Diritto al reddito e crisi climatica

8 / 8 / 2020

L'appello di Adl Cobas per costruire un momento di confronto ampio all’interno del Venice Climate Camp sulla necessità di affrontare un autunno di lotte a partire dal tema centrale del diritto al reddito.

Dall’8 al 12 Settembre, in concomitanza con il Festival del cinema di Venezia si terrà il secondo “Climate Camp” che lo scorso anno ha visto la partecipazione di moltissime realtà a livello italiano ed europeo, in una città che è l’emblema di molti dei fattori che caratterizzano i movimenti moltitudinari che attraversano il mondo intero. Dalle grandi navi, al Mose, alla città trasformata in museo, all’industria chimica che ha devastato un territorio: tutti temi che interrogano tutti noi su quali risposte mettere in campo a partire dalle questioni del reddito e dello sfruttamento.

È dunque su questi due ultimi due temi che le compagne e i compagni che stanno organizzando il “Climate Camp 2020” ci hanno chiesto come Adl Cobas di costruire un momento di assemblea nella giornata dell’11 settembre che affronti queste problematiche.
Risulta a tutti evidente che la questione climatica diventa giorno dopo giorno sempre più drammatica ed è stata sicuramente tra i fattori che hanno scatenato la pandemia da Covid-19. La pandemia è l’ultimo frutto avvelenato di un sistema che si sorregge sullo sfruttamento e la depredazione dei beni comuni, della natura, delle nostre vite, con una voracità che è al di fuori di qualsiasi controllo: per il capitalismo, sia esso “finanziario”, “produttivo” o comunque un inestricabile intreccio tra questi aspetti, non esiste altra legge al di fuori di quella del profitto.

I movimenti per la giustizia climatica ci hanno mostrato come le forze selvagge del capitale mettono a rischio il nostro pianeta, la nostra stessa vita. Quelle forze esercitano uno sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali e sui nostri corpi attraverso il lavoro, sia esso retribuito o (sempre più) non retribuito e sfruttato.
Grazie ai movimenti ed alle lotte per la giustizia climatica abbiamo realizzato che non c’è un “fuori” dalla crisi ambientale, che riguarda il sistema nella sua globalità; ed allo stesso tempo abbiamo realizzato che la lotta per la giustizia climatica pone il problema, in modo radicale, della lotta a tutte le forme di sfruttamento capitalistico.
Lo scenario che abbiamo di fronte e che si aggraverà ancora di più nei prossimi mesi, lungi dal prospettare una rimessa in discussione del sistema, sarà invece un peggioramento delle condizioni della vita materiale di milioni di persone.

Non possiamo pensare che ci sarà una, per quanto traballante, “continuità”, dobbiamo essere consapevoli che le conseguenze saranno pesanti e verranno scaricate sui più deboli: per questo dobbiamo rimettere al centro la questione del reddito intesa come base materiale che ci garantisce la vita, la sua qualità, la riproduzione sociale.

Per questo per noi il reddito non può essere solo un tema al centro di un dibattito accademico o uno slogan: per noi il reddito è una questione concreta e materiale.

Le lotte per il reddito quindi, che partono dai bisogni materiali, non sono forme di rivendicazione di categoria, meramente economiche, fatte di trattative estenuanti, tecnicismi, insomma tutto il portato del sindacalismo concertativo e istituzionale.

Le lotte per il reddito devono diventare, come ci insegna il movimento di Black Lives Matter, un movimento globale, che abbraccia i desideri delle comunità e mette al centro della nostra vita un altro sistema di rapporti sociali, in cui innanzitutto c’è il rifiuto verso l’estrazione del profitto dai nostri corpi, in cui non è accettabile che si estragga profitto da bisogni come l’abitazione, la formazione, la cura, la sanità, le relazioni sociali: per noi il reddito è la traduzione di quello che i movimenti e le comunità native chiamano il “buen vivir”. Con un vecchio adagio possiamo dire che è il pane, ma anche e soprattutto le rose.

In questi anni come ADL COBAS abbiamo cercato di promuovere le lotte e l’autorganizzazione di lavoratori e lavoratrici, con esperienze molto significative e conflittuali soprattutto nella Logistica, ma anche in altri settori lavorativi.

Queste lotte hanno segnato l’emergere di nuovi settori di lavoratori e lavoratrici, soprattutto migranti, disponibili a lottare contro lo sfruttamento selvaggio a cui sono state sottoposte e indisponibili a sottomettere i loro corpi come meri strumenti per l’accumulazione di ricchezze da parte di pochi.

Riteniamo che le lotte di cui siamo stati protagonisti negli ultimi anni abbiano segnato una novità, una discontinuità con la litania sindacale secondo cui le lotte di lavoratori e lavoratrici sono solo questioni settoriali, di categoria, troppo spesso relegate ad un ruolo secondario, quasi come se fossero retaggi novecenteschi, oppure mere rivendicazioni economiche.

Noi sappiamo che non è così: nelle lotte della working class (soprattutto migrante) nei magazzini della logistica, nelle pulizie, ecc. abbiamo visto la voglia di conquistare reddito e diritti, precisamente per sottrarsi il più possibile ai meccanismi dello sfruttamento, per poter vivere meglio e lavorare di meno.

Durante la pandemia abbiamo anche visto l’insorgere di lotte di figure sociali nuove, come quella dei lavoratori e lavoratrici dello spettacolo, che stanno ribaltando la loro condanna alla fame ed alla precarietà, che si stanno anche organizzando in forme nuove, oltre le stesse sigle sindacali di base che li sostengono.

Abbiamo visto lavoratori e lavoratrici del sociale, come chi lavora in assistenza nelle scuole, nei servizi domiciliari o nelle RSA andare a richiedere a quelle stesse Istituzioni come Regioni e Comuni sicurezza sul lavoro e riconoscibilità dell’importanza del lavoro educativo e assistenziale portato avanti durante la pandemia.
E proprio durante la pandemia abbiamo visto moltissimi scioperi spontanei ed autorganizzati per rifiutare l’obbligo al lavoro durante la pandemia stessa, per spezzare quel ricatto, ben conosciuto all’Ilva, nelle fabbriche di morte ed in quelle che esplodono come di recente a Marghera, tra rischiare la morte lavorando, oppure rischiare la fame restando a casa.

Riteniamo quindi che sia il momento di rompere, una volta per tutte, il ritornello (tanto amato dai sindacati e dalla “sinistra”) che i lavoratori devono “tifare” per il Capitale, perché solo se il profitto prospera uno può lavorare e avere il reddito; solo parteggiando per il Capitale le vertenze economiche possono avere successo. Dobbiamo rompere la narrazione capitalista secondo cui i lavoratori sono sempre contrapposti agli attivisti climatici: dobbiamo rifiutare quel ricatto, perché il sistema che sfrutta chi è messo al lavoro è lo stesso che devasta il pianeta.

In realtà la contraddizione alla base del sistema capitalista è quella che contrappone reddito a vita. Tutti (o almeno il 99% della popolazione) ad un certo punto della nostra vita si trovano di fronte al bivio: essere esclusi oppure offrirsi in pasto al dio capitalismo e vendere la propria vita (il tempo, la libertà, la salute) in cambio di un reddito.

Per questo saremo presenti al Climate Camp 2020 che si terrà al Lido di Venezia, ed invitiamo tutte le realtà di base, territoriali, conflittuali che lottano nel mondo del lavoro e del non lavoro, ad essere presenti con noi.

In particolare nella giornata di venerdì 11 settembre vorremmo confrontarci con attivisti e attiviste di tutti i movimenti di lotta, per la giustizia climatica, contro il razzismo, le discriminazioni di genere, ecc. perché riteniamo che solo un vero confronto ed uno scambio di punti di vista e proposte, possa essere alla base della costruzione di un movimento più complessivo che, nel prossimo autunno, possa partire “dal basso” e vada all’attacco per la riappropriazione del reddito, del tempo, dei servizi, di tutto quello che ci spetta.
Vuole anche essere un momento di confronto tra tutte quelle realtà che si occupano di lavoro, di precarietà, di sfruttamento che pensano che, in rapporto ai processi di frammentazione della classe e di accelerazione della devastazione sociale a cui stiamo già assistendo, ma di cui vediamo al momento solo la punta di un immenso iceberg , vi è la necessità di ripensare alle forme di organizzazione della galassia del lavoro adeguandole alle necessità e rompendo con schemi obsoleti che caratterizzano sia il sindacato confederale ma anche buona parte di quello che va sotto il nome di “sindacalismo di base”.

È tempo di aprire a 360 gradi e possibilmente in un quadro almeno europeo il confronto tra chi ha voglia di sporcarsi le mani con la dura realtà delle infinite forme di sfruttamento con lo spirito di chi sa di avere di fronte a sé una sterminata prateria, ma sa anche che se non si è in grado di dotarsi di strumenti adeguati per intraprendere il viaggio, difficilmente potrà arrivare a destinazione.

Le modalità di organizzazione dell’incontro verranno pubblicizzate quanto prima.


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