Fare cittadinanza

30 / 4 / 2012

Come collocare, percepire e pensare i corpi che oggi provano a “fare il comune”? Più volte abbiamo evidenziato come siano sottoposti a processi di frammentazione e di ricompattamento che – attraverso strumenti statistici, attraverso una sorta di fideismo scientifico-oggettivo e dunque su base autoritaria – sono messi in atto dalle soluzioni neoliberiste alla crisi. In questi processi i cittadini, i corpi, le soggettività si profilano solo nella misura in cui vengono privati del loro potere decisionale e del loro desiderio di giustizia, non soggetti di conflitto ma oggetti “sensibili”, problematici e dunque target dipolicies economiche. I cittadini d’Europa, cioè noi, diventiamo sempre più “sudditi” del potere finanziario che privatizza, estorce beni comuni, attribuisce rappresentanza solo quando vuole ripristinare la supremazia dei doveri sull’esigibilità dei diritti. Le soggettività vengono scomposte e contrapposte sulla base di ripartizioni identitarie e funzionali allo stesso ordine neoliberista (garantiti contro non garantiti, autoctoni contro immigrati, degne contro vittime, etc.). I corpi emergono come merce di scambio o come storie di successo, scompaiono nei Cie, riappaiono sussunti dal potere biomedico, ma non sono mai messi nel conto quando si manifestano come voice, agency, quando portano conflitto.

In questo quadro, prevalentemente contrassegnato da passioni tristi, le pratiche di cittadinanza assumono una nuova veste, a volte neutralizzata, a volte contraddittoria, su cui è dunque necessario fare il punto. Partiamo da una serie di esempi. Luoghi come Lucha y Siesta, il Teatro Valle, l’ex Cinema Palazzo ci parlano di una riappropriazione della cittadinanza che è attiva nell’unico senso reale, nel senso cioè di un’azione politica che si riappropria, ridà valore, ricostituisce il bene comune, prima di qualsiasi retorica giuridico-formale. E’ una cittadinanza che si smarca dal riconoscimento di appartenenza per filiazione di sangue (jus sanguinis), perché prende consistenza nell’“esserci”, nel vivere e agire in un luogo, in uno spazio abitato da relazioni e conoscenze, insomma dalla vita (jus soli).Pratiche di cittadinanza che definiscono l’essercicome un riprendersila vita e che vanno ben oltre la formula della “democrazia partecipativa”. Questa la mettiamo infatti più dalla parte della sussidiarietà, cioè dalla parte di quei dispositivi che il potere istituzionale incoraggia, a fronte del ritirarsi delle politiche pubbliche, per creare “effetti di democrazia”, dove la partecipazione consiste dunque nel rispondere a un quadro già predisposto. Fare cittadinanza non si colloca entro una legge già esistente, ma si genera attraverso pratiche dirette di democrazia basate sull’autodeterminazione di ciò che la vita comune richiede. Consiste nel praticare l’esserci, la vita, è “partecipazione istituente” e federativa, ovvero esercizio quotidiano dell’occuparci di ciò che è nostro, attraverso relazioni e parole che sono sempre eccedenti il “locale”.

Sappiamo bene come questo ritorno del valore della cittadinanza partecipata, come risposta al nichilismo della crisi, abbia prodotto rovesci non proprio positivi, pensiamo al leaderismo partecipato dei grillini o agli innumerevoli comitati cittadini che di quartiere in quartiere individuano il problema da risolvere, dalla movida giovanile ai barboni, o ai movimenti Nimby. Ma abbiamo anche presente gli innumerevoli esercizi di cittadinanza che, esulando dalla logica dell’arroccamento identitario ispirata da moventi di “pulizia”, generano dinamiche di ampio respiro per restituire a sé e agli altri una democrazia sostanziale.

Per accompagnare e potenziare queste pratiche abbiamo già a disposizione alcuni riferimenti teorici. Ci torna alla mente il droit de cité, che delinea la cittadinanza sulla base della residenza e non dell’appartenza allo Stato-Nazione, che Balibar sostiene contro l’apartheid sociale fondato sull’ethnos - sulle pratiche di esclusione sistematica dei migranti – e per un demos che sia soggetto di una nuova sfera sociale europea. Possiamo sottrarre all’impianto normativo di Seyla Benhabib l’idea delle “iterazioni democratiche”, le pratiche collettive di riappropriazione e risignificazione dei principi fondamentali del vivere comune – com’è il caso dei tanti movimenti di riqualificazione dei beni comuni. La nozione di “società politica” - nozione presa da Gramsci e ripensata da Partha Chattergee nella tradizione non occidentale degli Studi subalterni – può servire a sottrarci in modo generativo al dilemma tra difesa del pubblico-statuale e Big society, la società come residuo e supporto delle relazioni di mercato di un David Cameron. O ancora, l’idea di una civitas augescens, di una cittadinanza per aumento, pensata come moltiplicatore e potenziamento delle relazioni, ci immette in uno spazio aperto rispetto alle geometrie prefissate dell’inclusione.

Insomma, abbiamo già realtà e letture che possono aiutarci nel dare forma e parola ad una pratica della cittadinanza nuova, che si produce per necessità – quindi incarnata, materialissima – e, al contempo, per desiderio di un tempo a venire diverso, davvero democratico.

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