Dentro e contro la governance della Grosse Koalition

For a European common-wealth

Un calendario di lotta per un movimento europeo contro la Troika

16 / 10 / 2013

Una nuova fase si è aperta nella gestione della crisi strutturale del finanz-capitalismo in Europa. Preparata dagli sviluppi degli ultimi mesi, essa è inaugurata dall’esito delle elezioni politiche per il Bundestag tedesco. Ma anche il reset del governo Letta 2.0 in Italia porta con sé lo stesso segno. Il segnale più evidente sta nella questione programmatica che è al centro dei negoziati tra Union e SPD per la formazione del governo federale di Grosse Koalition in Germania: l’istituzione per legge su scala nazionale di un “salario minimo orario”, parametrato su 8,50 euro per tutto il lavoro dipendente. Un eventuale accordo su tale obiettivo, che era al centro delle piattaforme elettorali sia dei socialdemocratici che della Linke, non farebbe che confermare una tendenza che si era affermata già negli atti di governo dell’ultimo periodo della cancelliera Merkel.

Una nuova fase nella gestione della crisi

Nessuno dei pilastri, si badi bene, delle politiche di austerity dell’ultimo quadriennio viene messo in discussione, ma vi è un cambio nell’indirizzo delle scelte di carattere sociale e ambientale. Al centro infatti dell’azione proposta per il nuovo esecutivo tedesco stanno misure che, con una certa approssimazione, definiremmo “neo-neo-keynesiane” ed “eco-sostenibili” all’interno di una più generale ispirazione “europeista”: a partire dal rilancio di misure di welfare a favore della riproduzione sociale delle famiglie e del sostegno al reddito della crescente schiera, anche in Germania, di sotto- e dis-occupati; fino all’obiettivo del superamento del nucleare, attraverso il rilancio del più ambizioso piano per la produzione energetica da fonti rinnovabili. Il tutto nel quadro di una dichiarata disponibilità all’allentamento della morsa nei confronti dei paesi del Sud Europa, sulla base della rinnovata opzione per l’integrazione continentale.

Allo stesso modo dev’essere interpretata la vicenda, peraltro grottesca per tanti aspetti, della crisi del governo Letta in Italia e del ridimensionamento del potenziale di ricatto sui suoi destini da parte del condannato Berlusconi. La riconferma dell’esecutivo marca un salto di qualità nella sua azione e nelle sue prospettive strategiche. Evidenzia un nucleo duro centrista delle “larghe intese”, organizzato intorno ad un’ipotesi di lungo periodo, in sintonia con il punto di vista che oggi si sta affermando come dominante in Europa.

Non è una conversione sulla via di Damasco, ma il tentativo da parte delle oligarchie politiche ed economiche, tedesche ed europee più avvertite, di rispondere in termini di comando più adeguato alle caratteristiche strutturali di una crisi che, nello spazio continentale e senza la possibilità di scindere i destini dei paesi mediterranei da quelli del Centro e del Nord, rischia di trasformarsi, da grande ristrutturazione dei rapporti di forza sociali, in epocale declino.

Le ragioni di tale riaggiustamento sono presto dette: anche in terra tedesca è la risposta a crescenti difficoltà, interne ed esterne. Da una parte l’attacco al Welfare, iniziato tra il 1998 e il 2005 con le riforme rosso-verdi che hanno “liberalizzato” il mercato del lavoro e disarticolato le misure di protezione sociale, ha generato precarizzazione e impoverimento diffusi in settori della popolazione un tempo garantiti. Dall’altra gli effetti dei “sacrifici” imposti negli ultimi tre anni al resto d’Europa (con le loro conseguenze recessive) e il rallentamento della crescita nelle economie emergenti hanno ridotto gli spazi di mercato per una macchina produttiva tedesca, la cui manifattura altamente qualificata è essenzialmente orientata all’esportazione. Sullo sfondo, le proporzioni insostenibili ormai raggiunte dalla crisi ecologica.

E’ diventato così evidente che la gestione della crisi condotta fino a questo punto si sta rivelando, anche dal punto di vista delle stesse élite capitalistiche tedesche ed europee, controproducente. E che la spirale austerity-recessione-declino, in cui queste le stesse politiche neoliberiste si sono avvitate, sta producendo un effetto depressivo sui processi di valorizzazione del capitale e minaccia di compromettere quel clima di pace sociale in cui di fatto, a livello continentale e di singoli stati nazionali, sono stati veicolati quattro anni di “sacrifici”.

Un "neoliberismo ben temperato"

Per questo la stagione di “lacrime e sangue”, rappresentata ad esempio in Italia dal governo tecnocratico Monti, sta cedendo il passo ad una sorta di “neoliberismo ben temperato”, in cui l’ordoliberalismo, da mistificazione ideologica sull’”economia sociale di mercato” che ha accompagnato le più dure politiche di austerità, si converte in discorso pubblico che supporta pacchetti di “misure compensative”. Vedremo progressivamente spostarsi gli accenti della narrazione dominante dai “sacrifici” alla “competitività” (il Pact for Competitiveness sarà, non a caso, l’ambiguo tema centrale del confronto tra i capi di governo al vertice del Consiglio Europeo alla metà del prossimo dicembre), nella consapevolezza della necessità strategica di giocare la carta della “coesione sociale”, di ridistribuire qualche briciola di ricchezza dando ossigeno ai redditi della maggioranza, per poter rilanciare il mercato interno e provare a ricostruire un mercato europeo dei consumi.

In questa cornice s’inscrive anche il rilancio della retorica europeista ufficiale contro il pericolo rappresentato dai “populismi” e dall’estrema destra. L’allarme lanciato dallo stesso Letta sulla possibilità di una “maggioranza anti-Europa” nel parlamento di Strasburgo che sarà eletto nel maggio 2014, anche alla luce dell’inquietante ascesa dei consensi al Front National di Marie Le Pen in Francia, dev’essere letto – come suggerito anche dall’analisi di Meltingpot.org – in parallelo con la rivisitazione delle politiche di controllo delle frontiere e gestione dei flussi migratori che, a partire dalla tragedia di Lampedusa, si è aperta su scala europea.

In questo caso i governi dell’Unione non hanno nessuna intenzione di smantellare i meccanismi di chiusura della Fortezza Europa, né vogliono certo garantire realmente il diritto d’asilo e tantomeno assicurare la libera circolazione ai propri confini, ma è indubbio anche qui un cambiamento, anche al fine di introdurre vitalità e ulteriore flessibilità nel mercato del lavoro interno, nel senso di una maggiore apertura in dispositivi che restano comunque quelli di una regolazione differenziante e disciplinare della forza lavoro migrante.

Allo stesso modo la “svolta” - dai “sacrifici” alla “competitività” - rafforza il carattere strutturale della profonda ridefinizione dei rapporti di forza sociali, a sfavore ça va sans dire del lavoro vivo, che questi anni di crisi hanno comportato. Più competitiveness significa introdurre “riforme” nella legislazione europea e nazionale che alimentino la precarietà del lavoro, rilancino la privatizzazione di servizi pubblici e beni comuni, e rimuovano qualsiasi vincolo alla circolazione dei capitali sulle piazze finanziarie continentali.

Il “neoliberismo ben temperato” della nuova fase che si è aperta non mette affatto in discussione gli assetti fondanti il finanz-capitalismo e l’ineguale, smisurata polarizzazione della ricchezza che i dispositivi della rendita hanno generato e continuano a riprodurre. E tanto meno implica un superamento in avanti degli assetti post- e a-democratici della governance europea. Stiamo assistendo invece ad un ambizioso tentativo di stabilizzazione della gestione capitalistica della crisi su scala continentale, con una piena assunzione politica delle modificazioni intervenute nella “costituzione materiale” d’Europa. Registreremo, nei prossimi mesi a partire dal giro di verifiche di fine ottobre sui bilanci dei singoli Stati nazionali e dal prossimo round di rinegoziazione degli obblighi della Grecia e nell’implementarsi degli automatismi previsti da Two e Six Pack e dal Fiscal Compact, un’accelerazione delle dinamiche di integrazione finanziaria e bancaria, economica e istituzionale.

Ma il processo costituente dall’alto, strutturatosi nelle misure di austerity, potrà oggi contare non semplicemente su dispositivi tecnocratici, ma su una maggioranza politica di governo: quella Grosse Koalition continentale che è la forma politica attuale della governance della Troika. A conferma, se fosse necessario, che la relazione intergovernativa tra l’azione dei singoli governi nazionali (con ovvi, differenti pesi!), sganciati dall’obbligo di rispondere ai meccanismi della rappresentanza parlamentare classica, alimenta senza contraddizioni la permanente triangolazione decisionale tra la Banca Centrale di Francoforte, la Commissione di Bruxelles e lo stesso Consiglio.

Non vi è conflitto tra poteri dei singoli Stati membri e costruzione della governance europea: andrebbe ricordato a quanti, ancora tanti a sinistra, credono anacronisticamente che un ritorno alle sovranità, monetaria e politica, delle piccole Patrie nazionali rappresenterebbe una possibile via d’uscita dalla crisi. E dimostra, en passant, come qualsiasi ineludibile iniziativa di discussione e mobilitazione intorno al tema “costituzionale” non possa andare da nessuna parte finché resta ancorata alla dimensione politico-spaziale definita dalle gloriose Carte degli Stati nazionali del secolo scorso.

Da Amsterdam a Bruxelles e Francoforte: la sfida per i movimenti

Sono questi i nodi fondamentali della discussione che sta attraversando i movimenti sociali che, in Europa, intendano esprimere un livello di analisi e di proposta politica all’altezza della sfida posta dalla governance capitalistica nella crisi.

Una discussione che si sta sviluppando in diversi momenti di confronto: dal 4 al 6 ottobre scorso ad Amsterdam, per iniziativa del Transnational Institute, con l’”European strategy meeting”; il prossimo fine settimana (18/20) a Bruxelles con la prima riunione dell’”AlterSummit” dopo l’incontro di giugno ad Atene; quello successivo (24/27) a Berlino con la discussione del “Citizens’Pact” promossa dalla rete di European Alternatives. E soprattutto, a novembre, con l’incontro di Agorà99 a Roma dal 1° al 3 e l’ “Action conference” internazionale di Blockupy a Francoforte dal 22 al 24.

Una pluralità d’incontri promossi da differenti reti e soggetti che sta però definendo una progressiva convergenza, nei temi, nelle proposte e nelle iniziative, di una molteplicità di lotte singolari che, da Sud a Nord e da Est a Ovest, stanno punteggiando il panorama europeo.

E’ infatti evidente la crescente omogeneità dei terreni di conflitto con cui esse si misurano: la difesa e la rivendicazione dei commons e del reddito, si tratti di territorio aggredito dalle grandi opere e dalla speculazione o di diritti sociali come la casa, la salute e l’istruzione sotto attacco, dispositivi di un nuovo welfare comune, in cui reddito significa quote di ricchezza da strappare e statuti proprietari da destrutturare, per soddisfare bisogni e desideri della riproduzione sociale allargata dei molti. Pensiamo al potenziale, di socializzazione e generalizzazione, che si potrebbe realizzare se la vertenza per il “salario minimo orario” in Germania si trasformasse in battaglia – non astratta né ideologica, ma incuneata nelle contraddizioni di un dibattito politico attuale –  per il “reddito minimo”, universale e incondizionato, in Europa.

Ed è altrettanto significativa la convergenza delle modalità in cui queste lotte si esprimono: nella permanente ricombinazione della resistenza puntuale a processi di attacco neoliberista a diritti sociali e condizioni materiali, con la costruzione quotidiana di pratiche sociali concrete di mutualismo e cooperazione, che già strutturano un’alternativa all’esistente.

Cittadinanza, beni comuni e democrazia in Europa

Si tratta, a questo punto, di provare ad osare di più che nel recente passato.

Vi sono forse oggi infatti le condizioni preliminari, date dall’iniziativa capitalistica e dal tessuto diffuso delle lotte, non solo per interrogarsi su quali possano essere più efficaci strumenti di coordinamento tra i movimenti sociali sul piano europeo ma, anche e soprattutto, per ricercare nell’azione molteplice e comune la più ambiziosa costruzione, in forma di coalizione sociale ampia, di un “movimento europeo”: a European movement for a European citizenship, European commons, a European democracy.

Dall’idea che vi sia un Partito della Troika (Troika Party), oggi installato con un proprio più definito progetto politico alla guida della governance continentale, consegue la necessaria costruzione in progress di una nuova, forte narrativa dei movimenti, di un nuovo meta-discorso condiviso che possa vivere e alimentarsi nella pratica delle singole lotte. Un discorso che non può che confrontarsi con una prospettiva “europea-e-mediterranea”, all’altezza per capirci dei problemi posti dalle piazze metropolitane di Taksim e Gezi park e dal mare dell’isola di Lampedusa, capace cioè di forzare e rompere, ripercorrendo la topografia delle lotte, la forzosa geografia istituzionale dei confini dell’Unione. Di porre la questione della European citizenship come “cittadinanza insorgente in Europa”, dinamica sociale che disarticola i dispositivi normativi dell’esclusione e dell’inclusione, disciplinari e differenzianti, ed afferma invece una prassi estensiva ed inclusiva della cittadinanza, di destino e di residenza.

Un nuovo meta-discorso che si comprenda come parte decisiva di un processo costituente dal basso: dentro e contro la crisi e la sua gestione capitalistica, capace di porre in pratica la questione dirimente della decisione politica in Europa e sull’Europa, là dove la contesa intorno ai commons sia immediatamente lotta per il Common-wealth europeo, cioè per il governo democratico comune della produzione e della ricchezza collettive. E pertanto diretto attacco al potere della Troika e delle sue istituzioni. E costituzione di nuovi istituti, federativi, di autogoverno.

Vaneggiamenti utopistici? Forse. Ma niente è più triste e, in ultima istanza, irrealistico del "neoliberismo ben temperato" della Grosse Koalition continentale. Le diverse proposte d’iniziativa condivisa fin qui emerse possono invece costituire, a partire dal summit del Consiglio di dicembre, attraverso la settimana d’azione in coincidenza con il voto per il Parlamento Europeo di maggio, fino ad arrivare all’appuntamento a Francoforte con l’inaugurazione della nuova Eurotower, sede miliardaria della BCE, altrettante occasioni di costruzione e di crescita. E crediamo che solo un pensiero e una pratica all’altezza di questa sfida possano provare a invertire la tendenza, provare a sconfiggere, insieme, la falsa alternativa tra governo oligarchico della Troika, e populismi e fascismi, vecchi e nuovi, che si affacciano in Europa.

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