro di affitto che non riesce più a pagare da mesi e che gli hanno fatto accumulare un debito di circa duemila euro. Artoni infatti ha deciso di non rinnovare l’appalto ed i loro contratti a tempo indeterminato sono diventati carta straccia. Meglio internalizzare il lavoro assumendo direttamente manodopera dalle agenzie interinali che offrono contratti usa e getta e pochi vincoli da rispettare.
Così, la notte del 23 dicembre i facchini licenziati hanno piantato i gazeboo davanti ai cancelli di via Inghilterra. Da quella data hanno incontrato più volte il Prefetto e gli avvocati di Artoni. Come in altre vicende simili l’azienda ha fatto leva sul ricatto occupazionale. "O accettate le nostre condizioni oppure chiudiamo i magazzini". Alcuni facchini, i più ricattabili, hanno ceduto, accettando di sottoscrivere i nuovi contratti proposti attraverso le agenzie, ma la loro durata è solo di poche settimane. Per gli altri nulla. Neppure il rispetto degli accordi minimi pattuiti in Prefettura, come gli incentivi a chi accettava di uscire, o l’assunzione sempre attraverso agenzie di somministrazione di lavoro. Anzi. Artoni, ha deciso di procedere allo sgombero con una prova di arroganza di cui solo chi sa di avere le spalle ben coperte può essere capace.
Ed è proprio questo un ulteriore capitolo oscuro di questa vicenda.

Artoni e le relazioni pericolose

Artoni è uno dei più grandi gruppi in Italia nel campo delle spedizioni. Come gli altri colossi della logistica ha saputo reggere i contraccolpi della crisi senza grandi ripercussioni. Quello della circolazione delle merci è infatti un settore assolutamente strategico per gli assetti produttivi di ogni economia e per sua stessa natura non è delocalizzabile altrove. E proprio le migrazioni sono uno dei fattori che ha permesso alla logistica di continuare a macinare profitti. Chi si sposta utilizza i circuiti di spedizioni internazionali per inviare la merce: lo fanno gli studenti che si spostano da Sud a Nord, così come i migranti che vengono da lontano e che finiscono poi per lavorare in quei magazzini.
Nel 2012 l’azienda si è assicurata un fatturato di circa ventitre milioni di euro con un lieve calo rispetto all’anno precedente. Fino a quel momento il volume d’affari del gruppo era comunque sempre cresciuto. La logistica offre continuamente nuove occasioni. L’introduzione delle recenti innovazioni tecnologiche, nonostante su questo terreno l’Italia sia in forte ritardo, permette comunque di aumentare la produttività a fronte di costi che, grazie al sistema degli appalti alle cooperativie, rimangono di gran lunga ridotti, con garanzie di flessibilità invidiate dagli imprenditori di tutti gli altri settori. Basti pensare che, a fronte di 70 centri operativi distribuiti su tutto il territorio nazionale, i dipendenti di Artoni sono solamente 643. In media 9 per ogni magazzino. Impossibile immaginare una tale organizzazione del lavoro se non attraverso l’affidamento a terzi di tutta la movimentazione di merci all’interno dei capannoni.
A capo del gruppo, con il ruolo di vice-presidente esecutivo e amministratore unico, c’è Anna Maria Artoni, figlia di Luigi, fondatore dell’Azienda. Ma come nella migliore tradizione italiana questa non è l’unica carica che ricopre. Dal 21 aprile 2011 la manager di Artoni è consigliere del gruppo Pirelli, e membro del consiglio di amministrazione di Linkiesta s.p.a., un’iniziativa editoriale on line.
Ma non solo. Membro indipendente nel consiglio di amministrazione di Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza, fa parte anche del Comitato Investimenti di Credem Private Equity SGR e dello Strategic Committee di 21 Investimenti. E’ componente del consiglio direttivo di Assonime, consigliere d’amministrazione dell’Università LUISS Guido Carli e fa parte dell’Advisory Board di Alma Graduate School di Bologna oltre ad essere membro della giunta di Confindustria.
Un curriculum niente male.


“Per la politica Anna Maria Artoni incarna "l’imprenditoria illuminata" di questo paese”

Sarà proprio per questo che l’ex premier Letta non ha potuto mancare al suo matrimonio. Per la politica Anna Maria Artoni incarna "l’imprenditoria illuminata" di questo paese. Già nel 2008 Veltroni l’aveva inserita nel ventaglio dei possibili candidati ministri del lavoro. Ma lei aveva rifiutato. Dopo aver ricoperto diverse cariche in Confindustria, il fascino della politica è tornato però a farsi largo. Così è stato proprio Enrico Letta, lo scorso novembre, a nominarla membro della commissione per le privatizzazioni del Ministero dell’Economia. Non proprio una pioniera visto che da un ventennio almeno la relazione pericolosa tra politica ed imprenditoria produce un turn over di nomine e scambi da non far neppure più notizia.
Proprio dal mondo delle cooperative, ed in particolare da quelle che ricoprono un grande ruolo nel settore della logistica, è uscito il nome del Ministro del nuovo governo Renzi: Giulio Poletti, presidente di LegaCoop, invischiata fino al collo nella gestione del Cpsa di Lampedusa, nella costruzione dei CIE e, guarda caso, in molte delle vertenze che in tutta Italia riguardano i lavoratori della logistica. Il problema? che sta dalla parte sbagliata.

Potere e malaffare, grandi truffe e diritti calpestati. Questo è il mondo della logistica. Un sistema dai profitti facili e spesso occulti che trasforma donne e uomini in schiavi.
Ma se le cooperative spariscono senza lasciare traccia, lo stesso non fanno i lavoratori, Così questo mondo dovrà imparare sempre di più a fare i conti con chi da quella schiavitù vuole liberarsi.

* La storia di Artoni raccontata da un lavoratore

* La voce dei facchini davanti ai cancelli

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A cura Progetto Melting Pot intervista ad un lavoratore Artoni

A cura Progetto Melting Pot intervista ad un facchino