Elogio della disobbedienza "incivile"

29 / 1 / 2020

Internazionale di questa settimana propone un articolo della filosofa e politologa americana Candice Delman, uscito sul Boston Review, dedicato al movimento da mesi protagonista a Hong Kong, che vale la pena di riprendere perché tocca tematiche non solo attuali, ma fondamentali. Il titolo in italiano è “La disobbedienza incivile è la forza di Hong Kong”, e si può facilmente intuire dall’uso “incivile” come l’analisi sia alquanto controcorrente. In sintesi la Delman rileva che, al contrario del cosiddetto movimento degli ombrelli del 2014, il quale facendo riferimento all’esperienza di Occupy, aveva optato per la resistenza passiva, la “disobbedienza civile”, la nonviolenza, e fu così represso pesantemente, e gradualmente scomparve, venendo anche meno il consenso, questa volta le migliaia di giovani alla testa di una protesta che ha visto scendere in piazza più volte una folla enorme, hanno fatto una scelta diversa.

“I contestatori di oggi contrappongono alla disobbedienza civile del 2014 la disobbedienza incivile” (il neretto è  mio nda). Come è noto facendo riferimento al mito del Kung Fu, Bruce Lee, è stata fatta propria la “filosofia dell’acqua”: duri come il ghiaccio, fluidi come l’acqua, compatti nel radunarsi come la rugiada, disperdersi come la nebbia”. Il paradosso è che pur adottando strumenti di difesa di vario tipo, dalle molotv ai sanpietrini, dalle catapulte medievali alle frecce incendiarie, non solo il consenso della gran parte della popolazione non è venuto meno, ma anzi è aumentato, avendo come ricaduta istituzionale la verifica elettorale delle amministrative di novembre che hanno visto una partecipazione senza precedenti, il 71 per cento, e una vittoria dei candidati non legati al regime.

Una esperienza che mette in discussione molte certezze e anche autorevoli ricerche. La politologa Erica Chenoweth in uno studio specifico ha evidenziato come su 323 campagne di resistenza civile tra il 1900 e il 2006 nessuna di quelle a cui ha partecipato almeno il 3,5 per cento della popolazione ha fallito. Tutte erano non violente. Il movimento di Hong Kong sembra smentire questa tendenza, se si pensa che nonostante le forme di lotta scelte ha visto una partecipazione del 45 per cento. Anzi la garanzia che le manifestazioni fossero difese e quindi chi andava era meno esposto alla brutalità della polizia, ha favorito il mantenimento di una massiccia presenza.

Al di là dei dati statistici, è evidente che non possa esistere un modello precostituito. Spesso il dibattito su “violenza e non violenza” è diventato ostaggio di una visione eccessivamente ideologica. Dal punto di vista teorico il concetto di “forza”, quando si affrontano queste tematiche, è fondamentale per uscire dalle secche di una visione astrattamente ostaggio di un’ etica fuori luogo. Hannah Arendt su questo ha scritto delle pagine tuttora valide.

Le rivolte di questi anni, dalle primavere arabe ai recenti movimenti mediorientali, alle proteste in America Latina, fino appunto a Hong Kong, ci propongono, al di là delle specificità legate al contesto del Paese in questione, dinamiche sociali in cui il comune denominatore è la stretta relazione tra conflitto e consenso. Anche forme violente possono avere il determinato appoggio e la relativa partecipazione, quindi evitando qualunque delega agli “specialisti della rivolta o dello scontro” o fughe in avanti militariste. Un tempo, da questa parte del pianeta,  nei movimenti degli anni Sessanta e Settanta il confronto fu sulla “violenza di massa” e quella “d’avanguardia”. Poi l’avanguardismo armato prese il sopravvento passando sopra la testa dei movimenti e soffocandone ogni dinamica, in un contesto sociale e politico che stava cambiando, prima di tutto antropologicamente.

Oggi fortunatamente la discussione si è spostata su un altro piano, in particolare sulle forme che la protesta deve assumere. Non esiste una formula univoca. Il tutto si deve adeguare ai rapporti di forza, al contesto e alla storia dei territori interessati. Come un tempo si sbagliava pensare che la “violenza fosse la levatrice della storia”, così oggi sarebbe assurdo erigere la nonviolenza come dogma. A Hong Kong, come giustamente fa notare Candice Delman, si è innescata una protesta simili alle rivolte anticoloniali, in questo caso contro il gigante cinese.

In Francia i gilet gialli hanno saputo abbinare la durezza dello scontro alla capacità di coinvolgere settori sociali molto diversi tra loro, tra l’altro con una caratterizzazione anagrafica che anche in questo caso mette in discussione un altro luogo comune, cioè che le proteste si possano dispiegare solo in presenza di una forte componente giovanile.

Insomma si tratta di tematiche su cui vale la pena riflettere, confrontarsi senza certezze in tasca. Sicuramente il concetto di disobbedienza incivile proposto dall’articolo della Delman si pone come punto di riferimento per chi voglia affrontare il problema della trasformazione radicale del sistema.

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