Un seminario sulla rete e la produzione del comune

Digital commons - Presentazione

Promosso da S.a.L.E. docks – Associazione culturale AKA, in collaborazione con UniNomade, VEGA Parco scientifico e tecnologico di Venezia, Comune di Venezia – Assessorato all’Informatizzazione e alla Cittadinanza Digitale

21 / 4 / 2010

DIGITAL COMMONS

SAVE THE DATE: 7-8 maggio 2010

Luogo:  VEGA  – Parco scientifico e tecnologico di Venezia

La rete come possibile espressione del comune: formula tanto generica, quanto introduttiva a un percorso di ricerca poco battuto, ma che ha comunque alcune tappe alle spalle.  In passato, abbiamo sostenuto, in polemica con un determinismo tecnologico che molta eco ha avuto nel “movimento”, che Internet è molto più che una connessione di computer o espressione di una già avvenuta e conclamata convergenza tecnologica che apre magicamente le porte al regno della libertà.

In primo luogo, la rete è espressione di una cooperazione produttiva e sociale, l’habitat in cui mettere a verifica le quattro grandi tripartizione della critica all’economia politica: produzione, scambio, circolazione e consumo. La discussione della rete come rappresentazione del comune si configura dunque come critica dell’economia politica del capitalismo contemporaneo. Per questo va sgombrato il campo da visioni romantiche che sono emerse proprio quando la distinzione tra dentro e fuori lo schermo ha cessato di essere operativa. Il world wide web occupa ormai un posto stabile nella vita sociale, tanto nel Nord che nel Sud del pianeta. Non luogo, meglio uno spazio separato in cui le dinamiche comunicative, relazionali seguono logiche che nulla hanno a che fare con le relazioni sociali dominanti, bensì habitat propedeutico alla manifestazione della cooperazione sociale e produttiva. Se non fosse una omologia irriverente, la rete sta al capitalismo contemporaneo come il capitale finanziario sta all’economia cosiddetta reale: sono cioè due momento dello stesso regime di accumulazione capitalista.

Già si possono immaginare le obiezioni sul digital divide o sul sudore della fronte che imperla il corpo del proletariato industriale. Non che siano prive di fondamento, ma vanno contestualizzate all’interno di quelle geografie di potere vigenti in ciò che da alcuni anni chiamiamo impero.  Il sorpasso delle connessioni in Cina su quelle statunitensi, così come l’uso pervasivo delle diaspore dei migranti per mantenere il “contatto” con i paesi di provenienza, dando vita a comunità dove le identità sono continuamente inventate e modellate a seconda dei conflitti che le oppongono al regime di sfruttamento imposto dai «nativi». Anche la diffusione della telefonia cellulare nel Sud del mondo segnala che il network della comunicazione digitale  ha da tempo esteso le sue maglie sull’intero pianeta. Allo stesso tempo, il downsizing globale e l’emergere di estese impresa a rete nel pianeta non sarebbe minimamente possibile immaginare senza che la rete sia il luogo dove viene coordinata una produzione sociale diffusa che, come in un caleidoscopio, consente la compresenza di lavoro operaio tradizionale, inedite forme di lavoro servile e una sempre più sofferente “classe creativa”.

E’ dunque ingenuo proporre una lettura della rete come anticipazione di un futuro ancora in formazione. La rete è il nostro presente. Per questo va respinta quella vision  che indica il web come un luogo di una radicale libertà minacciata dalla presenza delle multinazionali e delle imprese, che considerano la Rete come un’infrastruttura da piegare all’agire economico. La crisi dei media tradizionali e mainstream, lo sviluppo di esperienze comunicative indipendenti, il cosiddetto giornalismo di strada vanno visti come il dispiegarsi, contraddittorio e ambivalente, di quella cooperazione sociale e produttiva che preside il capitalismo contemporaneo. Da questo punto di vista, la diffusione dei social network  sono solo tasselli di un mosaico che raffigura la connessione on-line come  elemento “naturale” dello stare in società, verso il quale va esercita la massima spregiudicatezza analitica: sono al tempo stesso il simulacro di uno spazio pubblico non statale e tuttavia contenitore di quei processi di soggettivazione incardinati, non è un gioco di parole, su un radicale principio di individuazione che presenta tutte le ambivalenze del caso. Principio di individuazione aperto infatti alla trasformazione, ma anche a una colonizzazione della vita individuale da parte delle imprese. La moltiplicazione dei casi di stress psicologico, la depressione, l’uso intensivo di psicofarmaci e di alcune sostanze che alterano la percezione della realtà, la tendenza a rapporti di lavoro individuali, il venir meno del sindacato come istituzione che cogestisce il mercato del lavoro sono alcune delle fenomenologie presenti nel capitalismo contemporaneo.

Da qui la necessità di un’analisi spregiudicata di tendenze presenti nella network culture laddove  considera la disconnessione della rete come sottrazione dalle politiche di controllo sociale che tanto gli stati nazionali che gli organismi sovranazionali perseguono in questi ultimi anni. L’annuncio che nei prossimi mesi sarà firmato, da parte di alcuni governi, un accordo, chiamato Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA),  per reprimere la contraffazione dei manufatti digitali e non digitali va visto come l’ennesimo tentativo di piegare la rete alle logiche del capitale. Il trattato è molto più di quando dice l’acronimo che lo indica: l’Acta è il tentativo di normalizzare la rete sia per quanto riguarda le attitudini, le pratiche peer to peer e l’uso di licenze alternative alla norme sulla proprietà intellettuale. Ovvio che una delle risposte a tale potere normativo sta nel far perdere le tracce della propria presenza in rete attraverso l’uso di particolari software o in una più radicale e irreversibile disconnessione dalla rete.  Ma una risposta e una critica puntuale al tentativo di normalizzare la Rete non passa attraverso una presenza mimetica nel web, né in una fuga dalla rete, bensì nello stare politicamente dentro la Rete per contrastare i robber barons del XXI secolo. 

E’ dunque inevitabile il rifiuto della distinzione tra comune naturale e comune artificiale. La querelle sui beni comuni dovrebbe funzionare come un antidoto a una  naturalismo tanto glamour quanto politicamente e teoricamente pernicioso.

Come abbiamo spesso affermato in questi ultimi anni, la rete, come il sapere e la conoscenza sfuggono al principio di scarsità caro alla «triste scienza». Le enclosures del sapere e della conoscenza sans phrase vogliono introdurre proprio una logica di scarsità in un ambito che sfugge a tale principio applicato tante volte in passato alla terra, all’acqua, all’energia. Non si vuol negare che sono ambiti che hanno una loro specificità. Nessuno vuole negare che l’acqua sia una risorsa limitata, così come è insindacabile che il petrolio è una fonte energetica destinata a terminare. Cioè che va rifiutato è il tentativo di ricondurre le pratiche sociali e politiche dentro e fuori la rete alle logiche dell’agire economico.

Il web è stato inoltre indicato sia come un modello organizzativo per i movimenti radicali che come uno spazio pubblico postrappresentativo. Ma se il computer e la rete sono “media totali”, l’immaginazione politica che cerchiamo di far emergere nella prassi teorica di uninomade è, in questo caso, come tenere insieme questi piani – cooperazione produttiva, consumo, scambio di contenuti digitali;  e modello organizzativo politico -  senza cadere in una generica rappresentazione della rete. Per questo, va problematizzata la tranquillizzante rivendicazione di un diritto all’accesso che relega il web in una tassonomia dei diritti sociali di cittadinanza elargiti da un sovrano compassionevole e tuttavia interessato ai modi per far tracimare al di fuori dello schermo le innovazioni produttive e organizzative prodotte nella rete.

L’obiettivo del seminario non può dunque che essere ambizioso, anche se deve necessariamente far tesoro di quel principio di realtà che vede un accumulo analitico, teorico e di pratiche con cui dialogare.

Prendiamo il tema dell’analisi del cosiddetto “lavoro digitale”. Argomento imprescindibile se non si vuol stancamente imboccare il sentiero mainstream secondo il quale la rete è sì una punta avanzata dello sviluppo capitalistico, ma il tempo sociale della produzione e dell’azione politica sono date da quelle forme produttiva ancore impregnate di taylorismo o, peggio, di lavoro servile. In rete invece coesistono taylorismo d’antan, just in time, qualità totale, mentre il lavoro servile, se inteso come relazione gerarchica vis-à-vis, va spesso a braccetto con le forme più avanzate di organizzazione del lavoro.

Ma se sul lavoro digitale vanno riprese criticamente molte delle analisi che agli inizi degli anni Novanta relative ai netslaves e sul governo politico della forza-lavoro digitale attraverso la artificiale distinzione tra perms e temps e in base quale stabilire rigide differenziazioni salariale e di accesso a fringe benefit, stock options e assicurazione sanitaria. Con la crisi questo modello subisce una torsione: tutto il 2009 è segnato da uno stillicidio di licenziamenti, in Europa e Stati Uniti,  e ristrutturazione industriali per la produzione di software, nelle telecomunicazione, nella produzione di microprocessori e nell’industria dei videogiochi. Una ristrutturazione a livello globale che è esemplificata da pratiche di decentramento produttivo e crescita di una significativa “classe creativa” in Cina, India e Filippine, solo per citare i casi più noti. Un recente rapporto del Labour committtee statunitense parla della “miseria del lavoro hight-tech” cinese, evidenziando come la crescita della classe creativa in Cina si accompagna spesso a una militarizzazione del lavoro e da un allungamento a dismisura della giornata lavorativa. In India, la situazione è molto più fluida, ma non mancano analisi che sottolineano come a Bangalore ci sia compresenza di forme produttive e di una accentuata stratificazione del mercato del lavoro “digitale”.

Non possiamo però limitarci a passare in rassegna l’esistente. Piuttosto va operato lo scarto teorico rispetto le rappresentazioni dominanti sul lavoro digitale, le più note delle quali sono appunto quelle sulla “classe creativa” e quella sui knowledge workers.

Va da sé, tuttavia, che uno dei nodi più aggrovigliati che occorre provare a sciogliere riguarda invece l’analisi delle visions dominanti sulla rete. E se c’è qualcuno che parla di “economia del dono” per rappresentare le relazioni all’interno della rete, altri studiosi parlano espressamente di una realtà pressoché postcapitalista, dove il soggetto centrale è quel “consumatore attivo” che determina, attraverso il potere offerto dalle tecnologie della comunicazione, strategie imprenditoriali, politiche e quant’altro. Per quanto riguarda l’economia del dono, la bibliografia oramai può occupare intere pareti di una ipotetica biblioteca, anche se gli studiosi che meglio hanno articolato questo concetto sono sicuramente Manuel Castells e Yoachai Benkler.  Tanto Castells quanto Benkler non nascondo le loro simpatie liberal o libertarie. E nei loro libri non è infrequente che il tema del comune sia posto come centrale per spiegare la logica “profonda” della rete. Da qui il loro interesse per la critica al copyright e al regime dei brevetti o l’interpretazione del mediattivismo come una “politica insorgente” postrappresentativa. Nelle loro analisi però il comune va piegato a una economia sociale di mercato che deve liberamente dispiegarsi e nella quale vanno ridefiniti i confini e i limiti dell’intervento statale. E se Castells vede in un rinnovato welfare state l’ambito in cui garantire lo sviluppo dell’economia sociale di mercato, Benkler vede nello stato nazionale un dispositivo normativo che garantisce il libero sviluppo di quell’individualismo radicale, stella polare della riflessione libertaria statunitense.

Dal peer to peer al downloading, da facebook a twitter, dallo scontro Google con Microsoft (anche se negli ultimi tempi è più interessante il conflitto che oppone la società di Bill “King” Gates al boss australiano Rupert Murdoch), tutto è letto come esito di un individualismo radicale che, impermeabile alle politiche di marketing delle imprese, ha nell’autodeterminazione del consumo di contenuti digitali e delle relazioni sociali la sua massima espressione. E’ questo  il lato oscuro della Rete, ve ne è anche uno che ne privilegia la dimensione cooperativa, sociale. Gli studi di Michel Bauwens sulla peer to peer production sono a questo livello significativi, perché vede nelle forme relazionali orizzontali consentiti dalla rete forme sociali alternative al capitalismo. Detto in sintesi, la peer to peer production non si dà come produzione capitalista. Ma, aspetto questo rilevante da discutere, la peer to peer production si diffonde viralmente, senza entrare in conflitto con il comando del capitale. C’è trasformazione della società perché c’è diffusione di forme sociali di produzione e di rapporti sociali “alternativi” a quelli dominanti. Allo stesso tempo, tanto più c’è diffusione di questo virus, tanto più il capitale si presenta nella sua forma parassitaria della cooperazione produttiva. Al di là dei limiti che questa posizione ha, le tesi di Bauwnes sono invece da sussumere come espressione di pratiche di resistenza all’interno della rete con cui dialogare e stabilire “alleanze” nei conflitti contro il regime della proprietà intellettuale o quando questo o quel governo nazionale o organismo sovranazionale vuol limitare il diritto di accesso alla rete.

L’organizzazione del seminario prevede tre sessioni che si articolano nei primi due giorni ( ven. pomeriggio e tutto sabato ) e una assemblea plenaria la domenica mattina. Tutto il dibattito sarà on line, con la possibilità di iscriversi e loggarsi al software che gestirà audio, video ma anche la chat, che funzionerà durante la tre giorni. La traduzione in italiano degli interventi in inglese e viceversa, sarà simultanea. 

All’interno del quadro teorico definito dai nodi di discussione delle tre sessioni, proponiamo un inserimento tematico che si integra in maniera non scontata nello sviluppo dei lavori. Un forum che ha come titolo “lavoro autonomo e rete: terza generazione?”. L’idea di fondo è quella di ricondurre il terreno di approfondimento sul rapporto tra rete e comune, alla relazione con la composizione tecnica e politica di un segmento paradigmatico del lavoro postfordista, che vive, si autorganizza ed è organizzato per produrre tramite la rete. E’ possibile definire una antropogenetica della rete, anche a partire dalla sua funzione di organizzazione del lavoro autonomo di seconda generazione? E, per l’altro verso, è possibile leggere le mutazioni della rete, osservando gli stili di vita e le problematiche sollevate da nuove generazioni di knowledge workers che la attraversano e la modificano, oltre ad essere esse stesse modificate? Il rapporto tra sviluppo del terziario avanzato, tecnologie e lavoro autonomo, così felicemente descritto dalla definizione che ci consegna il termine “di seconda generazione”, esprime oggi solo un aumento “quantitativo” e di allargamento della sfera dei soggetti in esso anche formalmente coinvolti, oppure il salto biopolitico del world wide web 2.0 e 3.0, trasforma gli stessi concetti di “terziario avanzato” e del lavoro correlato alla sua espansione? Sono domande che pensiamo di scandire all’interno di un momento collettivo di confronto che veda coinvolti interlocutori diversi, per ruolo ed esperienza. Il Forum affronta il nodo del lavoro autonomo di seconda generazione, insistendo sulla particolarità italiana, ma avendo come background la condizione continentale e globale dei freelancers, knowledge workers, young professionals, indipendent workers. Le rivendicazioni “sindacali” di questa nuova composizione in rete, e l’assenza di risposte istituzionali, determinano sia il “rumore di fondo” che si sta espandendo dai blog e dalle liste, sia prime forme collettive di autorganizzazione, fondate su interessi e condizioni “comuni”. E non è un caso che le formule di co-working e crowdsourcing appartengono oggi al più innovativo know how d’impresa. Inizialmente il crowdsourcing si basava sul lavoro di volontari, appassionati, attivisti che dedicavano il loro tempo a creare contenuti e risolvere problemi. Ma oggi il crowdsourcing rappresenta anche per le aziende un nuovo modello, e all’open source originario si affianca l’open enterprise, vero e proprio dispositivo fondato sulla disponibilità e possibilità dei freelancers di offrire i propri servizi su un mercato globale.

La prima sessione, che darà inizio vero e proprio ai lavori del seminario, è pensata come “ponte” tra il forum e il cuore della discussione. Al centro della prima sessione vi è la relazione tra il linguaggio, il simbolico, e la rete, con particolare riferimento alle implicazioni antropologiche che questo inscindibile rapporto determina. Coordina questa prima sessione Francesco Raparelli e l’intenzione sarebbe quella di far incrociare questa importante premessa analitica, con una disamina degli effetti della ristrutturazione del ciclo della formazione. Che ruolo gioca la rete, sia dal punto di vista di chi ha promosso il processo di profonda modificazione dell’intero sistema formativo, sia da quello dei soggetti che lo subiscono e si organizzano per resistervi ed oltrepassarlo?

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Su Digital commons Marco Baravalle, S.a.L.E. docks