editoriale Reality Shock

Essere Conflitto

10 / 4 / 2013

"Dobbiamo svuotare ancora di più le chiese
della sinistra e sbarrarne le porte!!"

T.Negri, M.Hardt

"Come tornare a produrre discorsività politica?
Quali strumenti teorici e pratici e quali saperi possono
mettere in funzione una nuova semantica che nasca dalla
condivisione di esperienze eterogenee di militanza
e di movimento?"

M.Cavallari

"La fantasia non è l'opposto della realtà, ma ciò che la realtà esclude e,
di conseguenza, ciò che definisce i limiti della realtà stessa,
ponendosi come il suo fuori costitutivo.
La promessa critica della fantasia, qualora e laddove essa esista,
è di sfidare i limiti contingenti di ciò che verrà, o meno, chiamato realtà.
Essa ci offre l'opportunità di immaginare noi e gli altri in maniera diversa;
essa fa sì che il possibile ecceda il reale, indicandoci un altrove e,
qualora sia incarnato, conducendo l'altrove a casa"

J. Butler

Dentro le lotte…

Sì, lo sappiamo, ci sono state le elezioni con tutte le loro conseguenze, ma noi partiamo, come siamo abituati a fare, dalle lotte. Lo facciamo pur essendo convinti che, con ogni probabilità, come ci ha ricordato recentemente Andrea Fumagalli, l'attuale crisi strutturale del capitalismo occidentale abbia delle radici "endogene" e che dunque non sia stata provocata direttamente dalle lotte della moltitudine. D'altra parte lo facciamo tenendoci alla larga da un rischioso "idealismo deterministico" che individuerebbe nella storia un processo meccanico dove le lotte e il conflitto sociale spingerebbero quasi per inerzia e in modo trascendentale l'organizzazione capitalistica a rinnovarsi e la società verso un modello più libero ed equo.
Dire che partiamo sempre dalle lotte significa in sintesi assumere con forza che il capitale è un rapporto sociale aperto a dinamiche imprevedibili determinate dall'ostilità tra sfruttati e sfruttatori (espropriatori ed espropriati dovremmo dire oggi), che il potere esiste soltanto dentro una relazione e che dunque l'esito del suo scorrere e infiltrarsi nella società dipende dai processi materialmente messi in atto dai molti poli di questa relazione. Il terreno su cui ci posizioniamo è quello solcato dai devastanti effetti sociali della crisi del capitalismo finanziarizzato, da mobilitazioni intense, ma col fiato corto, e da un groviglio spesso frammentato, quasi sempre politicamente "scomposto", di processi di soggettivazione autonomi ed eccedenti rispetto al tentativo di cattura dei dispositivi di controllo e disciplinamento.
Le lotte, dicevamo. Dall'Onda Anomala alle mobilitazioni delle scuole superiori passando per la Valsusa, le contestazioni alla riforma Gelmini e le lotte degli operai della Fiom. Senza dimenticare le rivolte e i conflitti che hanno scosso, fino ad arrivare a provocare mutamenti di regime politico-istituzionale, il Nord Africa, New York e paesi europei come la Grecia e la Spagna. Si tratta di un ciclo di lotte le quali contengono tutte elementi comuni da tenere in considerazione in prospettiva futura. Quelle europee e statunitensi in particolare sono connotate da un discorso convergente che con forza e semplicità dobbiamo assumere per rimettere in moto un processo, o forse meglio un progetto, capace di attaccare il capitale almeno con la stessa intensità con cui i suoi dispositivi di sfruttamento s'infiltrano tra noi tentando di asservirci agli interessi del mercato e della finanza.
Dagli accampamenti di Occupy Wall Street alle piazze spagnole, dalle barricate greche ai blocchi e alle occupazioni delle città italiane trasuda, certo con formule e modalità non sempre adeguate al livello dello scontro, il desiderio radicale di una moltitudine numerosa, intelligente e creativa di soggetti di riprendere in mano le proprie vite rivendicando più libertà e più diritti a partecipare attivamente alla ricchezza collettivamente prodotta. Combattere le cosiddette politiche di Austerity, termine con cui le oligarchie politico-economico-finanziarie cercano di nascondere un tentativo di riaffermazione radicale delle strategie neoliberiste, deriva proprio da questo desiderio vivo e irrinunciabile.
Entrando più nel merito crediamo che quattro anni di assemblee, incontri, occupazioni, blocchi, dibattiti, azioni, cortei selvaggi e scontri ci consegnino tre elementi capaci di rappresentare le coordinate solide di nuovi terreni di lavoro politico: insofferenza e radicale disaffezione verso la rappresentanza, centralità del tema della soggettività e progressiva, anche se lenta, presa di consapevolezza delle parti in gioco nello scontro e di quello che forse è il vero nodo intorno a cui questo deve svilupparsi, e cioè l'irrisolvibile tensione tra la nostra viva e autonoma "produttività" materiale ed immateriale e il tentativo incessante di rapinarla e metterla a valore. Lotta di classe avremmo detto in altri tempi.

Strapparsi da sè, costruire il comune…

Torniamo però di nuovo alla materialità delle ultime lotte con le loro strategie, la loro forza e i loro limiti. C'è da dire subito una cosa. Tutte le volte che ci troviamo a suggerire una visione delle cose questa nasce imprescindibilmente dal fatto che siamo stati sempre "dentro" le lotte, piccole e grandi, e che le abbiamo vissute intensamente contaminandole e lasciandoci contaminare di continuo con tutta la carica soggettivante che questo può comportare. Abbiamo animato con molti altri collettivi le mobilitazioni universitarie del 2008 e del 2010, vivendone sia la carica innovativa che le contraddizioni; abbiamo contribuito a organizzare prima la rete nazionale Uniriot, senz'altro una delle sperimentazioni politiche più interessanti degli ultimi anni, e poi la rete Unicommon che attraversa un momento di evidente empasse politica e dunque organizzativa; siamo stati presenti in Valsusa con passione e con la stessa passione siamo stati nelle piazze romane del 14 dicembre 2010 e, in modo più problematico, del 15 ottobre 2011; abbiamo partecipato con curiosità e in modo laico agli esperimenti di "Uniti contro la crisi" e poi di "Uniti per l'alternativa" ben consapevoli che quella con i sindacati non potesse essere una relazione al ribasso. Allo stesso tempo abbiamo cercato di mantenere un lavoro costante sul territorio lavorando sui temi dell'autodeterminazione e su questioni legate al genere e alla sua costruzione sociale con il collettivo Fuxia Block, rilanciando poi con il progetto del Di. S. C. (Dipartimento dei saperi critici), quello che da anni rappresenta per così dire il nostro cavallo di battaglia e cioè l'Autoformazione. Abbiamo infine cercato di interagire attivamente con le mobilitazioni degli studenti medi nello scorso autunno, mobilitazioni che hanno ribadito che il terreno di scontro può essere riaperto in ogni momento e anche in modo radicale, ma hanno anche mostrato tutta la difficoltà dell'attivazione di dinamiche "ricompositive" e quella della sedimentazione duratura dei conflitti all'interno di veri processi costituenti. È prima di tutto da tutto questo che oggi vogliamo partire, molto più che dalle miserie del capitale e della sua volgare violenza. Certo consci che con questa si debba fare sempre i conti.
Torniamo all'immagine del potere che ci suggerisce Michel Foucault e che noi abbiamo progressivamente assunto come la più adeguata, ancor di più ora, nella cornice del biocapitalismo cognitivo. I dispositivi di controllo sociale contemporanei si affannano incessamente per fare sì che i soggetti stiano "al loro posto", inquadrati in ruoli ed identità socialmente costruite secondo le linee di genere di colore e di classe stabilite dal capitale, ma allo stesso tempo siano lasciati esprimere quelle porzioni di creatività ed autonomia sempre più determinanti per la valorizzazione stessa del capitale. È il neoliberismo stesso ad alimentare i processi di moltiplicazione delle soggettività, di volta in volta includendole differenzialmente, neutralizzandole o criminalizzandole, al fine di governare la vita stessa e metterla a valore. Sì, siamo sempre più convinti che dentro questa sempre mutevole e aperta relazione di potere il capitale dipenda dalla nostra espressione libera e che si nutra di questa in modo parassitario. Siamo sicuri che molto si giocherà intorno a questa complicata ambivalenza. Non si può non cogliere in questo la grande occasione che ci troviamo davanti, anche per liberarci da facili vittimismi che vedrebbero nella realtà un Matrix da cui è impossibile sfuggire. Se come suggerisce Toni Negri il potere "sopravvive unicamente dalla nostra volontà di partecipare al rapporto", allora non abbiamo dubbi che "diserzione e disobbedienza sono armi sicure contro la servitù volontaria”.
Disertare e disobbedire deve significare letteralmente strapparsi da sè e frantumare costantemente ruoli sociali e identità a cui le nostre soggettività vengono ricondotte. Significa assumere ed agire con coraggio e in termini assolutamente politici il nostro divenire molteplice, tradire i quadri identitari che proprio noi abbiamo creato intorno a noi stessi, sfruttare tutta la potenza espressiva e produttiva che la nostra singolarità è in grado di produrre e togliere il terreno sotto i piedi del capitale. Detto in termini ancora più concreti vuol dire scatenare processi di soggettivazione singolari e collettivi all'interno dei quali i dispositivi affettivi e sessuali del potere, e il loro tentativo di eteronormazione delle nostre vite, siano neutralizzati di fronte alla constatazione che l'unica norma è quella che ogni singolarità produce autonomamente spinto dal desiderio di vivere in modo molteplice, inaspettato e imprevedibile il proprio sè e il rapporto con gli altri corpi. Vuol dire partire da corpi liberi per far diventare le nostre cooperazioni infinite spine nel fianco dei dispositivi di  controllo del capitale.
Vuol dire ancora dare un colpo definitivo a quel cosiddetto discorso sicuritario con cui da anni cercano di incasellare le soggettività in coppie binarie funzionalmente costruite: stranieri e autoctoni, laboriosi e pericolosi, violenti e non-violenti, regolari e irregolari, criminali e onesti, neri e bianchi. Il rifiuto di questa segmentazione razziale della società lungo le linee di colore deve essere radicale, e radicale deve essere, nel nostro tentativo di costituire ogni giorno noi stessi, la convinzione che non è stando arroccati nei nostri piccoli feudi che avanzeremo la nostra battaglia per la libertà. Se la migrazione è chiaramente un evento che attiva potentemente le possibilità di vivere il nostro essere molteplici e la nostra resistenza alle reti di cattura rappresentate da ruoli ed identità allora non solo dovremo fomentare la contaminazione reciproca con chi viene da altri luoghi ad abitare i nostri quartieri, ma cercare sempre di più di essere noi stessi dei migranti.
Vuol dire infine, ed è forse qui che la sfida si fa cruciale, sottrarsi culturalmente all'etica capitalista del lavoro e, ogni volta questo risulti possibile, sabotare direttamente l'espropriazione continua della nostra produttività, della nostra stessa vita, e attaccare il capitale frontalmente e sui fianchi costringendolo ad arretrare sempre di più. Riprendere del tutto il controllo su ciò che noi stessi produciamo attivando l'intera attività della nostra vita.
Come sottolineato in precedenza, le possibilità che si aprono sono davvero interessanti. La produzione di soggettività ai tempi del capitalismo cognitivo non è più soltanto al centro di dinamiche di controllo tese a prevenire e reprimere dissensi e conflitti. La produzione di soggettività diviene centrale per gli stessi processi economici e finanziari e il soggetto di cui il capitale ha bisogno è un soggetto/limite che deve offrire volontariamente la sua creatività ed autonomia agli apparati parassitari del mercato del lavoro, ma allo stesso tempo controllarne quella potenziale eccedenza ribelle e conflittuale. Per questo dobbiamo stare sempre sull'attenti e non permettere che questo gioco possa funzionare, dobbiamo incepparne da dentro gli ingranaggi, questo dobbiamo fare innanzitutto!
Dirottare continuamente la nostra produttività creativa ed autonoma verso l'ideazione costante di comportamenti singoli e collettivi eccedenti la logica capitalistica, verso la costituzione di porzioni sempre più rilevanti del "comune", laddove, ricordiamolo sempre, costruire il "comune" è sempre e comunque allo stesso tempo assumere il conflitto come postura soggettiva "normale" e produrre nuova società, nuova cultura, nuova politica, in definitiva nuova vita grazie alla cooperazione di soggetti autonomi.
 Lavorare sulla soggettività in questo è in qualche modo una condizione ontologica che libera la possibilità di lotte mature, radicali e all'altezza della nuova offensiva capitalistica.

Orizzonti possibili…

Noi intendiamo farlo in diverse direzioni e, convinti che l'illusione dell'autosufficenza non porti da nessuna parte, sentiamo la necessità impellente e irrinunciabile di aprire un confronto con coloro che lo riterranno utile per tentare di dare vita a discorsi e pratiche politiche comuni.
Innanzitutto vogliamo, alla luce di questa centralità della questione della soggettività, rilanciare nuovi percorsi di autoformazione. I dipartimenti dei saperi critici devono essere fucine di una nuova produzione  e organizzazione di soggettività. Devono essere capaci di uscire una volta per tutte dall'isolamento, diventare virali e capaci di palesare la pochezza della didattica ufficiale, di colpire con forza le relazioni gerarchiche, clientelari e mafiose che caratterizzano la vita nell'Università "riformata". Devono tendere a diventare, moltiplicandosi in tutti gli Atenei in cui ciò risulti possibile, vere e proprie istituzioni del comune, saper essere strumenti diretti di conflitto biopolitico e non piccole isole intellettuali di cui compiacersi.
I Dipartimenti dei Saperi Critici non solo non si devono configurare come isole di resistenza contro-culturale, ma irrompere nella scena rappresentando laboratori vivi di produzione di conoscenza e discorso politico che vengano subito "esportati" e fatti scorrere fuori dalle mura dei dipartimenti.
In secondo luogo, ma nella stessa direzione, si proietta "Saperi Precari", un progetto di inchiesta militante con cui proveremo a riattivare processi di soggettivazione tra i ricercatori precari dell'Università che sappiano mettere al centro non tanto la coscienza delle proprie condizioni di sfruttamento, ricatto e alienazione, ma le condizioni di una materiale "ricomposizione" politica che permetta a questi soggetti di uscire dall'invisibilità sociale e dai sentimenti di rassegnazione a cui sono sottoposti. La retorica della "meritocrazia" e della sua subdola funzione soggettivante sarà ovviamente al centro delle discussione di questo progetto. Una discussione molto vivace che ha preso vita durante un dibattito a Padova a cui hanno partecipato alcuni compagni di altre città ci ha fatto riflettere sul fatto che proprio quello del merito potesse essere un tema per certi versi "ricompositivo" e cioè in grado di dare vita a progetti comuni su scala nazionale.
Il discorso costruito intorno alla meritocrazia, insieme alla ben nota retorica della "responsabilità personale", è stato negli ultimi anni un'arma discorsiva micidiale del potere per depotenziare i conflitti attraverso una costante distorsione dei quadri percettivi dei soggetti più colpiti dalla crisi. Il dispositivo del merito diviene oggi un paradigma di neutralizzazione dei posizionamenti e dei conflitti sociali, mistificando le relazioni di potere e valorizzazione che sottendono lo sfruttamento capitalistico. La meritocrazia come "catch-all concept" rischia sempre di più di depotenziare un discorso critico sui rapporti di potere nella società, separando la classe dei "potenti" dalla loro funzione sociale, economica e politica e invadendo il discorso pubblico di un rancore sociale deviato verso un blocco di soggetti storicamente definito e quindi contingente (ovvero avulso dai rapporti di potere capitalistici). Questo ordine discorsivo esonda di fatto l'ambito strettamente universitario e scolastico (che restano sempre i laboratori di sperimentazione principali per le politiche neoliberiste) e si riversa sull'intera società, arrivando addirittura a inglobare e caratterizzare le proposte di reddito di cittadinanza e nuovo welfare. Demistificare la retorica meritocratica diventa prioritario per costruire un discorso politico all'altezza delle prossime sfide.
Vogliamo mettere a disposizione l'esperienza di Saperi Precari come bene comune da far crescere e sviluppare insieme per permettere a molteplici intelligenze di esprimere insieme la loro potenza collettiva. Saperi Precari e la costituzione di Dipartimenti dei Saperi Critici sono percorsi intorno a cui abbiamo necessità e voglia di confrontarci con tutti quelli che intorno a questi nodi tematici e progettuali intendono investire tempo ed energie.
Ancora sul tema della soggettività e dei nuovi ordini discorsivi che dobbiamo costruire su noi stessi e sulle relazioni in cui siamo immersi, crediamo che l'assemblea nazionale "queer" tenutasi recentemente a Bologna possa essere un passaggio importante di un percorso da articolare nei prossimi mesi. Lo è soprattutto perchè può rappresentare uno spazio politico ideale dove intrecciare solidamente il tema della soggettività con quello del conflitto, uno spazio nel quale individuiamo la possibilità di posizionare dinamiche di libertà ed autodeterminazione dei soggetti dentro e contro le dinamiche di sfruttamento capitalistico e non in un altrove consolatorio dove costruire rivendicazioni "compatibili" con gli ingranaggi del sistema. Partire da sé, nominare il proprio desiderio e ricombinarlo con i nostri corpi e con le molteplici relazioni che li attraversano devono tornare ad essere i temi centrali delle nostre analisi, nei percorsi di inchiesta, di autoformazione, di intervento e di invenzione di nuove pratiche politiche di soggettivazione e ricomposizione che dobbiamo mettere in atto da qui in avanti. Ipotesi di mutualismi o sperimentazioni di forme di welfare che rispondano alle nuove esigenze prodotte dalla crisi e dal mutamento antropologico che si sta producendo sotto ai nostri occhi non possono che scaturire da prospettive situate e incarnate.
Tutto questo però non basta.

Fomentare ricomposizione…

Questa nuova rivoluzione antropologica su cui insiste il pensiero queer e femminista contemporaneo deve essere subito accompagnata da un progetto politico e da campagne politiche che sappiano andare nella direzione della "ricomposizione" dei soggetti attualmente esposti all'espropriazione capitalistica, che sappiano calare il concetto di "comune" dentro specifiche strategie politiche, assumerlo come in grado di fare ciò che nella nostra agenda non può che essere al primo posto e cioè costruire ricomposizione e organizzazione politica.
Badate bene che non c'è intenzione alcuna di eludere tutte le difficoltà in cui siamo invischiati, considerando le quali farebbe quasi da sorridere l'idea di attaccare il capitale e costruire una prospettiva rivoluzionaria. Non vogliamo rassicurarci imbottendoci di astratti ideali rivoluzionari. Vogliamo solo sottolineare che le traiettorie che qui proviamo a tratteggiare, anche quando si materializzano in pratiche biopolitiche "microfisiche" o apparentemente compromissorie e interlocutorie, vengono disegnate come tali solo e soltanto perchè siamo intimamente convinti che alludano costantemente a uno stravolgimento dei rapporti di potere stabiliti dal capitale e a una prospettiva di rivoluzione biopolitica incentrata sulla costruzione del "comune". 
Recentemente in Italia si sta discutendo in diversi luoghi delle modalità concrete con cui si possa concretizzare l'opposizione all'Austerity e al diktat neoliberale. In questo senso il fatto che dalle elezioni sia uscito un segnale netto contro l'Austerity è un punto che va valorizzato e sfruttato nel modo giusto.
Le problematiche aperte non sono poche. Basti pensare alle contraddizioni delle lotte sui salari che mettono al centro il lavoro e la sua quasi sacralità, o alle enormi difficoltà di dare vita a lotte e conflitti nel mondo della precarietà, o a superare le rigidità di chi come risposta al nuovo attacco capitalistico pensa ancora alla reiterazione anacronistica di vecchi diritti e vecchi modelli di welfare. 
La pratica politica del comune è come se racchiudesse quell'insieme di elementi in grado di tratteggiare un conflitto sociale che non sia compatibile e subalterno, che non si presti facilmente a essere riassorbito e riutilizzato capitalisticamente, che sappia fare  male davvero e cioè sia in grado allo stesso tempo di colpire il capitale costringendolo a radicali riposizionamenti e arretramenti e, simultaneamente, all'interno di un attacco politico radicale, sia in grado di produrre porzioni autonome di vita ed esperienza collettiva autonormata. Praticare ed istituire il comune vuol dire sottrarsi, costruire insieme cooperando e attaccare contemporaneamente. Il nuovo mutualismo, o, che dir si voglia, una nuova forma sindacato deve essere in questo senso al centro dei nostri ragionamenti, portando la massima attenzione al rischio di riprodurre dinamiche compatibili e subalterne al capitalismo stesso.
Di certo costruire nel deserto della crisi, tra militanti e attivisti, sperimentazioni di vita e socialità altra capaci di mettere alla prova dei fatti la virtuosità possibile della nostra cooperazione è una cosa giusta, ma ancora più prioritario è non dare tregua al capitale e ai suoi dispositivi di potere. Per questo dobbiamo individuare tutti gli spazi strategici dove ogni giorno si compie, spesso indisturbata, l'espropriazione del general intellect e, di volta in volta con formule diverse, tentare di attivare, suscitare, dinamiche diffuse di rifiuto e insubordinazione, immaginarci come agitatori che smascherano di continuo le retoriche del capitale e fomentano l'insorgenza e la moltiplicazione di ribellioni. Dobbiamo in definitiva fare passare l'idea che tradire il patto sociale con il capitale è l'unica via d'uscita dalla miseria della crisi.
Come fare tutto questo? Come rompere l'affiliazione volontaria o involontaria di molti soggetti con il modello sociale di sviluppo che sta facendo regredire le sorti dell'umanità? Quali sono le condizioni politiche necessarie? La risposta non è certo nuova, ma nuovi possono essere i percorsi politici da costruire insieme.

Di nuovo, ripartire dal reddito…

Come molti non smettono di ripetere da tempo il reddito d'esistenza ci può mettere sulla strada giusta. Può tornare decisivo nel vincere la ricattabilità estrema che porta un universo di precari ad avere il fiato e la sicurezza necessaria per risollevarsi. Può essere funzionale a colpire radicalmente le retoriche, le rappresentazioni e la realtà materiale dell'"uomo indebitato" con tutto ciò che ne consegue in termini di libertà dal debito e cioè da una nuova forma di vera e propria schiavitù.
Il reddito sganciato dalla prestazione lavorativa migliora le condizioni materiali della vita permettendoci di smarcarci dal rapporto capitalistico, per poi darci modo di irrompere di nuovo dentro quel rapporto di potere più forti e capaci di fare male. D'altra parte ci dice anche che autorganizzarsi dentro reti di cooperazione autonome va bene, ma allo stesso tempo bisogna andare a riprenderci la ricchezza che creiamo, metterli con le spalle al muro ed esigere insieme che tirino fuori il denaro. In forma di reddito d'esistenza diretto e in forma di nuovo welfare. I soldi ci sono, vanno presi e spesi bene!
Le reti e gli ambiti teorici che hanno lavorato in questi anni sul tema del reddito hanno dato un contributo essenziale alla crescita politica del movimento in Italia. Nei prossimi mesi, a partire da una campagna articolata sul nostro territorio, vogliamo verificare se altri hanno intenzione di ricomporre con noi l'insieme dei progetti e delle campagne che negli anni hanno già prodotto molto, dentro un percorso comune con cui debbano realmente fare i conti governi e amministrazioni. Del reddito e delle sue virtuosità si è parlato e discusso fin troppo. Ora dobbiamo organizzarci, mobilitare una grande coalizione sociale, fare pressione e andare spediti nella direzione della sua concreta erogazione. Crediamo che questa sia davvero la condizione che sblocca qualsiasi sperimentazione nella direzione della costruzione del comune. 
Un primo passo in questa direzione, anche per valorizzare sperimentazioni già presenti su alcuni territori, potrebbe essere la costituzione di nuovi sportelli di inchiesta e intervento politico che fungano da vere e proprie "unità di crisi" attive nei territori. E' sempre più urgente aprire spazi di elaborazione e inchiesta in grado di ricostruire le cartografie parziali  delle nostre città e metropoli, rovesciando le rappresentazioni dominanti plastificate della realtà e monitorando all'interno dei territori la complessa situazione in cui varie categorie di soggetti si trovano a vivere nella cornice della crisi. Come può essere intuibile non è un intento meramente sociologico a farci muovere in questa direzione. Vogliamo conoscere per fare nascere relazioni che non siano "neutre" e vogliamo dare vita a interazioni "partigiane" per innescare immediatamente forme di cooperazione che rendano il nostro discorso politico, in particolare quello sulla soggettività e quello sul reddito, finalmente assunto da molti. Queste "unità di crisi" devono evitare a tutti e costi di rappresentare isole di resistenza. Devono anzi essere laboratori laici di inchiesta, cooperazione e nuova pratica politica, capaci di contaminare in modo dinamico e propositivo tutto il tessuto sociale di città e metropoli, strumenti comuni di attacco alla nuova fase dell'offensiva neoliberale.
Se guardiamo allo scenario italiano diventa palese il fatto che non sia questo il momento di immaginare le componenti della sinistra istituzionale e del sindacato come alleati o sponde su cui fare affidamento per tutto questo. Noi ci rivolgiamo ai compagni che hanno fatto una scelta precisa, che fanno vivere collettivi, reti e centri sociali, che hanno assunto in modo maturo le trappole e i rischi rappresentati dalla dimensione della "rappresentanza", che pur adottando molteplici e differenti modalità di lotta individuano come prioritario il fatto che le pratiche biopolitiche di attivismo debbano essere sempre immanenti alla materialità dei processi sociali. Detto questo non v'è dubbio che la composizione sociale con cui ci confrontiamo, anche attraverso la dinamica elettorale, mostra un desiderio di cambiamento radicale delle proprie condizioni materiali. In questo senso dovremmo assumerci la responsabilità di stare dentro le contraddizioni del governo del "capitale" che in questa fase politica sembrano palesarsi, proprio a partire da quel bisogno di trasformazione radicale che anche le ultume elezioni hanno portato alla luce e senza purismi identitari, deleteri in questa fase.

Oltre il Reality, perchè occupare è giusto…

La nostra realtà politica sta attraversando un momento decisivo. Dopo quasi 4 anni abbiamo preso una decisione difficile e importante, quella di trasformare e rilanciare l'esperienza del Reality Shock, ripartendo dal conflitto. Più che la voglia di terminare qualcosa è stata quella di iniziarne un'altra (certo lungo le traccie della precedente), ad averci portato a questa decisione. Il Reality ha rappresentato una sperimentazione che ci ha fato crescere politicamente permettendo a un collettivo universitario di diventare a tutti gli effetti una realtà politica cittadina, ha rappresentato uno strumento con cui il nostro sguardo sul reale, grazie alle decine di incontri e seminari, ha vissuto un salto di qualità decisivo, ha dato vita a un intreccio di relazioni e socialità di cui la nostra città aveva di certo molto bisogno. Ripartiamo ora dal Reality tornando a lavorare intorno a una pratica che ci ha appartenuto fin dai nostri primi passi e che troviamo tutt'ora estremamente preziosa e produttiva, la pratica dell'occupazione. Crediamo che quest'ultima ritrovi oggi un importanza decisiva in quanto pratica costituente, come risposta concreta al saccheggio messo in atto dall'austerity e come spazio di cooperazione che da più punti espande viralmente la sua potenza all'esterno, che si propone come agenzia di conflitto molto più che zona di resistenza.
Infine una cosa su cui siamo stati da sempre particolarmente sensibili. Da qualche tempo i dispositivi formali e informali della limitazione della libertà sembrano essersi rimessi in moto in modo massiccio. Il tema dei dispositivi polizieschi e penali non può essere lasciato semplicisticamente a chi del meccanismo repressione-resistenza-repressione si nutre in mancanza di idee politiche all'altezza dei tempi e delle condizioni che viviamo. È forse giunto il momento, dopo tanto tempo, di dare un segnale solido e articolato contro il nuovo tentativo di usare l'arma penale e provvedimenti detentivi sproporzionati come arma per arginare i conflitti sociali.
Detto questo andremo avanti cercando di ricordarci sempre che dobbiamo essere conflitto in ogni gesto, in ogni comportamento, in ogni istante delle nostre relazioni e che solo così possiamo riconoscere noi stessi. Dobbiamo poi organizzarci e trovare il modo migliore per stare insieme e attivare la potenza della nostra intelligenza collettiva. Farlo non per dirci che siamo bravi, o più bravi di altri, ma per lasciare delle traccie visibili, per fare male davvero.
Ogni colpo inflitto è un piccolo sollievo per noi, un motivo per svegliarci la mattina sapendo esattamente, come diceva Gert Dal Pozzo, "quello che dobbiamo fare"!   

Reality Shock
Di.S.C.
Fuxia Block

Bookmark and Share