Gennaio nero

Appunti sulla crisi e sulle disuguaglianze sociali

21 / 1 / 2016

Lo abbiamo detto in tutte le salse che la crisi globale fosse ancora capace di sprigionare potenza negativa. Nutriamo una certa simpatia per il gufo, come per tutti gli altri animali, e ci produce un certo fastidio l’utilizzo fenomenologico del volatile notturno fatto da Renzi durante la conferenza stampa di fine anno, associandolo a coloro che proprio non vogliono saperne di allinearsi rispetto all’esaltazione retorica degli “zero vergola”. Ovviamente non si tratta di fare critica da salotto o mera speculazione politica, ma di leggere la realtà, come sempre, immergendosi nelle contraddizioni e vivendo, da precari oramai sistemici, gli effetti devastanti che la ristrutturazione capitalistica avvenuta in questi anni produce su miliardi di individui in tutto il mondo.

Diciamo la verità: anche i più tenaci detrattori della ripresa economica non si aspettavano un inizio di 2016 così nero. In questo mese, ed in particolare negli ultimi giorni, si sono intrecciate diverse situazioni che hanno creato una deflagrazione nei mercati internazionali degna delle fasi più intense della crisi finanziaria. Già avevamo analizzato alcuni dei fattori che hanno concorso a questa situazione, come il rallentamento dell’economia cinese e le sue ripercussioni sulle borse asiatiche, le incertezze nei BRICS in relazione all’aumento dei tassi d’interessa da parte della FED, l’abbassamento del prezzo del greggio nel quadro della crisi iraniano-saudita ed in generale della guerra in Medio-Oriente.

Due elementi, emersi negli ultimi giorni, hanno ulteriormente complicato il contesto finanziario internazionale. In particolare si tratta delle nuove previsioni a ribasso del tasso di espansione cinese (che per la prima volta dopo 25 anni scende sotto il 7%, fermandosi al 6,3% per il 2016 ed al 6% per l’anno successivo) e del via libera dato dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) all’applicazione dell’accordo sul nucleare in Iran, con la conseguente revoca definitiva delle sanzioni che erano state applicate al Paese del Golfo. Nonostante l’Iran abbia emancipato nel corso degli anni la propria economia rispetto alla produzione di petrolio (che nel 2015 ha rappresentato solo un quarto del PIL del Paese), è innegabile che l’immissione nei circuiti commerciali internazionali del greggio iraniano sarà fonte di ulteriore instabilità, soprattutto per l’impatto che avrà la borsa petrolifera iraniana, l’unica a commerciare in valute diverse dal dollaro, sui mercati finanziari.

Bisogna, però, essere in grado di spostare i discorsi economici dalle contingenze ad un piano sistemico, perché è questo il livello attraverso il quale si è dispiegata la crisi globale, fin dalla sua lontana alba del 2007. Nel suo essere sistemica la crisi ha intrecciato una molteplicità di fattori, da quello ecologico-climatico alla modifica in senso post-democratico degli assetti di potere, dall’impoverimento di massa all’egemonia della rendita finanziaria nel quadro economico globale. Ma è soprattutto nel rapporto tra capitale e vita che la crisi ha generato una profonda accelerazione dei cambiamenti, già in atto a partire dal superamento del regime fordista. La finanziarizzazione di quelle che Christian Marazzi definisce le variabili “reali” dell’economia, ossia salario, prezzo e profitto, ha assunto in questi ultimi anni un carattere sempre più irreversibile. In un’analisi degli ultimi fatti economici, fatta da Morya Longo sul Sole 24 Ore, emerge in maniera nitida come negli Stati Uniti, il Paese più finanziarizzato del mondo, circa il 30% della ricchezza posseduta dalle famiglia sia, direttamente o indirettamente, investita in borsa. Considerando che le borse mondiali hanno bruciato in 20 giorni quasi 7 mila miliardi di dollari, non è arduo stimare quanto le speculazioni finanziarie parassitino direttamente la vita di miliardi di persone. Crack finanziari e shock borsistici perdono dunque qualsiasi dimensione contingente per immettersi in una dimensione sistemica che Mezzadra ha definito, a proposito del continente europeo, di “persistente circolazione della crisi finanziaria”. 

Tornando proprio all’Europa, uno degli elementi che ha generato maggiore instabilità nei mercati continentali in questo gennaio nero è stata la crisi bancaria che ha coinvolto l’Italia. Se le motivazioni sembrano essere diverse rispetto alla grande bolla finanziaria che ha investito il nostro Paese nell’estate del 2011, quando si è scatenata una tempesta speculativa sui titoli del debito sovrano, gli effetti possono invece accomunarsi, con una fuga di investitori e correntisti dagli esiti senz’altro drammatici. Alcuni analisti ritengono che il recente shock che ha scosso i titoli bancari italiani, portando rilevanti perdite ai principali istituti creditizi nazionali tra cui MPS (che il 57% della sua capitalizzazione nel mese di gennaio) ed Unicredit (le cui perdite si aggirano intorno al 27%), sia un’operazione pianificata dalla Bce in seguito alle recenti tensioni tra Roma e Bruxelles soprattutto inerenti al famigerato “Salva-banche”. Altri invece insistono sulla presenza organica di titoli tossici nel mercato finanziario nazionale, che lo rendono costantemente suscettibile ad operazioni di carattere speculativo. Sta di fatto che, nonostante le rassicurazioni del Ministro Padoan e del presidente della Consob Giuseppe Vegas, il rischio di trovarsi nuovamente sul baratro del default è tutt’altro he lontano.

Anche nel caso italiano crisi dei mercati ed aumento della capacità accumulativa della rendita finanziaria s’intrecciano in modo inequivocabile. Questo soprattutto nell’attuale contesto monetario espansivo che sta caratterizzando l’Eurozona, sostenuto dal Quantitative Easing, che “alimenta nei mercati emergenti bolle sul credito e un indebitamento difficile da controllare, in un mondo in cui i flussi di capitali che circolano liberamente”. A sostenerlo è William White, presidente della Commissione di revisione dell’Ocse ed ex economista presso la Banca dei Regolamenti Internazional, citato da Laura Naka Antonelli in un recentissimo articolo su Wallstreetitalia. Proprio nelle ultime ore Mario Draghi ha aperto la possibilità di altre immissioni di liquidità ed ha paventato l'ipotesi di un ulteriore prolungamento delle misure di Quantitative Easing (previsto fino a marzo 2017), adducendo come motivazione l'aumento dell'inflazione al di sotto delle aspettative.

A rendere questo gennaio ancora più nero contribuiscono i dati divulgati da Oxfam, contenuti nel rapporto “An economy for 1%”, pubblicato lo scorso 17 gennaio. In continuità con quanto emerso in un precedente rapporto che avevamo già preso in esame, viene confermato ed addirittura amplificato il ritmo di crescita delle disuguaglianze sociali nel mondo. Se nel 2010 erano 388 gli individui che detenevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta, lo scorso anno questo dato si è ridotto a sole 62 unità. Nello stesso arco di tempo queste 62 persone hanno visto accrescere le proprie ricchezze del 44%, a fronte di un impoverimento della metà più indigente quantificato nel 41%.

La freddezza di queste cifre ci parla in realtà di una sofferenza estrema che attanaglia quotidianamente miliardi di persone. Ci dice allo stesso tempo che i nuovi dispositivi di accumulazione e di estrattivismo contemporaneo, emersi nel corso della crisi, si sono istituiti proprio sulla crescita delle disuguaglianze sociali. Disuguaglianze che raffinano le capacità del capitale di esercitare forme di dominio di classe su una moltitudine dove povertà diffusa e desoggettivazione da un lato, repressione e coercizione dall'altro, riducono sempre più i margini di contrattazione sociale.

In questo contesto l’anti-capitalismo da vessillo ideologico si trasforma in elemento basilare della strategia politica dei movimenti, al fine di aprire nuovi cicli di lotta sul tema della giustizia sociale e della redistribuzione della ricchezza.  

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