Dire la verità sullo sciopero sociale

Due interventi sulla stampa locale per affermare le ragioni dello sciopero sociale padovano - così come di quello nazionale - in risposta all'editoriale di Alessandro Russello del Corriere del Veneto del 16.11.14 e all'articolo di Stefano Allievi del Mattino del 15.11.14

18 / 11 / 2014

In seguito alla reazione mediatica dei quotidiani locali e regionali che hanno  cercato di imbrigliare le ragioni e le forme dello sciopero sociale padovano all'interno di vecchie e fuorvianti categorie analitiche, pubblichiamo con piacere questi due interventi di Beppe Caccia, ospitati anche sul Mattino, La Nuova Venezia, la Tribuna di Treviso e il Corriere del Veneto. L'operazione tutta politica che sta edificando la stampa vuole delegittimare la grande giornata di mobilitazione del 14 novembre a Padova, riportando il discorso su di un piano allarmista, cupo, quasi "clandestino", mettendo in secondo piano la condivisione pubblica di tutte le scelte della manifestazione e la nuovissima composizione sociale che ha attraversato le strade della città. Al di là di qualsiasi vecchio schema atto a criminalizzare i movimenti, questi due articoli ci aiutano nell'impresa di restituire valore a quello che hanno detto i corpi in piazza quel giorno: la verità. 

LA NOVITA' DELLO SCIOPERO SOCIALE

Dal Mattino di Padova – Nuova Venezia e Tribuna di Treviso del 18 novembre 2014 in risposta al sociologo Stefano Allievi:

http://www.stefanoallievi.it/2014/11/la-grammatica-della-protesta/#more-5093

Di fronte alle piazze del 14 novembre la politica politicante reagisce, in Veneto, obbedendo a un riflesso condizionato: vede “violenza” là dove si manifesta conflitto sociale e chiude gli occhi sulle questioni, brucianti, che la giornata dello sciopero sociale pone a tutti. O preferisce raccontarle come gossip, ricostruendo improbabili “nuove leadership”, come se ai movimenti fosse possibile applicare le logiche di corridoio dei Palazzi.

Più intelligentemente, Stefano Allievi (Mattino di Padova del 15 novembre) riconosce che ci sono ottimi motivi, non contingenti, per protestare. Ma – sostiene - le piazze non si riempiono come un tempo, al loro interno vi sarebbero “alleati improbabili” e, in fondo, il conflitto civile “vero” sarebbe un altro: quello nelle periferie, contro gli immigrati.

Così facendo s’impedisce però di cogliere la novità dello sciopero sociale.

Certo, il Paese non è stato bloccato. Certo, la giornata del 14 novembre non ha visto in piazza milioni di persone, trascrivibili in maggioranze statistiche o elettorali. Ma non sono questi, né la statistica né la rappresentanza in profonda crisi di legittimazione, i terreni su cui la riuscita dello sciopero sociale può misurarsi.

Esso ha piuttosto costituito un efficace dispositivo di verità. E ha, al tempo stesso, espresso una potente allusione.

In primo luogo ha squarciato il velo, anche e soprattutto quello mediatico, sulla realtà sociale di un Paese dopo cinque anni di crisi e di sua pesante gestione, in termini di politiche di austerity. Ributta in faccia a tutti una sostanza ben diversa da quella raccontata sul palco delle Leopolde, per cui la retorica dei “sacrifici” prima e quella del “cambiaverso” poi hanno piuttosto accompagnato il consolidamento di rapporti di forza sociali estremamente sbilanciati – una “lotta di classe” vinta, per il momento, da una piccola élite dominante – e un’altrettanto ineguale distribuzione della ricchezza, quella da tutti prodotta e appropriata parassitariamente, nella gestione dei flussi globali della finanza, da ristrette oligarchie. Uno scenario in cui le recenti misure sul mercato del lavoro, a partire dal Jobs Act, appaiono come la normalizzazione di strutturali condizioni di precarietà, lavorativa ma ancor più esistenziale, per una moltitudine di figure sociali, vecchie e nuove.

In secondo luogo, lo sciopero sociale indica – ed è qui la sua novità – la strada di una possibile “coalizione” tra una pluralità di segmenti sociali, oggi sfruttati e ammutoliti nella frammentazione, non in termini di alleanze partitico-sindacali, ma come effettiva capacità di stare assieme in un conflitto in grado d’incidere e di condividere obiettivi che puntino ad un allargamento della sfera dei diritti e ad una più equa ridistribuzione di reddito per tutti.

E sta tutta qui, infine, anche la possibilità di arginare sul serio la maleodorante marea dei populismi che, ovunque in Europa, scommettono sulle “guerre tra poveri”, sull’odio e sull’esclusione come terreni di facile consenso. 

ASCOLTARE LE VOCI DELLO SCIOPERO SOCIALE

Dal Corriere del Veneto del 18 novembre 2014 in risposta all’editoriale del direttore Alessandro Russello: 

http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/politica/2014/15-novembre-2014/sistema-violenza-230546736447.shtml

Il Direttore (Corriere del Veneto, 16 novembre) punta il dito contro la “violenza” della piazza padovana del 14 scorso. E conclude spiegando che si possono cambiare le cose solo “scegliendo col voto una classe dirigente che ci rappresenti meglio”. Tutte considerazioni ragionevoli, dal suo punto di vista. Ma che rischiano di impedirci di vedere la sostanza della giornata e di cogliere la novità dello sciopero sociale.

A partire dal contesto in cui è maturata. Cinque anni di crisi e una sua gestione, tutta europea, all’insegna delle politiche di austerity stanno facendo sentire pensantissimi i loro effetti sociali. Non solo nella depressione recessiva di un ciclo economico che non riparte, ma anche e soprattutto nel consolidarsi di rapporti sociali di forza drammaticamente squilibrati e di un’altrettanto polarizzata distribuzione della ricchezza socialmente prodotta. Qui “voto e classe dirigente” mostrano tutti i loro limiti, soggettivi e strutturali: non tanto per l’inadeguatezza dell’attuale ceto politico (che pure è problema reale), quanto per il condizionamento della nostra dimensione locale - quella delle reti di produzione diffusa, nel tessuto di microimprese e partite Iva, e dei Comuni, cioè di quelle autonomie cruciali per la coesione sociale - da parte di flussi e poteri che risultano distanti e inafferrabili, siano essi i circuiti globali della finanza, così come le scelte delle euro-burocrazie di Bruxelles o della Banca centrale di Francoforte. Per questo la rappresentanza istituzionale vive una profonda crisi di legittimazione, e la contesa intorno ad essa interessa poco alle piazze dello “sciopero sociale” e sempre meno a milioni di persone, rassegnate.

Ma le talvolta turbolente piazze del 14 novembre ci indicano qualcos’altro: dicono che, al di là della fumosa retorica delle Leopolde, misure legislative come il JobsAct vengono interpretate come la normalizzazione di condizioni di impoverimento e precarietà, lavorativa ed esistenziale, vissute come insopportabili da una moltitudine di donne e uomini, spesso costretti a lavorare, quando ci riescono, per meno di 5/600 euro al mese. E suggeriscono – qui sta la novità dello sciopero sociale - che questi segmenti sociali, oggi frammentati e spesso disperati, potrebbero iniziare a fare “coalizione”. Cioè a mettere insieme l’operaio di fabbrica o l’impiegato pubblico sempre meno garantito, con l’immigrato delle cooperative nel settore logistico o il giovane precario della ricerca e del call center. Per passare dalla semplice denuncia delle ineguaglianze al tentativo di conquistare obiettivi che parlino il linguaggio non dell’esclusione, ma di un allargamento della sfera dei diritti e di una più equa distribuzione del reddito, per tutti.

I media e la politica (veneti, nel nostro caso) hanno una grande responsabilità: provare a cimentarsi con l’ascolto – certo difficile – delle voci dello sciopero sociale, senza cavarsela con una – purtroppo facile – condanna della “violenza”.

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