Giustizia e verità: con Davide nel cuore

Un contributo da Napoli dopo l'udienza del 23 Luglio

24 / 7 / 2015

La giornata del 23 luglio ha scritto un’ennesima pagina odiosa della vicenda legata a Davide Bifolco, il ragazzino di sedici anni ucciso la notte tra il 4 e il 5 settembre al Rione Traiano. In quella data si aspettava la sentenza che chiudesse il processo, secondo i tempi del rito abbreviato. La sentenza, in realtà, è stata rinviata al 1 ottobre: ciò che ieri abbiamo appreso è che, per il carabiniere che quella notte ha premuto il grilletto, è stata chiesta una pena di 3 anni e 4 mesi di reclusione. Una notizia che ha prodotto le immediate reazioni dei familiari e dei tanti amici, abitanti del quartiere, attivisti accorsi in piazza Cenni. Il padre di Davide è stato bruscamente cacciato dall'aula e il presidio di solidarietà che si stava tenendo alle porte del tribunale è stato allontanato con forza dalla polizia.

Condividiamo la rabbia, la sofferenza di chi ieri ancora una volta ha visto il volto violento e ingiusto dello Stato e dobbiamo, purtroppo, aggiungere dell’altro: questa storia, esattamente come si è sviluppata, era già scritta da mesi. Non ci sorprende la scelta del PM perché non è nient’altro che il naturale sviluppo di decisioni prese a Marzo. Tre anni e quattro mesi non sono nient’altro che un risultato aritmetico che viene fuori dalla pena prevista per l’omicidio colposo combinata con lo sconto dovuto all'utilizzo del rito abbreviato. Il film è sempre lo stesso: pensiamo ai colpevoli dell’omicidio Aldrovandi, condannati per eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi. Pensiamo al caso Cucchi: tutti assolti dalla condanna, di nuovo, di omicidio colposo, con in più la scelta di perseguire penalmente non le guardie carcerarie, ma solo i medici che dovevano prestargli soccorso. Imperizia, eccesso, negligenza: quando si tratta di mettere le forze dell’ordine sul banco degli imputati, la cornice è sempre la stessa. Se uccidono è per errore, è per incidente, è per una condotta non precisa. Dietro queste imprecisioni scompaiono le vite strappate da chi, a un certo punto, pensa di poter fare tutto da sé: secondino, avvocato, giudice e boia.

Non è il pronunciamento di ieri a sorprendere, ma – per l’ennesima volta – la tipologia di reato individuata per istruire il processo: un omicidio è colposo se chi l’ha commesso non voleva in nessun modo uccidere, se quella vita spezzata è il risultato di una fatalità dovuta, semmai, al non essere stati abbastanza attenti, abbastanza prudenti, abbastanza esperti. È, per il PM e per il giudice, omicidio colposo perché Macchiarolo, l’assassino di Davide, nel bloccare un altro dei ragazzi che fuggivano, sarebbe inciampato in un marciapiede e avrebbe fatto partire inavvertitamente un colpo.

Quello che è successo quella maledetta notte è però un’altra storia. Come l’avvocato della famiglia di Davide, Fabio Anselmo, ha cercato di dimostrare ieri, riuscendo a strappare un’altra udienza e chiedendo che fossero ascoltati altri testimoni, è che il colpo che ha ucciso Davide non è partito per caso: era un colpo tirato di spalle, a distanza ravvicinata, con un braccio teso e contro un ragazzo immobilizzato e con lesioni alla gamba che gli impedivano ogni tentativo di fuga.

La colpa di Davide, l’unica colpa di Davide, è di essere un ragazzino del rione traiano, una delle tante periferie di questa città in cui lo stato ha solo il volto della repressione arbitraria, forte coi deboli e debole coi forti. La repressione di chi colpisce a caso, tra i più poveri, guardandosi bene dal mettere in discussione i potentati dell’imprenditoria armata che, invece, agiscono impuniti ed indisturbati, stringendo le mani alle forze dell’ordine e alle istituzioni, con profitti clamorosi che sfruttano la miseria e l’abbandono dei quartieri dormitorio di Napoli.

Tutto il resto sono menzogne: ne abbiamo sentite tantissime, nei giorni successivi a quella morte orribile, prima che poi il vociare scemasse perché la notizia non vendeva più copie di giornali, così che a parlare di Davide, a piangerne la fine, rimanessero solo gli amici, i parenti, gli abitanti di un rione di cui per qualche giorno tutti hanno parlato – improvvisandosi sociologi, psicologi, antropologi d’accatto – prima che tornasse nel dimenticatoio, nella solitudine di sempre. Non è vero che c’era un posto di blocco che i tre ragazzi avrebbero forzato per scappare via. Non è vero che su quel motorino sedeva Arturo Equabile, latitante che i due carabinieri sostengono di aver individuato quella notte, così da giustificare una condotta esaltata da far west, gli speronamenti, lo sparo. Non è vero, in ogni caso, che questa storia è una storia di camorra: il fantomatico e pericolosissimo latitante (un altro ragazzino di ventidue anni che poi spontaneamente ha scelto di raccontare pubblicamente la sua versione dei fatti) era ricercato per furto, non certo per associazione a delinquere!

È vero che se certe storie succedono in periferia si può dire di tutto, sicuri che la Napoli bene, la società civile che guarda a questi mondi come a luoghi esotici di sottoculture preistoriche, accetterà qualunque versione dei fatti. Del resto, questo è l’unico modo con il quale si possono dormire sonni tranquilli vivendo nelle pochissime isole felici della città, mentre la maggior parte dei senza nome di Napoli sopravvivono in enormi ghetti di cemento, senza servizi, con le scuole che chiudono, senza mezzi di trasporto che gli permettano di attraversare il territorio metropolitano, senza luoghi di ritrovo che non siano le piazze, le sale giochi e i pochi bar aperti dopo le nove di sera. Se qualcuno vive nelle vetrine tirate a lucido di Chiaia, del Vomero, di Posillipo e qualcuno vive negli zoo di mattone dei sobborghi è perché i secondi se lo saranno meritato, saranno criminali, saranno persone che non vogliono lavorare, saranno perdigiorno ignoranti che rifiutano la civilizzazione.

Per queste ragioni, ribadiamo che la verità processuale ci interessa poco e, in ogni caso, non ci sorprende. La verità dei tribunali è scritta immancabilmente dai rapporti di potere che insistono sui territori messi ai margini e sfruttati, saccheggiati, avvelenati o lasciati all'abbandono. È la verità di un potere che protegge se stesso, che non può che autoassolversi con ogni mezzo per giustificare – dal giorno dopo – la reiterazione della stessa condotta ingiusta di sfruttamento. Di quanti si sono sperticati in promesse, ormai quasi un anno fa, per racimolare un po’ di consenso nel quartiere di Soccavo, chi resta e cosa è stato fatto? Di quanti hanno parlato di riqualificazione, di quanti hanno detto che la morte di Davide sarebbe servita per cambiare passo, cosa resta? Restano le donne e gli uomini del rione traiano, ancora stretti attorno alla famiglia Bifolco, restano i comitati di base di Soccavo, di Pianura, di Bagnoli, di tutte le periferie della città, che non hanno mai mollato la presa perché di Davide si continuasse a parlare. Che hanno scritto, manifestato, promosso eventi, fatto tutto quanto si poteva fare, dal basso, perché la memoria collettiva fosse più forte dell’imbarazzante silenzio mediatico seguito alle prime settimane di speculazione a caccia di clic.

Quello che ci interessa, invece, è la verità fattuale, quella che hanno provato a insabbiare, nascondere, cancellare. Quella che si sta ricostruendo sul territorio, mettendo insieme tutte le testimonianze che in tribunale nemmeno sono state ammesse a parlare. Quella che, amaramente, viene fuori in modo molto più netto dal manifesto del Sindacato Autonomo di Polizia (che poi ne avrebbe smentito la paternità) che circolava in città pochi giorni prima dell’udienza del 23 luglio: indipendentemente dall'originalità del testo, quel volantino ha almeno il merito di sbattere in faccia a tutti ciò che realmente sono le forze dell’ordine di questo paese. È un testo che getta la maschera, che non parla di incidenti, casualità, imperizia, ma invece rivendica il diritto di mettere a morte da parte dei vigilantes in divisa, fotografa plasticamente il significato del monopolio della violenza come licenza di uccidere.

 In questo senso la famiglia di Davide è stata chiara fin dall'inizio, dando una lezione di dignità indelebile a tutti i professori della cronaca nera, pronti a dire la propria piccola opinione inutile alla ricerca dello scandalo e del clamore.

Da subito quello che abbiamo chiesto in tanti al rione traiano è stato “giustizia e verità”. Due parole chiare, fondamentali, che dopo la giornata di ieri ci dobbiamo tenere ancora più strette. Con la parola giustizia, infatti, fin da subito si è intesa un’idea di giustizia sociale e non di vendetta giuridica. Gianni Bifolco, il padre di Davide, da subito ha scelto di parlare non solo della mano infame che gli ha portato via il figlio, ma invece delle condizioni di vita nel rione traiano, di cosa significa stare in un sobborgo senza lavoro, senza un futuro ancorché misero per i più giovani, senza nulla. Ha voluto che la morte di Davide servisse a dire “mai più”. Mai più morti ammazzati dalle forze dell’ordine, mai più abusi in divisa, mai più l’impunità dello Stato che sfrutta, abbandona e uccide.

Questa verità non verrà fuori dalle sentenze. Dovremo darle spazio ogni giorno, a partire dalle realtà di base, a partire dalle comunità della periferia ovest di Napoli, a partire da chi non si accontenta della storia scritta dai vincitori, ma è disposto ad ascoltare ed assumere il punto di vista della subalternità sociale.

Dagli interrogativi sollevati dall'avvocato della famiglia, Fabio Anselmo, potrà forse venir fuori una diversa impostazione del processo, che parli di omicidio volontario e non di omicidio colposo.

Ma, aldilà di questo, quello che è necessario è continuare a insistere con il lavoro portato avanti da tutte le realtà di base, senza fare particolare affidamento sui buoni propositi di questo o quel magistrato. Fuori dalle aule d'autoassoluzione del potere costituito, c’è una storia da scrivere che tutti dovranno conoscere, perché nessuno possa mai più girarsi dall'altra parte, perché nessuno possa mai più sciacallare sulla vita di un ragazzo come fosse uno scoop da bar. È una sfida che ha temporalità diverse da quelle giudiziarie, ma che sono il nostro tempo, la nostra prospettiva, i nostri punti di resistenza.

Con Davide nel cuore.

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