Genova 2001: un’eredità da conservare, un “altro mondo possibile” da costruire

20 / 7 / 2022

Lo scorso anno, in occasione del ventennale di Genova, si erano ampiamente riaccesi i riflettori su uno degli eventi senza dubbio più significativi della recente storia italiana, e non solo. Le manifestazioni contro il G8, l’uccisione di Carlo Giuliani, il massacro della Diaz; e poi ancora la lunga e travagliata storia giudiziaria, la carriera fatta dai responsabili di quella mattanza, la sperimentazione di un nuovo modello di gestione dell’ordine pubblico.

Un’operazione mediatica ed editoriale ambivalente: se da un lato è stata intrisa di spettacolarizzazione e pressapochismo, dall’altro ha consentito di aprire uno spazio di approfondimento, confronto e - perché no - anche di bilancio su quello che è stato a tutti gli effetti un “fatto storico totale”, per usare la celebre definizione dell’antropologo francese Marcel Mauss.

Da nostro punto di vista, lo speciale Genova 20 anni dopo fatto a Sherwood Festival 2021, ci ha consentito di leggere quelle giornate in tutta la loro complessità storico-politica, provandone a cogliere le sfaccettature all’interno di un processo di lungo periodo, più che i sensazionalismi tipici del singolo evento. È uscito fuori un quadro sfumato, in alcuni aspetti ancora a tinte fosche, che ci parla del presente molto più di quello che immaginavamo. Con Angelo Miotto (curatore di Genova per chi non c’era), Daniele Maffione (autore di Da Seattle a Genova) e Martina Vultaggio (attivista dei Centri sociali nel Nord Est) avevamo discusso di come e quanto Genova avesse investito le narrazioni e gli immaginari di un’intera generazione (e forse anche più di una). Insieme a Gabriele Proglio (autore del libro I fatti di Genova. Una storia orale del G8) e l’editore Marco Philopat ci si è interrogati sul modo in cui i fatti del G8 abbiano dato inizio anche a una storiografia “contesa”. E infine la comunicazione politica e sociale, a partire delle “radio libere”, il modo in cui è cambiata proprio a partire dalle riflessioni che si erano aperte in quel contesto sul ruolo dei media di movimento e di quella che ancora veniva all’epoca definita “controinformazione”.

A un anno di distanza, con una guerra nel cuore dell’Europa e l’ennesima crisi di governo per l’Italia, il clamore mediatico lascia spazio a lungi silenzi. Di Genova in questi giorni ritorneranno a parlare in pochi, magari con quel piglio un po' amarcord che spesso accompagna l’autonarrazione storica di movimento. Oppure resuscitando la retorica dell’«avevamo ragione noi» che, per quanto corretta in termini evocativi, lascia in sospeso tutto quello che ancora aperto c’è a distanza di 21 anni: non solo le ferite, ma anche le battaglie e i grandi processi di trasformazione di cui a inizio millennio non avevamo avuto che un assaggio.

È lecito guardare ai grandi movimenti del passato con uno sguardo nostalgico e malinconico. È lecito anche sentirsi in qualche modo orfani di grandi battaglie di massa e questo lo abbiamo vissuto soprattutto nei mesi scorsi, quando ci si è spesso interrogati sul perché oggi non ci sia stata una risposta alla guerra in Ucraina che fosse minimamente all’altezza della grande mobilitazione globale che impattò l’inizio delle guerre in Afghanistan e Iraq, al netto delle grandi differenze che intercorrono nel quadro politico internazionale contemporaneo.

È tutto lecito, ma forse non è il modo giusto di leggere e assorbire la storicità dei movimenti, perché tralascia il loro “divenire”. Il rapporto tra passato e presente diventa, in generale, virtuoso quando riesce a cogliere sedimentazioni e stratificazioni. Questo vale a maggior ragione per i movimenti sociali, che non smettono mai di evolversi e talvolta di anticipare i passaggi storici. Se è vero che la pandemia prima e la guerra poi stanno facendo emergere la sensazione di un grande scoramento soggettivo e collettivo, è vero anche che esiste oggi una consapevolezza di quanto sia necessario riarticolare un piano politico complessivo che provi a riannodare i fili di tante battaglie e resistenze sparse e diffuse. Una consapevolezza certo dettata dalle tante urgenze sociali e ambientali che viviamo, ma che annovera al suo interno anche il senso di possibilità di inserirsi nelle maglie della crisi sistemica cronica che stiamo vivendo. Una crisi che l’epocale riorganizzazione del rapporto tra capitale, vita e natura avvenuta in questi anni – potremmo chiamarla anche “transizione dall’alto” – ci sta consegnando.

E forse è proprio questa l’eredità di Genova, il suo divenire: il desiderio di costruire un nuovo lessico politico che accompagni e unisca le resistenze a questa nuova espansione globale del neoliberismo, dallo spirito comunitario che ci viene dalle lotte indigene ai movimenti che in molte parti del mondo chiedono con forza democrazia, giustizia sociale e ambientale. Ma soprattutto da Genova traiamo la lezione che ambientalismo, antirazzismo, femminismo, lavoro e reddito non sono lotte “di settore”, ma si intrecciano ancora una volta nell’idea di “altro mondo possibile”. Come si urlava sulle barricate 21 anni fa, come ci ha insegnato Carlo e chi come lui continua “fino all’ultimo a rimanere davanti”.

L'immagine di copertina è conservata nell'archivio del Centro studi e documentazione Open Memory.

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