Eppure Kafka non era danese

Utente: saraz
19 / 12 / 2009

Seduti in ordine. Uno dietro l'altro. Le gambe dell'uno ad accogliere le braccia legate di quello davanti. File ordinate sull'asfalto. Fa freddo. vengono distribuite sotto di noi apposite stuoine. Le fascette sono strette sui polsi. Ma se lo comunichi possono essere, a volte, tempestivamente tagliate e sostituite con altre legate un po' più larghe. Se fai presente che hai bisogno del bagno ti accompagnano, in tempi abbastanza veloci. Poi le gabbie. Enormi pollai all'interno dei quali vengono posizionate dalle sette alle undici persone. In ordine sparso. Una pila di scatole di plastica Ikea davanti ad ogni porta con all'interno gli effetti personali di ognuno più le scarpe. Non rilasci dichiarazioni. Non vieni schedato. In effetti non pesa alcuna denuncia su di te. Nessuna accusa. Succede a Copenhagen. Ogni giorno. Si chiamano "police's acts". Un fermo appositamente confezionato per l'occasione come viene opportunamente spiegato in un foglio stampato consegnato a ciascuno di noi. “Il fermo è di fatto come un arresto” è possibile infatti rimanere in queste enorme gabbie fino a dodici ore. “A differenza dell'arresto, il fermo, può avvenire senza nessuna accusa”. Bene. Siamo dentro una gabbia per nessun motivo.

Penso alle piste ciclabili ordinatissime. All'università gratuita. Al reddito minimo garantito per gli studenti. alle facilitazioni per l'accesso alla casa per i giovani. penso alla puntualità dei trasporti pubblici. Ai servizi per l'infanzia. A che prezzo. Mi tolgono le fascette per entrare nella gabbia. Mi accompagnano al bagno e mi chiedono se ho freddo. Mi assicurano che quando uscirò dalla gabbia, un pullman della polizia mi accompagnerà ad una fermata della metro. Non si sa quando. Soprattutto nessuna risposta sulle ragioni del fermo. “Un controllo..tra dieci, massimo dodici ore sarete fuori”.

Eppure Kafka non era danese: a Copenhagen vige la democrazia della obbedienza. Che mette in atto un dispositivo di limitazione di ogni libertà. Quella di girare per la città di partecipare ai cortei. di manifestare qualsiasi forma di dissenso, di seguire le giornate del climate forum. Mette in atto dispositivi intimidatori per cui tentano di inculcare ad ognuno la paura di uscire di casa. Per cui ti ritrovi a muoverti in piccoli gruppi sapendo che sei passibile di un controllo ed eventualmente di relativo fermo perché stai parlando al telefono, perché gesticoli, perché sei seduto la bar. Per nessuna ragione.

Al “Reclaim the power” decidiamo di raggiungere il Bella Center uscendo da questo schema. Usciamo a piedi tutti insieme. prendiamo tutti insieme la metro. siamo oltre centocinquanta persone. Con le sciarpe fino al naso perché nevica e fa freddo. Raggiungiamo il concentramento a qualche centinaia di metri dalla sede del summit, scandendo a gran voce “Luca libero, Luca libero”. La polizia destabilizzata, non sa che fare. Non se l'aspetta. Arriviamo compatti, dietro ad uno striscione enorme. E ci muoviamo verso il corteo al coro di “Hasta la victoria, siempre”: bisogna aprire spazi di disobbedienza. Ci proviamo anche nella socialdemocrazia kafkiana di Copenhagen.

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