È una questione di mentalità

Con 163 voti a favore, 111 contrari e nessun astenuto, il Senato ha approvato il decreto legge sugli enti locali contenente anche le contestate norme sui tagli alla sanità.

29 / 7 / 2015

Prima di andare in vacanza, è bene regolare dei conti che ancora non sono stati trattati. Anzi, l'occasione migliore per farlo è in quel sottile e fragile limbo tra fine luglio ed inizio agosto: si evitano i cori di dissenso, le mobilitazioni, si crea quindi una situazione ottimale per far passare in sordina e con una quasi inesistente copertura mediatica quel che c’è da regolare. Fin qui niente di nuovo nella mentalità dei nostri politici, basta solo ricordare il Pacchetto Tremonti del 2008, le varie riforme universitarie, eccetera. L’eccezionalità targata Renzi, tuttavia, sta nella sua solita accelerazione da novello Cesare, nel mettere comunque in calendario l’approvazione di una conversione in legge di un decreto forzandone la discussione parlamentare.

Il Senato ha dato la fiducia anche al maxi emendamento, inserito nel decreto enti locali, che prevede un taglio di 2, 352 miliardi al Sistema sanitario nazionale. Al contrario di quanto dichiarato da Renzi e dal ministro Lorenzin, è in arrivo un’ulteriore stangata al welfare rispetto al diritto alla salute, che ha già subito, negli ultimi anni, un progressivo taglio che ammonta all'incirca a 24 miliardi di euro. Come ha ben detto Angela Mauro sull’HuffPost, la strategia comunicativa del governo stavolta non è riuscita nemmeno a intervenire sugli articoli della stampa mainstream. Si cade in un facile tranello in cui“efficientamento” sta per “tagli”, “razionalizzazione” per “decurtamento”. Il lessico neoliberale diventa ormai impossibile da fraintendere: ogni volta che si propone un provvedimento per rendere più efficienti i servizi pubblici si deve passare per una riduzione del finanziamento. E’ la lotta ai cosiddetti sprechi di cui sono responsabili in primis i lavoratori del settore: in questo caso i medici che a causa della medicina preventiva e per paura di ritorsioni legali dei pazienti prescriverebbero troppe ricette e visite. Da qui l’esigenza di stilare, una volta tagliati questi miliardi, una lista di prestazioni che possono essere erogate dal Ssn in occasione di alcune patologie e altre, invece, che cadrebbero sulle spalle dei cittadini. Le prescrizioni e le impegnative giudicate inutili saranno responsabilità dei medici, a cui per punizione verrà tagliato lo stipendio.

Stabilito che risulta difficile dal punto di vista preventivo capire quali patologie necessitino della copertura pubblica, visto che sono proprio il lavoro e la valutazione diagnostica del medico a doversi accertare di tutto questo e non certo un protocollo formale, è chiaro qual è l’intento: iniziare ad attaccare uno degli istituti che storicamente ha garantito la riproduzione sociale e la salute della cittadinanza. Se già l’accesso alle visite e alle prestazioni è risultato compromesso in questi anni di crisi a causa di aumenti del ticket e di esclusione da alcune esenzioni, con l’affondo Renzi-Lorenzin la situazione non può che aggravarsi. Al principio solidaristico che dovrebbe reggere l’intero apparato della salute e in generale della previdenza sociale, viene sostituita la responsabilità individuale: è tuo compito garantirti le cure con i tuoi risparmi e il tuo lavoro, soprattutto se devi usufruire dei servizi specialistici, senza gravare sulle spalle dello Stato. Peccato che questo lavoro perlopiù non ci sia e, se c’è, è quasi sempre malpagato o insufficiente per far fronte a tutti i costi della vita quotidiana.

Ma il vero quid è una questione di mentalità. Bisogna iniziare a far pensare diversamente gli italiani, bisogna farli uscire da questa visione obsoleta della società che tutela la sua cittadinanza in modo eguale e giusto. Con lo sblocco delle assunzione a seguito del Jobs Act, pare che sarà automatico un ritorno del potere d'acquisto dei lavoratori e, di conseguenza, la loro capacità di farsi carico dei costi della loro tutela. Poco importa che le cifre sui nuovi assunti non corrispondano a nuovi posti di lavoro, ma al passaggio da una tipologia contrattuale ad un’altra (ossia quella a tutele crescenti). Così come non sembra significativo agli occhi degli analisti il fatto che ci siano più contratti chiusi che di nuovi attivati, anche con la disposizione legislativa di Renzi in materia di lavoro. La lettura che da parte del governo e degli istituti di credito viene data è semplice: la gente si deve abituare che il posto fisso non è la normalità, che il processo di assunzione si è prolungato e richiede periodi formativi tutti a carico dei lavoratori, che la pensione si farà attendere di più. L’obiettivo delle riforme non avrebbe un fine “solo economico, ma anche e soprattutto sociale perché servono a modificare la mentalità lavorativa degli italiani”, recita il responsabile economico del PD Filippo Taddei. E non è certo una novità ciò che dice, visto che in questi ultimi anni sono riusciti ad addomesticare un’intera generazione agli stage e ai tirocini non retribuiti, al lavoro gratuito per i grandi eventi, al dire addio alla maggior parte dei diritti sociali. Fare in modo che sia superata l’impasse dell’immobilismo occupazionale fabbricando un nuovo tipo di individuo con altre attitudine e aspettative sul futuro. Da una parte il lavoro, dall’altra l’assistenza ed il welfare. L’FMI, al di là della proposta di un reddito di cittadinanza legato alla ricerca di lavoro, spinge per l’applicazione delle riforme ed un’implementazione di quelle future proprio per far uscire da questa trappola i giovani, i quali, nonostante la loro età, continuano malauguratamente a pensare come i propri genitori e nonni.

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