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Alcune note sull’incontro tra the Embassy of Piracy e il S.a.L.E.

15 / 6 / 2009

Non hanno la benda sull’occhio, il pappagallo sulla spalla, né, tanto meno, assaltano le navi mercantili armati di Kalashnikov e bazooka, eppure, quelli di the Pirate Bay non si definiscono pirati per vezzo.
Chi avesse voluto, durante  i giorni dell’opening dell’ultima Biennale veneziana, incontrare questi nuovi pirati della conoscenza, avrebbe potuto farlo al S.a.L.E., sede della Embassy of Piracy (Ambasciata della pirateria), emanazione diretta del portale svedese The Pirate Bay.
E’ noto che The Pirate Bay rappresenta uno dei maggiori siti per volume di scambio di  torrent, uno dei santuari della logica peer to peer e, in definitiva, uno dei simboli contemporanei del libero scambio dell’arte e della conoscenza in Internet.
E’altrettanto noto che, in Svezia, a fine aprile, i quattro gestori del sito siano stati condannati, per violazione della legge sul copyright, ad un anno e mezzo di reclusione, più il pagamento di una multa di quasi tre milioni di euro. Attendiamo l’appello.
E’ meno noto che, anche in Italia, esiste un’inchiesta in corso su The Pirate Bay presso il tribunale di Bergamo. Un’inchiesta fortemente appoggiata dalla FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) e, come vedremo, assai benvista dalla SIAE.
La Embassy of Piracy considera la rete come qualcosa che si sviluppa ben oltre i limiti di un semplice territorio virtuale. Essa è, invece, un campo di battaglia per l’affermazione della libera circolazione dei saperi, fuori da logiche proprietarie. E’ un luogo  in cui il conflitto in atto sta entrando nella sua fase decisiva. Internet è, insomma, uno spazio carico di relazioni sociali che si materializza in forme diverse: nelle majors dell’industria culturale, nelle compagnie telefoniche, nei tribunali, ma anche nei movimenti sociali, negli attivismi, nella musica e nell’arte.
Ma non parliamo solo di copyright. Questo dispositivo, antiquato e ingiusto (poiché cattura i prodotti dell’ingegno umano, mai come oggi risultanti da una diffusione capillare della comunicazione e dunque caratterizzati da una produzione compiutamente sociale) è solo un aspetto del problema della libera circolazione del sapere, dell’arte, dei linguaggi e della loro messa a valore dentro logiche di cattura capitalistica.
Il secondo aspetto è quello che sta alla base del progetto del S.a.L.E., uno spazio di movimento, uno spazio dalla natura inedita che, all’interno del contesto veneziano, si batte per l’indipendenza della produzione culturale, ovvero per l’affermazione dei linguaggi artistici come bene comune e contro la precarizzazione del lavoro vivo impiegato nella varie istituzioni culturali della città.
A tale proposito, è interessante notare come la crisi in atto, lungi dal produrre un ridimensionamento dell’idea di Venezia quale nodo protagonista nella rete delle “città del contemporaneo”, abbia,  se possibile, rafforzato il marketing di una Venezia sempre più  inserita nella creatività del presente e proiettata verso quella del futuro. Eppure non è tutto oro quel che luccica, la Venezia scintillante di questa Biennale e del nuovo museo di Francois Pinault è, in verità, sorretta da una crescente precarizzazione e dal ricorso massiccio al lavoro gratuito di stagisti: studenti  e non.
Ecco, sul doppio terreno della lotta al copyright e alla precarietà “artistica”, L’Embassy of Piracy e il S.a.L.E. si sono incontrati. Non poteva essere altrimenti.
Oggi i confini devono essere superati in nuove forme di conflitto. Oggi, reti virtuali e metropoli danno vita ad un iperterritorio su cui si accumulano contraddizioni e sfruttamento, ma allo stesso tempo, corpi, desideri e percorsi costituenti. Le nostre battaglie si combattono in rete e in città, in questo modo il conflitto stabilisce i suoi territori instabili, rizomatici, i suoi incontri e le sue articolazioni.  
Così, sabato 6 giugno, un gruppo di pirati, di attivisti del S.a.L.E. e di precari hanno dato vita ad un’azione itinerante che ha attraversato i nodi della precarizzazione “artistica” della città: La Biennale (con il suo ricorso alle agenzie interinali), i Musei Civici di Venezia (dove le cooperative continuano a tenere i lavoratori col fiato sospeso) e il nuovo museo di Pinault (dove, presto, molti studenti cominceranno a lavorare gratuitamente come mediatori culturali).
Proprio qui, al nuovo spazio di Punta della Dogana,  i pirati sono stati costretti a scontrarsi con la sicurezza privata dispiegata in occasione dell’inaugurazione. Quest’ultima circostanza, in particolare, sottolinea tutta l’ipocrisia del discorso artistico istituzionale che, sempre più spesso, insiste sulla natura dell’opera d’arte quale generatore di spazio pubblico e di confronto. Un discorso che sembra affievolirsi non poco quando le contraddizioni reali reclamano di entrare in scena senza la mediazione di artisti, fondazioni, sponsor, curatori e musei (dunque in modo indipendente).
Ma le “emozioni” dei giorni dell’opening non si sono concluse con questa iniziativa. Infatti, in un momento in cui registriamo la nascita di un interesse del capitalismo avanzato per alcune forme di superamento della proprietà privata dei beni immateriali, vecchi regimi ed organizzazioni fuori dal tempo, cercano, invano, di arginare il processo, oggi irreversibile, della libera circolazione delle idee.
Mi riferisco al gravissimo fatto accaduto, al S.a.L.E., domenica 7 giugno, quando un nucleo della Guardia di Finanza, capitanato da un agente della SIAE, ha fatto irruzione perquisendo il nostro spazio e chiudendo temporaneamente l’ingresso alla mostra in corsa.  Cercavano i computers da cui fosse possibile praticare il libero download.
Ovviamente non hanno trovato nulla. I pirati sono ovunque e tutte le macchine erano già al sicuro sull’Isola della Tortuga.

…TO BE CONTINUED  @ Sherwood Festival, 6 luglio, dibattito pubblico: The Pirate Bay incontra Global Project.


*S.a.L.E.   
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